Rivista Liturgica 6  (nov/dic 2006)


I TEMPI DEL RICORDO ORANTE

di Corrado Maggioni

La rinascita «dall’acqua e dallo Spirito Santo» innesta il credente nella vita senza fine germinata dalla risurrezione di Cristo. Il flusso vivificante che circola nei battezzati non si conclude infatti con il loro pellegrinaggio terreno, poiché come dice la liturgia dei defunti:

«Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo»[1].

In questa luce, «La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fin dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e poiché “santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” (2Mac 12,46), ha offerto per loro i suoi suffragi» (LG 50). In primo luogo la celebrazione dell’eucaristia[2]:

«La Chiesa offre il sacrificio eucaristico della Pasqua di Cristo per i defunti, in modo che, per la comunione esistente fra tutte le membra di Cristo, gli uni ricevano un aiuto spirituale e gli altri il conforto della speranza»[3].

La lettura profonda della memoria dei defunti nella celebrazione eucaristica ha permesso, fin dall’antichità, di comprendere come il banchetto escatologico dell’eucaristia sia il vero refrigerium cristiano.

La tradizione cultuale ha dunque riservato, a secondo delle epoche e delle sensibilità, alcuni giorni particolari per esprimere il ricordo orante di quanti riposano in Cristo[4]. Una sintesi al riguardo è offerta al n. 255 del Direttorio su pietà popolare e liturgia:

«La Chiesa offre il sacrificio eucaristico per i defunti in occasione non solo della celebrazione dei funerali, ma anche nei giorni terzo, settimo e trigesimo, nonché nell’anniversario della morte; la celebrazione della messa in suffragio delle anime dei propri defunti è il modo cristiano di ricordare e prolungare, nel Signore, la comunione con quanti hanno varcato la soglia della morte. Il 2 novembre, poi, la Chiesa offre ripetutamente il santo sacrificio per tutti i fedeli defunti, per i quali celebra pure la Liturgia delle Ore. Ogni giorno, nella celebrazione sia dell’eucaristia sia dei vespri, la Chiesa non manca mai di elevare la sua supplice implorazione perché il Signore doni ai “fedeli che ci hanno preceduto con il segno della fede e […] a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace” (Preghiera eucaristica II)»[5].

1. Il giorno terzo, settimo, trigesimo e l’anniversario annuale

A conclusione dei formulari di messe per i defunti, il Sacramentario Gelasiano antico ne riporta uno «in deposicione defuncti tercii septimi xxxmi dierum vel annualem»[6]. Recependo consuetudini invalse, tale titolatura elenca i giorni variamente dedicati a ricordare i defunti con la celebrazione eucaristica[7]. Perché questi giorni?

Oltre al giorno della morte e della sepoltura (depositio), la tradizione antica delle Chiese ha conosciuto altri giorni fissi per elevare preghiere a suffragio di un defunto. A tali discipline fa riferimento sant’Ambrogio nell’elogio funebre pronunciato il 40° giorno dalla morte di Teodosio: «Alii tertium diem et tricesimum, alii septimum et quadragesimum observare consuerunt»[8].

Secondo le Costituzioni apostoliche, in Oriente era costume ricordare un defunto il terzo, il nono e il quarantesimo giorno dalla morte. Alla base di tali determinazioni cronologiche, derivate da concezioni astrali babilonesi legate alla luna, c’era la convinzione che l’anima vagasse attorno al corpo del defunto per tre o nove giorni dopo il decesso, allontanandosi progressivamente fino ad approdare, il quarantesimo, al suo destino supremo. Tali idee erano penetrate nella religione di greci e romani, i quali solevano compiere i sacrifici funerari in dati giorni, specialmente il nono dalla morte (novendiale).

A Roma e in Africa, oltre al terzo giorno, erano invece il settimo e il trentesimo a essere votati al ricordo dei morti. I riferimenti sono ispirati a fatti biblici: Gesù è risorto dal sepolcro il terzo giorno; Giuseppe, per le onoranze funebri del padre Giacobbe, indice un lutto di sette giorni (cf. Gn 50,10; Sir 22,13: «Il lutto per un morto, sette giorni»); al numero sette non è estraneo il richiamo al riposo sabbatico, adombrazione anche del riposo dei defunti[9]; la morte di Aronne e di Mosè fu pianta dal popolo per trenta giorni (cf. Nm 20,30; Dt 34,8). Attorno a questi dati biblici, dunque, la tradizione ha organizzato la celebrazione eucaristica per i defunti, selezionando per monaci e chierici usi diversi dai laici, tenendo conto anche di laici penitenti[10].

Speciale rilievo commemorativo dei defunti mediante l’eucaristia è costantemente riservato all’annuale anniversario della morte o sepoltura. Mentre la consuetudine pagana era di ricordare il compleanno del defunto (dies natalis), per i cristiani fu il giorno della morte in Cristo, il dies natalis appunto, ad essere commemorato liturgicamente. Ne parla già Tertulliano: «Oblationes pro defunctis, pro nataliciis, annua die facimus»[11]. E anche sant’Ambrogio: «Nos quoque ipsi natales dies defunctorum obliviscimur et eum, quo obierunt, diem celebri sollemnitate renovamus»[12].

I giorni terzo, settimo, trentesimo e anniversario, sono attestati nella tradizione liturgica latina: oltre nel citato Gelasiano, sono menzionati nel Supplemento del Gregoriano[13]; nel Missale Romanum del 1570 troviamo orazioni proprie «In die tertio, septimo, trigesimo depositionis defuncti» e il formulario «In anniversario defunctorum»[14]; così anche nel Missale Romanum del 1962[15]. Nel Rituale Romanum postridentino, anche in tali giorni era previsto l’Ufficio dei defunti (Mattutino e Lodi), seguito dalla messa e dal «rito dell’assoluzione al tumulo» (absente defuncti corpore), riprodotto in edizioni del Missale Romanum fino al 1962.

Nell’odierno Messale Romano è assente l’indicazione di giorni particolari per ricordare un defunto, eccetto l’anniversario[16], per il quale sono offerti vari formulari. L’assenza di indicazioni rubricali per la memoria di un defunto in dati giorni non la impedisce dove vi è la consuetudine, nel rispetto della normativa vigente.

2. Le messe «gregoriane»

Con il nome di «tricenarius gregorianus», poiché fatto risalire a san Gregorio Magno, è conosciuta la serie di trenta messe celebrate per trenta giorni consecutivi, in suffragio dell’anima di un defunto. Nei suoi Dialoghi, san Gregorio aveva dimostrato l’efficacia dell’offerta del sacrificio eucaristico per i vivi e i defunti, narrando a conferma episodi di grande impatto sui fedeli, gravati dal pensiero della dannazione eterna: celebrazioni di messe avevano allentato le catene di prigionieri, salvato da naufragi, liberato i morti dalle pene dovute ai loro peccati[17].

Per la serie del tricenarius il riferimento va al racconto dell’iniziativa presa da san Gregorio di fare celebrare trenta messe in suffragio del monaco Giusto. Questo il fatto[18]: morto in stato di colpevolezza per aver tenute nascoste tre monete d’oro, contravvenendo alla povertà, Giusto fu privato di sepoltura in luogo sacro; tuttavia, dopo trenta giorni, Gregorio ordinò al priore la celebrazione della messa a suffragio della sua anima «per trenta giorni consecutivi… senza omettere un solo giorno». Il trentesimo giorno, Giusto apparve al fratello Copioso, anch’egli monaco, annunziandogli: «Finora ho sofferto, ora sto bene, perché oggi ho ricevuto la comunione».

La pratica delle trenta messe applicate per un defunto si diffuse dai monasteri alle altre chiese, incontrando il desiderio dei fedeli di implorare dal Signore la liberazione dal purgatorio dell’anima dei loro cari[19]. La pia consuetudine fu approvata dalla Chiesa, che non ha mancato di condannare deviazioni e false interpretazioni e ha precisato le condizioni da rispettare da parte del sacerdote/sacerdoti, al fine di assolvere l’impegno assunto[20]. L’ultimo pronunciamento al riguardo è la Declaratio «de continuitate celebrationis missarum tricenarii gregoriani» della Sacra Congregatio Concilii, in data 24 febbraio 1967[21].

3. Commemorazione annuale dei defunti (2 novembre)

Dal sec. VII, in Occidente si trovano sparsi indizi dell’uso, in comunità e monasteri, di ricordare i loro defunti in una celebrazione eucaristica fissata il giorno/giorni successivi una festività dell’anno, come la Pentecoste, l’Epifania, il Santo fondatore di una chiesa.

Se già Amalario avanza l’idea di associare il suffragio per tutti i fedeli defunti alla celebrazione di Tutti i santi, la consuetudine della commemorazione del 2 novembre[22] risale all’iniziativa di sant’Odilone, abate di Cluny dal 904 al 1048, il quale «generale propositum per omnia monasteria sua constituit, ut, sicut in capite kalendarium novembrium festivitas agitur Omnium sanctorum, ita etiam in sequenti die, memoria generaliter ageretur pro requie omnium fidelium animarum, privatim et publice missae cum psalmis et eleemosynis celebrarentur»[23].

La commemorazione del 2 novembre si diffuse ben presto in varie diocesi di Francia e di Inghilterra. Nel sec. XII la si trova iscritta nel calendario della Basilica di San Pietro, mentre nella cappella papale entrerà nel sec. XIV.

Verso la fine del sec. XV, nel convento dei domenicani di Valencia, sorse l’uso per ogni sacerdote di celebrare tre messe il 2 novembre. Con l’approvazione papale, nel sec. XVIII tale privilegio fu esteso a tutti i sacerdoti di Spagna, Portogallo, America Latina e anche Polonia.

Nel 1915, Benedetto XV, con la Bolla Incruentum, estese a tutta la Chiesa il privilegio della triplice celebrazione, allo scopo espresso che una delle tre messe servisse in perpetuo a compensare i legati di messe per i defunti che, nel corso del tempo, fossero rimasti insoddisfatti[24].

4. Commemorazione mensile e settimanale

L’Ufficio dei defunti, indipendentemente da quello del giorno, era assai diffuso dalla fine del sec. VIII: era recitato il primo giorno libero del mese e il lunedì di ogni settimana, e anche tutti i giorni, eccetto nel tempo di Pasqua. A tale prassi si rifà il ricordo mensile e settimanale dei defunti prescritto dal Messale Romano del 1570[25], voluto da san Pio V per compensare la dispensa della recita quasi quotidiana dell’Ufficio dei defunti, a cui erano tenuti i chierici obbligati al coro.

Il primo giorno libero di ogni mese, eccetto nel tempo pasquale (così nel Messale del 1570, precisato poi anche in Avvento e Quaresima) e quando è prescritto l’Ufficio doppio o semidoppio, nelle chiese cattedrali, collegiate e monastiche si doveva celebrare la messa principale a suffragio dei defunti; nelle altre messe se ne faceva la commemorazione aggiungendo l’orazione Fidelium.

Similmente, la commemorazione dei defunti aveva luogo il lunedì di ogni settimana, eccetto nel tempo pasquale (in seguito anche in Avvento e Quaresima): la messa principale era di suffragio per i defunti; nel caso di messa propria del giorno, era prevista la commemorazione con l’aggiunta dell’orazione Fidelium. Da questa consuetudine deriva l’indicazione, riscontrabile ancora oggi nelle regole di istituti religiosi, di ricordare i confratelli/consorelle defunti il primo lunedì del mese[26].

La scelta del lunedì è da collegare alla credenza medievale del riposo domenicale, secondo la quale, in ragione della risurrezione del Signore, si riteneva che tutte le anime, sia nell’inferno come nel purgatorio, godessero di una tregua nelle loro sofferenze dal sabato sera al lunedì mattina; con la ripresa del lavoro settimanale, anche le anime riprendevano le loro pene: da qui la carità del suffragio[27].

5. Conclusione

È risaputo che spesso i libri liturgici recepiscono consuetudini diffuse e quando vi scompaiono certe indicazioni la prassi continua a osservarle. Vale anche per i giorni terzo, settimo, trigesimo della morte: se non figurano nell’odierno Messale, sono menzionati nel Direttorio sulla pietà popolare. C’è da pensare che la loro omissione dal Messale sia dovuta a vari motivi e cambiamenti di sensibilità, tra cui l’alleggerimento della prassi di ufficio e messa quotidiana per i defunti, e il recupero della verità dei segni (in tali giorni era permessa l’assoluzione al tumulo).

C’è da osservare che la memore preghiera per i defunti ha trovato arricchita espressione nella Liturgia delle Ore riformata a seguito del Vaticano II: l’ultima intercessione dei vespri, ogni giorno, ricorda i defunti. Nel precedente ufficio, tutte le ore – eccetto compieta – terminavano con l’espressione: «Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace». Nella riforma dell’ufficio

«… prevalse l’idea di mantenere come elemento stabile e quotidiano il ricordo dei defunti almeno una volta al giorno e precisamente ai vespri, Ora adatta per il suo contenuto escatologico. Ma la formula tradizionale mal si inquadrava nelle nuove strutture. Non si poteva tornare a formule appiccicaticce, prive di nesso logico con quanto precedeva o seguiva. Si doveva trovare una sua collocazione che la giustificasse come elemento organicamente inserito nel tessuto dell’ufficio. Questo posto si trovò nella serie delle intercessioni dei vespri»[28].



[1] Messale Romano, prefazio dei defunti I.

[2] Cf. S. Cipriano, Epistula I, 2: CSEL 3/2, 466-467; S. Agostino, Confessiones, IX, 12, 32: CSEL 33/1, 221-222; Concilio di Lione II, Professio fidei Michaelis Paleologi (6 luglio 1274), in DS 856; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1689.

[3] Conferenza episcopale italiana, Ordinamento generale del Messale Romano, LEV, Roma 2004 (OGMR), n. 379.

[4] Cf. M. Righetti, Manuale di storia liturgica, vol. II, L’anno liturgico, Ancora, Milano 19693, pp. 471-516.

[5] Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, LEV, Città del Vaticano 2002, n. 255, p. 215.

[6] Cf. L.C. Mohlberg - L. Eizenhöfer - P. Siffrin (edd.), Liber Sacramentorum Romanae Aeclesiae Ordinis Anni Circuli (Cod. Vat. Reg. lat. 316 / Paris Bibl. Nat. 7193, 41/56) (Sacramentarium Gelasianum), Herder, Roma 19813, CV, pp. 246-247.

[7] Per un commento a questo formulario – confronto tra il titolo e le orazioni – che lascia trasparire usi romani in ambito gallicano, cf. A. Chavasse, Le Sacramentaire Gélasien (Vaticanus Reginensis 316), Desclée & Cie, Tournai 1958, pp. 68-71.

[8] De obitu Theodosii, 3: Sancti Ambrosii Episcopi Mediolanensis Opera 18, 212 (la traduzione italiana a fianco purtroppo svisa il senso traducendo «trentatreesimo» e «quarantasettesimo» giorno).

[9] Commentando Gn 50,3, sant’Agostino rigetta la consuetudine del novendiale pagano per insistere, con l’autorità della Scrittura, sul settimo giorno: «Septenarius numerus, propter sabbati sacramentum praecipue quietis indicium est; unde merito mortuis tamquam requiescentibus exhibetur»: Quaestiones in Genesim, 172: NBA XI/1, 548; anche in PL 34, 596.

[10] Commentando il citato formulario del Gelasiano, Chavasse, Le Sacramentaire Gélasien, cit., pp. 69-70, nota la duplice consuetudine riservata ai monaci (la messa è celebrata i giorni I, III, IX e XXX, oppure il giorno della sepoltura e il III) e la duplice consuetudine riservata ai laici (per un buon laico, la messa è celebrata il III giorno o anche il IX e il XXX; per un penitente invece il XXX o il VII, dopo sette giorni di digiuno osservati dai parenti). Cf. anche Righetti, Manuale, cit., 478.

[11] De corona, III, 3: CCL 2, 1043.

[12] De excessu fratris, 2,5: Sancti Ambrosii Episcopi Mediolanensis Opera 18, 78.

[13] Cf. J. Deshusses (éd.), Le Sacramentaire Grégorien. Ses principales formes d’après les plus anciens manuscrits. Edition comparative I. Le Sacramentaire. Le Supplement d’Aniane, Éditions Universitaires, Fribourg 19792: il formulario CVII è titolato «In anniversario unius defuncti» (nn. 1429-1432); il prefazio n. 1735 è usato «in die depositionis defuncti III, VII e XXX».

[14] Cf. M. Sodi - A.M. Triacca (edd.), Missale Romanum. Editio princeps (1570), LEV, Città del Vaticano 1998, pp. 652-654.

[15] Nelle Rubricae generales Missalis Romani (codex 1960), nell’ampio cap. VI: «De missis defunctorum», il n. 417 tratta «De missis in die III, VII et XXX ab obitu vel sepulturae», e il n. 418 «De missa in anniversario».

[16] Particolare rilievo, anche celebrativo, è dato al primo anniversario: cf. OGMR 381.

[17] Cf. Dialoghi, IV, LVII-LVIII: SCh 265.

[18] Cf. Dialoghi, IV, LVII, 8-16: SCh 265, 189-195 (= IV, LV in PL 77, 420-421).

[19] Nel Medievo si conoscono altre serie di tre, cinque, sei, sette, nove, trenta, quaranta e più messe per un defunto: cf. J.A. Jungmann, Missarum sollemnia, vol. I, Marietti, Casale M. 1953, p. 111; Righetti, Manuale, cit., pp. 500-501.

[20] Cf. G. Sirnia, M. Gregoriane, in Enciclopedia Cattolica, VIII, 790.

[21] Cf. AAS 59 (1967) 229-230: i frutti permangono se la serie viene interrotta per malattia o ragionevole causa (funerale o matrimonio), fermo restando l’obbligo del sacerdote di completare al più presto le trenta messe.

[22] Cf. Righetti, Manuale, cit., pp. 512-513.

[23] De vita sancti Odilonis, II, XIII: PL 142, 927.

[24] Cf. P. Jounel, Le renouveau du culte des Saints dans la liturgie romaine, CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1986, pp. 205-206.

[25] Cf. Rubricae generales Missalis, al titoletto De Missis Defunctorum: le indicazioni del Missale Romanum del 1570 (Sodi - Triacca (edd.), Missale Romanum, cit., pp. 5-6) sono state precisate in seguito, rimanendo sostanzialmente le stesse. Della commemorazione mensile e settimanale dei defunti non si fa invece più parola nel Codex rubricarum del 1960 (che, al cap. VI, dà ampio spazio alla regolamentazione delle messe dei defunti).

[26] A seconda delle consuetudini, è facile trovare comunità religiose in cui, dopo la cena, si dà lettura dei nomi dei confratelli/consorelle defunti di cui ricorre l’anniversario il giorno seguente.

[27] Cf. Righetti, Manuale, cit., pp. 515-516.

[28] V. Raffa, Le nuove «preces» delle lodi e dei vespri. Appunti per la storia, in P. Jounel - R. Kaczynski - G. Pasqualetti (edd.), Liturgia opera divina e umana, CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1982, pp. 635-636.


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