La celebrazione eucaristica domenicale è sicuramente un momento liturgico straordinariamente importante, ma che non può escludere – pur nella sua unicità –, né prescindere da altri momenti della vita del cristiano adulto. In esso convergono infatti anni di preparazione condotta da vari soggetti istituzionali socioreligiosi; da questo momento dovrebbero poi derivare stimoli per tutte le componenti della vita del singolo e dell’intera comunità cristiana.
La celebrazione eucaristica domenicale mette in gioco una serie di competenze che costruiscono quella «actuosa participatio» che non consente a nessuno di limitarsi a essere presenza passiva: precettata, ma assente. Ora, non sfugge a nessuno che molte delle occasioni «normali» della vita cristiana sono poco valorizzate, sono condotte con distrazione e non di rado conducono a una banale routinizzazione dell’esperienza di fede. Per fortuna si può contare su un «serbatoio di bisogno» quasi inesauribile capace di mantenere in vita l’esperienza religiosa. Pur riconoscendo tutta la buona volontà da parte di moltissimi animatori, si deve constatare che i fedeli molto spesso si adattano, con una pazienza degna di Giobbe, a situazioni che in altri contesti di vita sarebbero mal sopportati: confessori che non sanno confessare, presidenti di assemblea che non sanno presiedere, catechisti degli adulti che non sanno catechizzare, lettori che non sanno leggere la parola di Dio... Si tratta di situazioni che smantellano in permanenza gli sforzi fatti. Non è sufficiente affermare che si vive in una società scristianizzata e priva di valori, occorre avere il coraggio di analizzare con metodo e con onestà critica quale cristianizzazione offriamo concretamente e in che modo testimoniamo di fronte all’opinione pubblica quei valori che decantiamo a parole. Questo acquista una speciale importanza quando l’oggetto analizzato ha al centro la celebrazione eucaristica domenicale: un’occasione che, se persa, non può non avere anche forti implicanze morali.
1. Partire dall’«actuosa participatio»
Di «partecipazione attiva» si parlava nel motu proprio di Pio X: Tra le sollecitudini (22 novembre 1903). Un testo non certo innovativo, che avrebbe voluto ristabilire il canto gregoriano – definito «supremo modello della musica sacra» –, e la polifonia di Pier Luigi da Palestrina. Per inciso, in questo documento si legge anche che: «I cantori hanno in chiesa vero ufficio liturgico e che però le donne, essendo incapaci di tale ufficio, non possono essere ammesse a far parte del coro o della cappella musicale... – pertanto – le voci acute dei soprani e contralti dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa». Questo passo ridimensiona molto il senso della «partecipazione attiva» secondo la mentalità di Pio X e fa capire quanto essa sia «datata» e da sottoporre all’«onesta critica» di cui si parlava sopra.
1.1. L’«actuosa participatio» dopo il Vaticano II
Di «partecipazione attiva» ritorna a parlare ufficialmente nel Vaticano II la Sacrosanctum concilium nei numeri 11, 14, 21, 27.
«La madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano [...] ha diritto e dovere in forza del battesimo» (n. 14).
Perché la partecipazione fosse resa ancor più agevolata, la riforma liturgica – com’è noto – si è imposta un lavoro di massima chiarificazione dei segni liturgici:
«In tale riforma occorre ordinare i testi e i riti in modo che esprimano più chiaramente le sante realtà che significano, e il popolo cristiano, per quanto possibile, possa capirle facilmente e parteciparvi con una celebrazione piena, attiva, e comunitaria» (SC 21).
Ma, per ottenere un buona partecipazione occorre «lavorare» anche sulla mediazione dei testi e dei riti, altrimenti non si può passare dalla potenza all’atto. Ci si deve impegnare, quindi, nella preparazione remota alla liturgia, nella catechesi prossima, nonché nella «mistagogia», ossia nell’approfondimento e nella riflessione attualizzante dei misteri che i vari sacramenti celebrano. In altre parole, e volendo esemplificare concretamente, si può affermare che il Messale che le comunità cristiane hanno nelle loro mani (non si dimentichi che il Lezionario è parte del Messale...) è certamente uno strumento pregevole anche se migliorabile. Ma non è sufficiente. Occorre che ci sia chi sa trasformare le rubriche rituali «scritte» in teologia della celebrazione; chi, dopo averne colto l’anima, sa far pregare l’assemblea con l’eucologia rinnovata e tradotta in lingua parlata. Chi, per fare tutto ciò, abbia piena coscienza della sua missione nella Chiesa e vi si dedichi con umiltà e impegno, evitando deprecabili distrazioni. (Si cercano giustificazioni per dimostrare che la donna non può fare il prete, ma non mi pare si metta lo stesso impegno per esigere che il prete «faccia» il prete).
1.2. Strumenti per una verifica
La «semiotica», ossia la scienza che studia i processi di comunicazione, ci offre gli strumenti di verificare l’uso dei «codici» e delle «codificazioni» cui ricorriamo per comunicare. Per codici e codificazione si intende proprio ciò che consente di «porre in essere» i testi e i riti sia per quanto concerne la loro stessa formulazione, sia la loro stessa mediazione. Ci sono delle regole, dei riferimenti comuni – in relazione sia alla fase significazionale sia a quella referenziale – sui quali tutti siamo (o dovremmo essere) d’accordo: dei gesti, dei luoghi, delle parole e dei modi di pronunciarle che sono diversi in base ai generi e alle circostanze, degli indumenti, degli oggetti... che dovrebbero poterci rinviarci immediatamente a dei significati univoci. Questo – che dovrebbe essere vero in teoria – nella realtà non sempre lo è. Ad esempio, c’è chi suppone che l’unico canto liturgico possibile sia quello gregoriano e lo vorrebbe imporre a tutti. Non si rende conto che la sua codificazione, fortemente idiolettica, non è «per la comunicazione» ma «per l’imposizione» (terrorismo semiotico) e che, dunque, non faciliterà la «partecipazione». A questa e questioni simili hanno cercato di dare una risposta coloro che hanno scritto i cosiddetti Praenotanda dei libri liturgici. Si prenda, ad esempio, il Messale Romano: aprendolo alle pagine XXI-XXII, che trattano i Diversi elementi della messa, e leggendo il n. 19 sull’Importanza del canto si troverà la spiegazione di come deve essere inteso il «codice sonoro» (= canto). Innanzi tutto, con riferimento alla Bibbia (Col 3,16 e At 2,46) e ai Padri della Chiesa (sant’Agostino) vi si ricorda immediatamente che «il cantare» è l’atteggiamento tipico del cristiano, che ha un significato escatologico: «I fedeli che si radunano nell’attesa della venuta del loro Signore, sono esortati dall’Apostolo a cantare insieme salmi, inni e cantici spirituali», si tratta di «attesa gioiosa» e di «attesa riconoscente e amorosa». Subito dopo si dà un’indicazione relativa all’aspetto «culturale» della codificazione:
«Nelle celebrazioni si dia quindi grande importanza al canto, tenuto conto della diversità culturale della popolazione e della capacità di ciascun gruppo...».
Questo ci dice che il modo di cantare non deve essere necessariamente sempre identico per tutte le comunità e che se il criterio di scelta dello stile è culturale, il contenuto del canto liturgico deve essere dettato dal contesto liturgico. Nasce così l’esigenza di costituire un «repertorio» di servizio e di riferimento. Indispensabile che si scelga di cantare le parti che danno maggiore importanza al coinvolgimento dell’intera assemblea. Alcune parti della messa, sono «necessariamente» da eseguirsi con il canto – ad esempio l’Alleluia – tanto che al n. 39 si legge: «l’Alleluia e il versetto prima del Vangelo, se non si cantano, si possono tralasciare» (ribadito nell’IGMR [2000] 63c). Questo significa che certi Alleluia recitati frettolosamente sono un controsenso e non rispettano la codificazione sonora «liturgica».
Da tutto quanto si è detto è facile intuire una regola molto semplice, ma che spesso è trasgredita (non solo dai fedeli, ma anche da chi i fedeli li dovrebbe istruire) e la regola è questa: se la liturgia è comunicazione, dialogo e gioiosa preghiera, si deve avere l’umiltà di conoscere e studiare con cura i modi di questa comunicazione, di questo dialogo e di questa gioiosa preghiera: anche l’orecchio e l’occhio vogliono la loro parte, dal momento che siamo ancora esseri umani e che ci affidiamo ai sensi per comunicare. Ma non basta!
Certi canti imparati a memoria inducono a una certa esecuzione meccanica e fanno perdere il contatto con il contenuto, soprattutto se il canto non è ripreso, richiamato e valorizzato nella celebrazione, ossia quando risulta un quasi abbellimento – un ornamento – alla celebrazione e non un apporto coerentemente necessario (SC 112). Così la Commissione episcopale per la liturgia della CEI al punto 6 della Premessa al Repertorio nazionale di canti per la liturgia. insiste sul criterio prioritario della «pertinenza rituale», punto di riferimento per tutti e in ogni occasione, e aggiunge: «È indispensabile che ogni intervento cantato possa divenire elemento integrante e autentico dell’azione liturgica in corso». (Nelle messe teletrasmesse si vedono ancora troppe corali vestite in abito da sera, per nulla integrate nell’azione liturgica).
Ho esemplificato utilizzando il «codice sonoro», perché esso ha un particolare peso nella partecipazione liturgica del «giorno del Signore» (cf. Dies Domini, 50) e gioca un duplice ruolo in quanto proposta di espressione creativa e di ascolto attivo; ma non è l’unico.
2. La mediazione della Parola
Altri, in questa monografia, si occupano in modo esteso della teologia sacramentale della proclamazione della Parola. Qui – come si è detto per il codice sonoro – ci si sofferma sul duplice ruolo propositivo e di ascolto attivo.
Nella celebrazione eucaristica domenicale si ha come una «paradigmaticità» rispetto alle altre celebrazioni eucaristiche (DD 34-36). Ecco perché il papa chiede, a distanza di oltre trent’anni dal concilio, una necessaria verifica su come la parola di Dio venga proclamata, nonché l’effettiva crescita, nel popolo di Dio, della conoscenza e dell’amore della Sacra Scrittura (DD 40).
Qui si innesta una numerosa serie di domande e di riflessioni su come ci si prepara alla lettura e all’ascolto della Parola; su come sono composte, proposte e recepite le omelie. A questo proposito, sarà utile ritenere nel giusto conto quanto osservato nel can. 762 del CIC:
«Dal momento che il popolo di Dio viene radunato in primo luogo dalla parola di Dio vivente, che è del tutto legittimo ricercare dalle labbra dei sacerdoti , i sacri ministri abbiano grande stima della funzione della predicazione, essendo tra i loro principali doveri annunciare a tutti il Vangelo di Dio».
Non si può dimenticare che per tanti anni (secoli) la Bibbia non è stato il pasto consueto dei cristiani (come non lo è stato la predicazione per i parroci). E se la Commissione episcopale per la dottrina della fede e la catechesi della CEI nella Nota pastorale La Bibbia nella vita della Chiesa (18.11.1995) liquida il problema in modo a dir poco semplicistico: «Per lungo tempo la lettura personale della Bibbia restò limitata ad alcuni ambienti, per motivi peraltro comprensibili dal punto di vista storico e sociale» (n. 6), non si può trascurare il fatto che l’anelito registrato dalla Dei Verbum: «È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura» (n. 22) non sia stato sempre facilitato.
Nei vari documenti che si occupano della mediazione della Parola si accenna spesso alla presenza di associazioni, gruppi e movimenti. Questi – per lo più di origine laicale – si sono organizzati autonomamente per una lettura funzionale della Parola dotandosi di «particolari risorse». In altri tempi sarebbero stati guardati con sospetto, forse perseguitati; oggi non più, anche se un maggiore discernimento sui modi di accostarsi al testo sacro, di interpretarlo e di applicarlo, non sarebbe fuori posto. Tuttavia, al di fuori di queste «isole felici», esistono grosse carenze sottolineate anche dalla Nota La Bibbia nella vita della Chiesa al n. 10: «I fedeli sono ancora poco stimolati a incontrare la Bibbia e poco aiutati a leggerla come parola di Dio. Ci sono persone che vogliono conoscere la Bibbia, ma spesso non c’è chi spezza loro il pane della Parola... Anche i presbiteri e i diaconi, ministri della predicazione della Parola, non sempre si mostrano adeguati al compito...». Qualche parola la si dovrebbe dire a proposito di coloro che la Dei Verbum indica come i «depositari della dottrina apostolica» cui di conseguenza compete «istruire opportunamente i fedeli loro affidati circa il retto uso dei libri divini...» (DV 25). La posta è veramente troppo importante e nulla può essere dato per scontato.
2.1. Proclamare la Parola
Il giorno del Signore mette in gioco ogni tipo di preparazione e chiama in causa tutte le ministerialità ecclesiali legate alla Parola. Un lettore liturgico, non è mai solo un buon dicitore; egli è anche un discreto conoscitore della Bibbia, probabilmente un catechista. Un manuale classico sull’argomento come quello curato da C. Duchesneau – Parola del Signore. Una guida per la celebrazione della Parola, Marietti, 1983 – prima di presentare la «tecnica» della lettura in pubblico si premura di presentare il sacro testo e chiede «familiarità con la Bibbia». Qualche anno fa fu messo in commercio un cofanetto con quattro audiocassette e due fascicoli dal pretenzioso titolo: Dire la Parola. Come far parlare la Bibbia. In esso gli attori, F. Giacobini e A. Goodwin, offrivano alcune lezioni di dizione utili per chi deve leggere in pubblico. Al compianto V. Gassman era dedicata una lunga intervista nel corso della quale egli insegnava a declamare vari testi: letterari e biblici. Quel sussidio non esauriva certo il problema della proclamazione di un testo biblico – realtà anzi quasi ignorata –, ma consentiva almeno di rendersi conto che non ci si può improvvisare lettori. Leggere la parola di Dio in un’assemblea liturgica domenicale è molto più complicato che declamare l’Infinito di Leopardi. In ambito liturgico non c’è un attore che «interpreta» idioletticamente (ossia «per sé» davanti ad altri), ma un servo della Parola che «proclama» socioletticamente (ossia media «per altri», «a favore di altri» in nome di Dio). Non è necessario essere bravi come Gassman... lo si deve essere molto di più, ma in altra direzione. Il lettore liturgico ha ascoltato Dio, ne ha capito la Parola e si sforza di «essere Dio che parla» per la comunità. Si rilegga, a questo proposito, la bella pagina di Es 4,1-17, in particolare il v. 16, nel quale Dio dice a un Mosè un po’ troppo titubante: «egli [Aronne] sarà per te la bocca, e tu sarai per lui un dio».
Quando si parla della proclamazione della Parola si è invitati a pensare oltre alla preparazione nel contesto del mondo laicale parrocchiale, anche ai seminari, alle università pontificie, agli istituti presso i quali si formano quei futuri diaconi, presbiteri... e vescovi che dovranno «spezzare il pane della Parola». In questi casi è assai utile praticare la lettura pubblica ad alta voce, registrata e riascoltata con l’aiuto di persona competente che sia in grado di correggere gli errori più comuni ed evidenti (respirazione, controllo dell’emissione della voce, articolazione della parole senza mangiarsi le sillabe, regolazione del volume anche in riferimento al microfono, modulazione della voce per facilitare il passaggio da un tono all’altro, inflessione, conoscenza previa del significato del testo, ritmi, pause, dizione). Un testo inizia a essere proclamato fin dall’avvicinarsi del lettore all’ambone. Questo è evidentissimo per il testo del Vangelo – preparato da un complesso apparato rituale (cf. IGMR [2000] 131-134) –, ma lo deve essere, anche se pure in misura diversa, per le altre letture: ci si reca all’ambone con calma e con una certa solennità, partendo da un luogo che sia prossimo a quello della proclamazione, non a testa bassa e vergognandosi come un ladro; non occorrono genuflessioni o segni di croce con bacio finale; giunti all’ambone e prima di iniziare la lettura è bene respirare per scaricare la tensione, guardare l’assemblea per stabilire con lei un contatto, controllare la distanza del microfono (soprattutto quando chi ha letto prima era di statura diversa), verificare l’esattezza della lettura, quindi enunciare il libro della Bibbia e, dopo un breve pausa, iniziare senza fretta la proclamazione. Alla fine della lettura si guarda l’assemblea e si conclude con: «Parola di Dio», attendendo che tutti rispondano con l’acclamazione. Solo allora si lascia l’ambone, e con la stessa calma con la quale vi si è giunti si ritorna al posto: senza correre, senza fare genuflessioni, senza ridere, senza proteggersi il volto per la vergogna o altre cose che si vedono fare da lettori occasionali o impreparati. Il nuovo IGMR aggiunge: «Tunc breve spatium silentii, pro opportunitate, servari potest, ut omnes, ea quae audierunt breviter meditentur» (nn. 128, 130), suggerimento che viene esplicitato anche dopo l’omelia (n. 136). In tal senso non si fa che sottolineare l’opportunità dell’atteggiamento di ascolto che segna tutta la liturgia della Parola e che aborre ogni frenesia rituale.
2.2. I sussidi e i «foglietti della domenica»
Dopo quanto si è detto credo risulti evidente che in presbiterio i «foglietti della domenica» non dovrebbero avere accesso se non come sussidi discreti e quasi invisibili. Ci può essere chi se ne serve per l’omelia, per avere a portata di occhio i testi completi delle letture, ma non dovrebbero certo essere all’ambone per sostituire il Lezionario o l’Evangeliario. Questo è ciò che «dovrebbe essere». Purtroppo situazioni deprecabili ma esistenti chiedono non un atteggiamento di arrogante intolleranza nei confronti dei «foglietti della domenica», quanto piuttosto un programmato lavoro correttivo nei confronti delle cause che li rendono indispensabili durante la celebrazione: lettori occasionali, maldestri e impreparati, parroci o preti che predicano di tutto meno che della parola di Dio, o che scelgono di leggere arbitrariamente un frammento della lettura prevista dal Lezionario, o ignorano sistematicamente l’Antico Testamento perché – secondo loro – è superato. In questi casi disperati e vergognosi – ma meno infrequenti di quanto si creda – i «foglietti della domenica» sono il cosiddetto male minore, se non addirittura la salvezza per il fedele che non voglia essere in balia di chi abusa del suo ruolo autonominandosi presidente-tuttofare.
Mi sono espresso con una certa fermezza perché talvolta si è costretti a subire le affermazioni violente di liturgisti intransigenti che non ammettono la gradualità delle maturazioni pastorali, e ignorano che oltre la loro – che è sicuramente un modello – esistono altre parrocchie e diocesi nelle quali ci sono ancora notevoli passi da compiere per raggiungere la perfezione.
I «foglietti della domenica» – che non sono tutti uguali e dunque non possono essere messi tutti sullo stesso piano – hanno una funzione piuttosto precisa e definita prima e dopo la celebrazione eucaristica.
Parlando con il direttore de «La Domenica», il più importante di questi «foglietti» – editato da più di ottant’anni per volontà di don Alberione, fondatore della Società San Paolo –, ho raccolto la testimonianza di chi ha un rapporto sincero e costante con i suoi abbonati, attualmente intorno al milione, e ha idee piuttosto precise sulle necessità e dunque sul servizio pastorale che occorre e intende offrire. «La Domenica» è utilizzabile, e in molti casi è di fatto utilizzata, almeno in tre momenti.
1. Prima della celebrazione offre al gruppo che la prepara uno strumento di base per il lavoro: contiene infatti un’ambientazione generale alla domenica, l’eucologia, il testo delle letture con una breve introduzione e uno schema di preghiera dei fedeli; nella quarta pagina la rubrica «Parole di vita» riporta le letture bibliche dell’intera settimana soffermandosi sul Vangelo. Il riquadro «Prega con il Vangelo» educa a formulare delle preghiere procedendo dalla meditazione sul Vangelo. Ci sono suggerimenti per i canti – fra i quali la melodia su pentagramma del ritornello del Salmo responsoriale –, e per la scelta della preghiera eucaristica. Molti parroci distribuiscono «La Domenica» ai loro collaboratori e con essi, dopo aver letto e meditato assieme le letture, preparano la celebrazione e impostano l’omelia. Inoltre, poiché i disegni che illustrano i Vangeli – nella prima pagina de «La Domenica» – sono curati e appositamente eseguiti da abili pittori, in alcune parrocchie vengono ingranditi e valorizzati a mo’ di cartellone tematico esplicativo della liturgia domenicale.
2. Dopo la celebrazione offre a quanti se la portano a casa un punto di riferimento per la meditazione basata sulle letture e sulle preghiere domenicali, continuando così quell’ascolto avviato durante la celebrazione eucaristica. Nulla vieta che una volta a casa – essendo educati a farlo –, nel corso della settimana possa aiutare a riflettere ulteriormente sui testi biblici o a cercarli direttamente sulla Bibbia, per approfondirne il contesto. Non sempre chi ha il Messalino festivo ha il coraggio di sottolinearne o «glossarne» il testo, con il foglietto è più semplice e lo si può poi raccogliere e conservare, accompagnandolo con gli appunti e le riflessioni personali e/o familiari.
3. Durante la celebrazione è forse il momento più problematico, ma avere a disposizione il foglietto può senza dubbio aiutare a seguire meglio la celebrazione quelle persone che hanno difficoltà varie. Si dovrà sempre ricordare che il foglietto è un aiuto, non una prigione pastorale. La preghiera dei fedeli in esso contenuta, ad esempio, offre uno schema che può essere tutto o in parte modificato adattandolo alla realtà della comunità. «La Domenica» indica i temi delle «giornate» e li inserisce nella preghiera dei fedeli.
Come ci sono parroci che leggono direttamente le omelie preconfezionate delle riviste ad hoc, senza un minimo di fantasia, o quelli che si limitano ai formulari ecologici più in uso, dimostrando di non aver sfogliato mai con un minimo di attenzione il Messale, così ci sono quelli che dipendono pedissequamente dal foglietto. Tanto più che alcuni di questi foglietti, riportando addirittura la preghiera eucaristica, aiutano la pigrizia del prete permettendogli di non aver neppure più bisogno del Messale.
Se attenzione ci deve essere nel discernere l’uso dei foglietti, questa deve rivolgersi con speciale acribia ai contenuti e alla specifica proposta pastorale che essi concretamente offrono. In questo i «foglietti» non sono tutti uguali! Come non lo sono i Messalini e tanti altri sussidi in circolazione. Il fatto è che tutti riportano la dicitura: «Con approvazione ecclesiastica». Ora, in alcuni casi o tale dicitura è falsa, o è stata in qualche modo «carpita», o è stata concessa con imperdonabile superficialità dai soggetti ecclesiastici che ne hanno l’autorizzazione.
L’ottimo sarebbe che in ogni parrocchia e in ogni famiglia ci si preparasse alla celebrazione eucaristica domenicale; che tutti si fosse educati all’ascolto della Parola, alla preghiera, al canto, al gesto... alla ministerialità; che i parroci fossero profondi conoscitori della Parola (e delle necessità del loro gregge, senza ignorare che esso è molto più esteso rispetto a quello che frequenta la chiesa di domenica) e la sapessero porgere in celebrazioni partecipate, attraverso omelie brevi e corpose, capaci di muovere gli animi...
Non si tratta di una realtà irraggiungibile. C’è chi, in vista di questo ideale di parrocchia, ha costruito un progetto pastorale di tutto rispetto, che dopo essere stato implementato in vari contesti culturali, è diventato un programma-tipo adattabile in situazioni diverse (cf. J.B Cappellaro-G. Liut-L. Canesso-F. Cossu-J. Mcnaab, Da massa a popolo di Dio. Progetto pastorale, Cittadella, Assisi 19942, 145-153). In esso l’ascolto, la comunicazione, il servizio, in riferimento a Dio e agli uomini, diventano le costanti del cammino pastorale in cui si inserisce anche la liturgia nella sua giusta posizione di punto di arrivo e di partenza.