È ormai arrivato il momento – sicuramente, e per molti versi, atteso – di fare il punto sulla pietà popolare considerata in sé e nei suoi rapporti con la liturgia. Tale «momento» è scandito da un punto di riferimento costituito dal Direttorio su pietà popolare e liturgia, edito in questo anno 2002 dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.
Di fronte a questo documento – come capita di fronte a quelli di una certa importanza – «RL» è provocata per una riflessione che senza dubbio non presume di esaurirsi in queste pagine; ma che, comunque, intende prospettarsi almeno come contributo per una «lettura» della ricchezza contenutistica e delle prospettive racchiuse nel Direttorio.
Con la data del Decreto di approvazione e promulgazione del Direttorio – 17 dicembre 2001 – viene finalmente reso di pubblico dominio il frutto di una riflessione che era iniziata nel mese di novembre del lontano 1989. Il Coetus, costituito appunto in quel mese, si era riunito per la prima volta il 16 dicembre 1989, con l’obiettivo di studiare i vari aspetti della pietà popolare nei suoi rapporti con la liturgia, per proporre formulazioni concrete in vista dell’azione pastorale. Fin dall’inizio, pertanto, risultava chiara la prospettiva in cui si poneva la linea dei lavori: ottemperare al dettato di Sacrosanctum concilium 13 per venire incontro alle numerose attese provenienti, in particolare, dall’ambito pastorale, oltre che chiarire una buona volta la confusione tra pietà e religiosità popolare.
L’elaborazione del testo è stata lunga. I documenti di archivio potrebbero raccontare con dovizia di particolari il cammino che è stato compiuto durante le riunioni mensili del Coetus fino all’ottobre del 1993, quando il Direttorio si presenta ormai in una stesura quasi definitiva. Le riunioni del Coetus durante il 1994 tendono a realizzare quei ritocchi e completamenti indispensabili quando la visione d’insieme si fa più concreta e oggettiva. A questo scopo viene fatto predisporre un primo Indice analitico, in modo da far emergere la ricchezza racchiusa nell’insieme di quanto elaborato. Il Coetus si riunisce per l’ultimo incontro nel novembre del 1995 (a sei anni esatti di distanza dalla sua istituzione!) formulando l’auspicio che la pubblicazione del testo – distribuito nella successione di ben 278 paragrafi – avvenga in tempi brevi, soprattutto per venire incontro alle numerose attese delle Chiese locali.
Ritocchi, revisioni, aggiunte e passaggi successivi fanno sì che il documento sia finalmente sottoposto al giudizio dei padri della Plenaria della Congregazione nel settembre 2001. Il testo che abbiamo tra mano è il frutto di tutto questo percorso.
Bisogna riconoscere che il testo definitivo ha rispettato l’originalità di quanto era stato frutto di ricerca attenta e, soprattutto, di una visione teologico-liturgica sempre all’insegna di un servizio effettivo alla Chiesa, alla sua liturgia, alle attese dei fedeli. Preziosa emerge la lezione della storia e i criteri teologici da cui scaturiscono le indicazioni racchiuse nella parte dispositiva del documento stesso; preziosa, soprattutto, la lezione che scaturisce dall’aver proposto l’anno liturgico come il locus princeps in cui ricollocare il cammino di educazione alla pietà popolare: il locus che permette di fare sintesi attraverso le più variegate espressioni che tale pietà finora ha espresso e che continuamente nella storia, anche in tempi recentissimi, fa emergere. Ci sembra questo il segreto di fondo che sottostà alla ricchezza racchiusa nel documento e che ne costituisce il cuore.
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Come si presenta oggi il Direttorio? Nella sua forma definitiva il Direttorio è strutturato in due parti. Dopo un’ampia e preziosa Introduzione – imprescindibile per entrare nella mens del testo, per avere finalmente una terminologia univoca e per cogliere il linguaggio proprio della pietà popolare –, il lettore è progressivamente guidato a scoprire nella prima parte le linee emergenti dalla storia, dal magistero e dalla teologia, per convergere poi – nella seconda parte – in quelle indicazioni che più sono attese dall’operatore pastorale.
I contenuti racchiusi nella prima parte mettono in mano all’operatore pastorale quei punti di riferimento necessari per comprendere e valorizzare quanto è tipico della pietà popolare. La lezione della storia (cf. cap. I) permette di cogliere origini e sviluppi di una complessa realtà che, al di là di qualche inevitabile deformazione, ha saputo essere uno spazio per diffondere e difendere la fede cristiana soprattutto quando il linguaggio liturgico risultava poco comprensibile. La voce del magistero (cf. cap. II) è stata e rimane un punto di riferimento prezioso per orientare i fedeli nel cogliere i valori e i pericoli della pietà popolare, come pure per identificare meglio il confine tra liturgia e pietà popolare. La riflessione teologica, infine (cf. cap. III), evidenzia i principi essenziali indispensabili per valutare e per rinnovare la pietà popolare.
Gli «Orientamenti per l’armonizzazione della pietà popolare con la liturgia» costituiscono l’oggetto della seconda parte del Direttorio. Al centro è posto il rapporto tra l’anno liturgico e le più diverse forme di pietà popolare (cf. cap. IV): si tratta del capitolo più sviluppato, in quanto non solo costituisce la linea di recensione dei principali pii esercizi finora riconosciuti, ma evidenzia soprattutto la dimensione (e i contenuti) di una pedagogia che mira esclusivamente a realizzare quanto espresso in SC 13: «... tali [pii] esercizi, tenuto conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, derivino in qualche modo da essa, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano». La venerazione per la santa Madre del Signore (cf. cap. V) e per i santi e i beati (cf. cap. VI), come pure i suffragi per i defunti (cf. cap. VII), e tutto ciò che ruota attorno a santuari e pellegrinaggi (cf. cap. VIII), sono tutti ambiti peculiari in cui si attuano forme di pia exercitia, devozioni, pratiche di pietà... (cf. SC 17, 105, 118) secondo luoghi e tempi particolari. Ognuno di questi capitoli, comunque, non si chiude in se stesso, ma rimane costantemente aperto e orientato a quello dell’anno liturgico: è questo l’ambito «ermeneutico» per una lettura dell’intero progetto offerto ora all’attenzione, alla fantasia e alla capacità educativa delle singole Chiese locali, in particolare alla responsabilità del vescovo e dei suoi diretti collaboratori (cf. n. 288).
C’è una prospettiva di ricerca che rimane aperta: anche se il Direttorio di tanto in tanto fa riferimento ai sacramenti (cf. il prezioso Indice analitico), perché attorno a queste fonti della grazia non si sono sviluppate nella storia tante forme di pietà popolare? L’interrogativo merita uno studio che forse può risultare più complesso di quanto non sembri.
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Come accostarsi al Direttorio? Chi avrà modo di studiare tutta la documentazione che si è accumulata in ordine all’elaborazione del Direttorio potrà rendersi conto dell’orizzonte davvero ecclesiale che ha continuamente animato la mens dei lavori. I risultati, letti con animo libero da precomprensioni, costituiscono la migliore convalida.
Nel riconoscere tutto questo, non possiamo non sostare un momento circa «aggiunte» recenti al Direttorio che intaccano soprattutto il cuore dell’anno liturgico: la Pasqua e la sua Ottava. Prendiamo atto della definitiva scomparsa della Dominica in albis: il titolo era ormai solo un reperto archeologico. Possiamo però esprimere forti dubbi circa l’opportunità di una Dominica de divina misericordia collocata nella II Domenica di Pasqua, soprattutto dopo una Quaresima che costituisce il percorso di una misericordia che viene incontro al fedele in cammino. «RL» si augura solo che forme devozionali legate a tale «titolo» (cf. Direttorio, n. 154) non vengano a turbare più di tanto la centralità del Triduo sacro e l’importanza di un’Ottava che prolunga nella settimana di Pasqua il mistero della risurrezione e della rinascita a nuova vita.
Posta questa premessa, ci sembra di dover ricordare al lettore che se ci si pone con mente aperta di fronte al Direttorio, si possono cogliere valori, stimoli, orientamenti, criteri di verifica... tali da segnare una nuova tappa nella vita della Chiesa e nel rapporto tra il fedele e la SS. Trinità. Se invece ci si muove con precomprensioni, allora scaturisce inevitabile il rischio gravissimo di continuare una confusione tra pietà e religiosità popolare, o sminuire l’importanza della pietà, o sopravvalutarla tanto da perpetrare o un’inutile incomprensione o un facile irenismo. Ma così non si educa!
Come accostarsi allora al Direttorio? Gli atteggiamenti e le prospettive con cui il lettore e soprattutto l’animatore si accosta al documento possono essere le più diverse. Tutte comunque hanno bisogno di tener presenti alcuni elementi che – a nostro parere – possono costituire una metodologia per un percorso ecclesiale:
– La pietà popolare è un dato di fatto nella vita della Chiesa; pertanto va valorizzata ed educata in quanto strumento prezioso di esperienza e di interiorizzazione del mistero rivelato, e luogo di inculturazione della fede.
– La pagina di storia della pietà evidenzia valori peculiari insieme a inevitabili limiti; prevale, comunque, il merito di essere stata – la pietas – il luogo di diffusione e conservazione della fede nel popolo cristiano. Dal come si valorizza la (e si educa alla) pietà popolare, l’oggi continua a scrivere pagine di storia nel cuore dei credenti.
– La conoscenza oggettiva – soprattutto a livello teologico e antropologico – di forme antiche o nuove di pietà popolare offre un quadro interpretativo serio per leggere sviluppi successivi al Direttorio. È il caso della Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae (16.10.2002) in cui Giovanni Paolo II ha riproposto, sviluppato e rilanciato – e, lo dobbiamo riconoscere, in modo esemplare – quanto sobriamente delineato nel Direttorio stesso.
– Il dettato di SC 13 trova nel Direttorio una felice attuazione; ora tale dettato ha bisogno di essere attuato nell’esperienza viva e vivente delle Chiese locali mediante un intelligente lavoro educativo che aiuti a cogliere il vero obiettivo delle più variegate forme di pietà popolare.
– La sfida più impegnativa risiede, senza dubbio, nel lavoro di mediazione che è chiamato a svolgere l’operatore pastorale, il quale viene a trovarsi tra i principi del Direttorio e forme e prassi locali che richiedono interventi educativi urgenti e talvolta radicali.
– Il cammino dell’anno liturgico diventa, allora, il locus più prezioso per formare la comunità cristiana a una prospettiva di sintesi. L’operatore pastorale ha in mano una chance unica che, attraverso la ciclicità della proposta, permette di incidere nella sensibilità dei fedeli creando – o ricreando – una mens tale da ricondurre tutto alla centralità del mistero della Pasqua.
– Imprescindibile emerge l’accento che va posto, anche per questo ambito, sul ruolo e sull’importanza della predicazione: sia quella ordinaria, che accompagna le celebrazioni dell’anno liturgico, sia quella legata in modo specifico alle forme proprie della pietà popolare (tridui, novene, mesi devozionali, pellegrinaggi, singoli pii esercizi...).
– Una vera educazione alla pietà popolare troverà la sua verifica nella partecipazione costante ai sacramenti, specialmente della riconciliazione e dell’eucaristia; se non si raggiunge questo traguardo ogni forma di pietas rimane vuota espressione di una religiosità che ha solo bisogno urgente di essere evangelizzata.
– Costante punto di riferimento e di verifica coraggiosa deve risultare il rapporto con un impegno di vita alla luce del vangelo, e con una spiritualità che attinge alle fonti della santità costituite dai sacramenti, e che proprio per questo può definirsi «ecclesiale».
Questo – per noi – è fare il punto sulla pietà popolare! Ed è in questa ottica che «RL» si è collocata nel predisporre una riflessione qual è quella racchiusa nelle pagine che seguono.
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Il presente fascicolo. La prima parola riconoscente è affidata alla rubrica In memoriam per ricordare l’illustre maestro e collega – il prof. don Achille Maria Triacca, sdb – che il Signore ha chiamato a sé il 4 ottobre 2002. È dal 1966 che l’insigne liturgista collaborava a «RL»; per questo lo ricordiamo in modo particolare perché il Signore sia la sua ricompensa anche per l’aiuto concreto che per quasi 36 anni ha dato alla nostra rivista.
– Studi. I quattro studi, che danno il tono alla riflessione, invitano a confrontarsi con i criteri che hanno ispirato il Direttorio; a vedere nell’anno liturgico il luogo di sintesi di quell’azione pastorale che annovera anche il confronto con la realtà della pietà popolare; a cogliere il segreto di una spiritualità che si fonda anche nelle forme della pietas; a educare, infine, alla pietà popolare in risposta al dettato conciliare di SC 13.
– Note. Le quattro note intendono solo aprire delle finestre su una realtà quanto mai variegata: dall’America Latina alle Filippine, passando per l’Italia e l’India... il lettore può fare un certo percorso; ma si tratta solo di aspetti esemplificativi, perché in questo ambito ogni paese, ogni cultura racchiude una varietà davvero grande e significativa di forme che raccontano il cammino di inculturazione della fede.
– Orizzonti. L’approfondimento del rapporto tra tra le benedizioni e il Benedizionale costituisce un momento prezioso per approfondire la problematica e per educare alla valorizzazione di una prassi notevolmente variegata.
– Note bibliografiche. Il breve contributo offre un richiamo a quanto prima è stato pubblicato da «RL» sul tema.
– Attualità. Sempre di grande attualità ogni intervento che pone in evidenza – da prospettive diversificate, ma sempre convergenti – la linea teologica della celebrazione del mistero.
– Indici. Secondo l’abitudine completano l’intero fascicolo gli indici sia degli autori, che hanno collaborato a vario titolo durante l’intera annata 2002, sia di tutti i contributi apparsi.
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L’annata 2002 era stata inaugurata con una riflessione circa il rapporto tra «corpo e rito», quale locus per una dialettica tra incarnazione e divinizzazione. Il tema della «domenica» e il forte invito alla riscoperta dello «spirito della liturgia» hanno costellato le due successive riflessioni. Il voluminoso fascicolo sulla «letteratura liturgica» – il sesto della serie! – ha messo a disposizione degli studiosi e dei cultori un materiale quanto mai ampio e variegato. L’ultima riflessione incentrata sul rapporto tra «pietà popolare e liturgia» mentre completa la serie dell’annata, viene quasi a costituire una conclusione di un discorso unitario che ha attraversato l’intera annata.
L’anno 2003 segna per la «RL» il momento per «celebrare» il 90° del proprio servizio alla scienza e alla vita liturgica. La rinnovata veste grafica non vuol essere solo di richiamo all’appuntamento, ma anche il segno di una volontà di servizio che «RL» intende continuare a svolgere. Verranno trattati temi riguardanti il rapporto tra disabili e partecipazione alla liturgia; si studieranno alcuni aspetti dell’editio tertia del Missale Romanum; si approfondirà il legame tra sacramenti e morale cristiana; e si completerà l’annata con gli Indici decennali di «RL» in coincidenza con il quarantennale della Sacrosanctum concilium. Il fascicolo che in modo particolare caratterizzerà il 90° sarà doppio e uscirà in concomitanza con quanto apparso nel lontano 1914!
Da parte di «RL» è forte la volontà di continuare a svolgere il proprio servizio «per la formazione liturgica»; da parte dei coeditori permane la disponibilità nell’impegno di energie non indifferenti. Ci auguriamo che la risposta fattiva dei lettori, degli amici e degli estimatori continui a concretizzarsi non solo nel rinnovo dell’abbonamento ma soprattutto nel far conoscere ad altri la validità di un servizio alla comunità ecclesiale e a coloro che – a diversi livelli di competenza – ne hanno la responsabilità formativa.