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    Editoriale 3 (2016)

    La pietà popolare nell’anno liturgico: inculturazione della fede

    Editoriale di Rivista Liturgica 3 (2016)

     

    Un rapporto sempre stimolante, quello tra liturgia e pietà popolare, anche se abbondantemente setacciato, soprattutto dopo la pubblicazione del Direttorio su pietà popolare e liturgia (DPPL) (17.12.2001) da parte della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
    Questa stessa rivista l’ha più volte affrontato, seppur con differenti prospettive. Il presente fascicolo, nella sua nitida articolazione che fonde in felice sintesi motivazioni ed esemplificazioni concrete (Rosario, Via Crucis, Via Matris, Via Lucis, immagini, canto, confraternite…), ritenta di “aggredire” la suddetta dinamica, pervenendo ad alcune acquisizioni, senza nessuna pretesa di esaurire il dibattito in merito.
    Queste risultano le linee essenziali, che tracciano il quadro della situazione ecclesiale attuale a questo proposito:

    La precisione semantica. Qui si tratta di pietà popolare e non di religiosità, secondo quella precisazione fatta propria già da Paolo VI nella Evangelii nuntiandi (8.12.1975, n. 48) ed egregiamente focalizzata da DPPL in questi termini: “La locuzione «pietà popolare» designa le diverse manifestazioni cultuali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana, si esprimono prevalentemente non con i moduli della sacra Liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal genio di un popolo o di una etnia e della sua cultura” (n. 9).

    “Religiosità” si riferisce, invece, a un’esperienza universale, che non si rapporta necessariamente alla rivelazione cristiana. Non sempre gli autori si attengono a simile distinzione, ormai invalsa.

    La qualifica popolare, che connota tale modalità cultuale, è la medesima insita nel termine stesso “liturgia”. Questa, infatti, etimologicamente significa “azione di e per il popolo”. Ecco perché le due realtà, come più volte richiamato, “non sono da opporre, né da equiparare, ma da armonizzare” (DPPL 58), come già auspicava SC, n. 13. In ogni caso, allo stato attuale della situazione pastorale, non è che quanti praticano gli “esercizi di pietà” siano il popolo “vero”; quanti, invece, partecipano alla liturgia rappresentino una sparuta élite, ben preparata e inculturata, che si differenzia dal “popolino” della pietà. Assolutamente no. In questi anni il popolo ha praticato e pratica la liturgia, anzi, nella gran parte vive solo di azioni liturgiche, a tutti i livelli, culturali e di età, bambini compresi, che non sanno neppure cosa siano rosario, processione o altro: per loro è tutto e sempre Messa!
    Si è lavorato molto in questi anni (è giusto riconoscerlo), per rendere le celebrazioni “popolari” e anche la Parola e l’omiletica si è alquanto attrezzata per cercare di raggiungere simile scopo.
    Per non dire dei canti. Ancora si attribuisce l’epiteto di “canti popolari” a composizioni degli anni ‘30-‘60 (su per giù) del secolo scorso, che venivano intonati durante la Messa, per favorire la partecipazione dell’assemblea, essendo la celebrazione totalmente gestita dai preti in latino. Un genere, quello dei canti, ormai desueto e che anche i superstiti (!) di quell’epoca, a dir il vero, non ricordano più.
    Al riguardo si trascura il fatto che, in questi anni, si è costituito un repertorio nazional-popolare di canti contenutisticamente solidi, perché partoriti dalla fertile fantasia di autori competenti, noti al pubblico ecclesiale. Ci si astiene da esemplificazioni e citazioni di titoli e autori solo per non tralasciare o enfatizzare nessuno. Comunque, se guidato, il popolo canta. Certo, non tutto è all’altezza; circola pure tanta paccottiglia (in passato no?), ma la “popolarità” attuale dei canti non può identificarsi, né, tanto meno, esaurirsi nel
    riprendere a insegnare e cantare motivetti di quell’epoca, come qualcuno, intriso di amari rimpianti, va reclamando nella corrispondenza presente in riviste liturgico-pastorali.

    L’opera di armonizzazione, richiamata da SC, n. 13 e da DPPL 58, viene mirabilmente riassunta in un numero della Lettera apostolica Vicesimus quintus annus (VQA) (4.12.1988) di Giovanni Paolo II. Infatti, posto che “la pietà popolare ha bisogno di essere di continuo evangelizzata, perché la fede, che esprime, divenga un atto sempre più maturo e autentico”, si auspica: “Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscano e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche” (n. 18).

    Purtroppo, in questi anni, si è assistito a tutto, e certamente non si possono avallare autentici abusi, persino di tonalità socio-politica, come si evince da certe processioni in parrocchie del sud. La liturgia, anche in rispondenza alle istanze dell’impianto catechistico attuale, non può diventare il ricettacolo di tutto, mescolando appunto celebrazione eucaristica e riti tipici del catecumenato, destinati ai ragazzi.
    Giustamente si osserva che “l’unilaterale esaltazione della pietà popolare senza tener conto della Liturgia non è coerente con il fatto che gli elementi essenziali di quest’ultima risalgono alla volontà istitutiva di Gesù stesso e non ne sottolinea, come di dovere, l’insostituibile valore soteriologico e dossologico” (DPPL 55).
    Di riscontro, i tentativi, brillantemente descritti in questo fascicolo, di valorizzare, ad esempio, il Rosario quale partecipazione al mistero di Cristo con il cuore di Maria, pur risultando quanto mai encomiabili, nella realtà dei fatti non trovano immediata attuazione,
    perché ritenuti dal popolo stesso non sempre confacenti con la sensibilità e la preparazione dei destinatari. Questi, infatti, preferiscono
    sgranare le loro 50 “Ave Maria”, cercando di tagliare alla svelta il traguardo, magari snocciolando pure le “Litanie Lauretane”, la cui lista va vieppiù allungandosi, con l’aggiunta, di recente conio, dell’invocazione a Maria quale “Santa Sposa del giusto Giuseppe”.

    Si tratta, pertanto, in questo impegno di armonizzazione, di interrogarsi su quale Chiesa locale e quale uomo concreto siano implicati, abbracciando tanto il soggetto autentico di entrambe le esperienze, quella liturgica e quella devozionale, cioè il popolo, quanto le componenti fondamentali dell’animo umano, cioè sensi, affetti e simboli.
    Sicché, come arguisce il DPPL, “Liturgia e pietà popolare sono due espressioni cultuali da porre in mutuo e fecondo contatto: in ogni caso la Liturgia dovrà costituire il punto di riferimento per «incanalare con lucidità e prudenza gli aneliti di preghiera e di vita carismatica» che si riscontrano nella pietà popolare; dal canto suo la pietà popolare, con i suoi valori simbolici ed espressivi, potrà fornire alla Liturgia alcune coordinate per una valida inculturazione e stimoli per un efficace dinamismo creatore” (n. 58).
    In definitiva, se si deve curare attentamente –come recita l’Istruzione Inter Oecumenici dell’ormai lontano 1964- che “tutte le opere pastorali siano in giusta connessione con la sacra liturgia, e, nello stesso tempo, che la pastorale liturgica non si svolga in modo separato e indipendente, ma in intima unione con le altre attività pastorali” (n. 7), allora, “un’autentica pastorale liturgica saprà appoggiarsi sulle ricchezze della pietà popolare, purificarle e orientarle verso la liturgia come offerta dei popoli” (VQA 18).

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