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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
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ANNO LITURGICO E PIETÀ POPOLARE. PER UNA FRUTTUOSA INTERAZIONE PASTORALE
Gianni Cavagnoli

Rilevante è il capitolo dedicato all’anno liturgico nel Direttorio su pietà popolare e liturgia[1] (= DPPL). Né poteva essere altrimenti, considerata l’importanza che assume «tale struttura temporale entro la quale la Chiesa celebra l’intero mistero di Cristo» (n. 84).

Pur non essendo scopo primario del documento soffermarsi su questa esperienza ecclesiale, per cercare di coglierla nella sua essenzialità e definirla, proprio per un’esatta armonizzazione tra le due realtà[2], è necessario avere chiara consapevolezza di ciò che ciascuna rappresenta, a cominciare appunto dall’anno liturgico.

1. Una chiarificazione iniziale

La visione attuale dell’anno liturgico parte dalla consapevolezza che non si è di fronte a una pura e semplice strutturazione del tempo, realizzata dalla Chiesa per distribuire le varie festività e i periodi particolari dell’anno. La convinzione di fondo permane quella dell’ebraismo, che mira alla santificazione del tempo, partendo dal suo carattere diversificato, così che «il rituale ebraico può essere caratterizzato come l’arte delle forme significative nel tempo, come architettura del tempo»[3]. In altri termini, «ogni giorno ha la sua speciale caratterizzazione. Ogni giorno è potenzialmente rivelativo. Ogni giorno presenta una nuova scelta, una nuova opportunità, una nuova responsabilità»[4].
In particolare il giorno di domenica la Chiesa «lo ha ricevuto, non lo ha creato: esso è per lei un dono: può goderne, ma non può né manipolarlo né cambiarne il ritmo, o il senso o la struttura; esso infatti appartiene a Cristo e al suo mistero»[5]. Inoltre, «la celebrazione, a cui partecipa oggi il credente, si configura come punto di incontro tra la storia della salvezza e l’anno liturgico, tra il tempo lineare e il tempo circolare. In quanto collocata nella storia, la singola celebrazione è qualcosa di nuovo rispetto a ciò che la precede, qualcosa di unico e irripetibile rispetto a tutti gli altri eventi. In questo nuovo si colloca l’azione imponderabile dello Spirito, che agisce sull’assemblea concretamente riunita in un tempo e in uno spazio specifici. La celebrazione è il momento dell’incontro tra lo Spirito di Dio e l’esistenza degli uomini, è il tempo esistenziale di tale incontro»[6].
Pertanto l’anno liturgico «è celebrazione continuata e progressiva di tutto il piano della salvezza, in una forma che è ad un tempo evocazione delle mirabili opere di Dio, culto filiale al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito, istruzione e santificazione della Chiesa: un intreccio che offre la più vasta tematica a ogni forma di catechesi, soprattutto nei tempi forti dell’Avvento e del Natale, della Quaresima e della Pasqua, orientati alla celebrazione della manifestazione del Signore e del suo mistero pasquale»[7].
Non solo. Fa parte irrinunciabile dell’anno liturgico anche il capitolo di Maria e dei santi. Nel DPPL assai opportunamente si cita il n. 104 della SC, dove si afferma testualmente: «La Chiesa ha inserito nel corso dell’anno anche la memoria dei martiri e degli altri santi». Non si trova, invece, il n. 103, dal quale si evince che «nella celebrazione di questo ciclo annuale dei misteri di Cristo, la santa Chiesa venera con peculiare amore la beata Maria Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l’opera del Figlio suo».
In ogni caso, seppur trattati a parte, anche per ragione di equa distribuzione dei contenuti, i capitoli V e VI, rispettivamente dedicati alla venerazione per la santa Madre del Signore (nn. 183-207) e alla venerazione per i santi e i beati (nn. 208-247), andavano opportunamente collegati con il capitolo IV, trattandosi della medesima celebrazione del mistero di Cristo, considerata dal versante del soggetto, cioè della personalità di Maria e dei santi. Infatti, «la catechesi ha modo di presentare, con ricchezza di insegnamenti, Maria santissima e i santi, nei quali Dio manifesta la sua presenza, Cristo riproduce la sua immagine di Figlio di Dio incarnato, la Chiesa ammira modelli di vita e venera intercessori presso il Padre»[8].
È senz’altro vero, però, che nei vari periodi liturgici il DPPL esamina la presenza della figura di Maria e, conseguentemente, di quanto la liturgia prospetta per onorarla[9]. Ad ogni modo, era sufficiente, sempre per chiarezza metodologica e correttezza contenutistica, inserire nel quadro dell’anno liturgico la venerazione di Maria e dei santi, perché lì avviene.
I vari capitoli si snodano poi nella loro sequenza, a cominciare da quello domenicale, giustamente presentato, nell’ottica dell’insegnamento conciliare (cf. SC 106), come «festa primordiale» e «fondamento e nucleo di tutto l’anno liturgico».

2. La domenica

La trattazione è quanto mai sobria e si limita a ribadire il criterio che percorre tutto il DPPL: «Il giorno del Signore non deve essere subordinato alle manifestazioni di pietà popolare. Non è pertanto il caso di insistere su pii esercizi per il cui svolgimento viene scelta la domenica come punto di riferimento cronologico» (n. 95). Non essendo specificato o esemplificato di quali pii esercizi si tratti, non è possibile valutare se possono trovare armonizzazione con la messa domenicale, dato che al centro del giorno del Signore sta proprio la celebrazione eucaristica.
Al riguardo si richiama la possibilità, prevista dalle Norme generali, di poter trasferire alle domeniche del tempo ordinario quelle celebrazioni «che ricorrono in settimana e che sono particolarmente care alla pietà dei fedeli, purché nell’elenco delle precedenze, abbiano la precedenza sulla domenica stessa»[10]. Se ne dà pure la motivazione: «Per il bene pastorale dei fedeli (ad bonum pastorale fidelium procurandum)». Forse, almeno a scopo indicativo-promozionale, rientrava nella natura di un Direttorio fornire qualche esempio, evidenziando in che senso il cambio prospettico di una celebrazione domenicale può arricchire il bene «pastorale», perché simile prospettiva non rimanga una chimera.
Anche più oltre si parla di «tradizioni popolari e culturali», che rischiano di invadere la celebrazione della domenica, inquinandone lo spirito cristiano. Da qui la conseguente esortazione ai pastori, perché operino un discernimento «che salvi i valori presenti nella cultura di un determinato contesto sociale e soprattutto nella religiosità popolare, facendo in modo che la celebrazione liturgica, specie quella delle domeniche e delle feste, non ne soffra, ma piuttosto ne sia avvantaggiata» (n. 95).
Pur confermando la validità dell’affermazione, tra l’altro ripresa alla lettera dalla Dies Domini[11], permane la genericità del discorso, che non permette di pensare concretamente a quali tradizioni popolari e culturali si alluda. Difatti, si evidenziano da una parte l’apertura a quei valori che non ostano lo spirito cristiano; dall’altra, la responsabilità dei pastori in quest’opera così delicata, che richiede preparazione e capacità critica, nel senso più vasto del termine.
Per ragioni di completezza, non si può tuttavia tacere che, per quanto attiene il giorno domenicale, risultava quanto mai opportuno passare dall’affermazione dei principi alla concreta realtà pastorale, come hanno fatto i vescovi italiani nel loro documento sul giorno del Signore, a tutt’oggi intonso nel suo eccelso valore. Ebbene, è proprio questo episcopato ad affermare che «il giorno del Signore ha il suo centro nella celebrazione eucaristica, ma non vive solo di questa. Accanto all’eucaristia c’è l’ufficio di lode, l’adorazione silenziosa o solenne e ed altre forme di pietà che la tradizione ci ha consegnato»[12]. Tra queste viene enumerata, ad esempio, «la tradizionale pietà per i defunti, espressa dalla visita domenicale al cimitero; se ben compresa, essa si iscrive in quella visione di fede che fa della domenica l’annuncio dell’ottavo giorno: quel sereno pellegrinaggio non è solo rimpianto per la persona estinta; è anche, e soprattutto, un atto di fede, una professione di speranza»[13].
Vi si citano anche i gesti di carità, quali segni veri ed efficaci della presenza di Cristo tra i suoi. E si afferma, in maniera assai chiara: «Si tratta di gesti profondamente umani e cristiani allo stesso tempo: tante persone si accorgeranno solo da una visita, da un sorriso ricevuto che è domenica anche per loro»[14].
Con tale dettato non solo si esemplifica come si traduce concretamente la pietà popolare, ma, senza vederla assolutamente in rapporto concorrenziale con la liturgia, la si presenta come sua derivazione e come suo necessario completamento.

3. Il tempo di Avvento-Natale-Epifania

Una breve introduzione evidenzia come l’Avvento sia tempo di attesa, di conversione e di speranza (cf. n. 96), mentre nel Natale la Chiesa celebra il mistero della manifestazione del Signore: la sua umile nascita a Betlemme, l’epifania ai Magi, la teofania presso il fiume Giordano, il segno compiuto a Cana (cf. n. 106).
Esula senza dubbio dagli intenti di un Direttorio, per di più concernente la pietà popolare, quello di fornire, seppure sinteticamente, il significato liturgico-teologico di un periodo. Però, considerato che si enuclea egualmente un abbozzo di introduzione, specialmente per il tempo di Avvento ci si poteva ispirare a quanto stabilito nelle Norme generali, cercando di armonizzare tra loro i due momenti dell’attesa, quella del Natale e quella della definitività[15]. Senz’altro attuale è il richiamo a rispettare lo spirito dell’Avvento, salvaguardando quei valori «minacciati da un costume in cui la preparazione del Natale si risolve in un‘“operazione commerciale” con mille vacue proposte provenienti da una società consumistica» (n. 105). Come è altrettanto indispensabile celebrare in Natale «in un clima di sobrietà e di gioiosa semplicità e con un atteggiamento di solidarietà verso i poveri e gli emarginati» (n. 105).
Tutto ciò è possibile se, anche nell’ambito della pietà popolare, ci si interroga sul significato profondo del tempo e dell’attesa nell’ottica cristiana, che ci rende tutti egualmente persone che vanno incontro al Signore con le lampade accese e si adoperano per procurare l’olio dell’operosità (cf. Mt 25,1-13).
Brevissimi sono i richiami alle varie espressioni della pietà popolare in questo periodo: la corona dell’Avvento[16], le processioni d’Avvento, le «Tempora d’inverno», il presepio. A parte qualche puntualizzazione, che si sarebbe potuta aggiungere a quest’ultima usanza, per una sua più corretta realizzazione e interpretazione, per quanto riguarda la novena di Natale, presentata come efflorescenza della liturgia[17], è bene interrogarsi sulla sua reale identità. In altri termini: se si intende la novena «classica», celebrata nelle nostre parrocchie, questa costituiva un’altra modalità di cantare i Vespri, con l’aggiunta delle profezie iniziali e la concentrazione dei salmi nel ricco polisalmo. Più che pratica di pietà popolare è quindi azione liturgica a tutti gli effetti, già adattata, almeno nelle edizioni pubblicate recentemente, alla liturgia delle Ore e al suo eventuale inserimento nella celebrazione eucaristica.
Circa la valorizzazione della presenza di Maria nell’Avvento, si è posti di fronte a una prospettiva che rimane auspicio a carattere teologico-pastorale, ma non si è mai espressa concretamente nella pietà popolare, a parte la solennità dell’Immacolata, con la relativa novena. Senza pretendere affatto che l’Avvento diventi un «mese di Maria» (tra l’altro, anche nella maggiore estensione possibile, questo periodo liturgico non raggiunge mai tale lunghezza!), tuttavia a livello popolare non ha affatto assimilato e sviluppato simile dimensione. Molto si è scritto e predicato in questo senso dopo il concilio. Nondimeno la constatazione della Marialis cultus che questo tempo risulta particolarmente adatto per il culto della Madre del Signore, in quanto la liturgia presenta «un felice equilibrio cultuale, che può essere assunto quale norma per impedire ogni tendenza a distaccare – come è accaduto talora in alcune forme di pietà popolare – il culto della Vergine dal suo necessario punto di riferimento, che è Cristo»[18], è ancora ben lontana dal trovare realizzazione!
Per il periodo natalizio il DPPL offre anzitutto una buona sintesi dei valori, che dovrebbero caratterizzare ogni elemento della pietà popolare, la quale – si afferma testualmente –«li coglie intuitivamente» (n. 108). Non si fornisce, però, nessuna precisazione al riguardo. Sembra di essere posti di fronte a un grande affresco, ma senza la possibilità di poterlo contemplare nei suoi particolari.
Vengono snocciolati, uno dopo l’altro, il valore della spiritualità del dono; il messaggio di solidarietà che l’evento del Natale porta con sé; il valore sacro della vita e l’evento mirabile che si compie in ogni parto di donna; il valore della gioia e della pace messianica; il clima di semplicità e di povertà, di umiltà e di fiducia in Dio, che avvolge gli avvenimenti della nascita del bambino Gesù (cf. n. 108). E, come già nella presentazione dello spirito tipico dell’Avvento (cf. n. 105), si asserisce, a mo’ d’auspicio: «La pietà popolare, appunto perché intuisce i valori insiti nel mistero del Natale, è chiamata a cooperare alla salvaguardia della memoria della manifestazione del Signore, sì che la forte tradizione religiosa connessa con il Natale non divenga terreno per operazioni di consumismo e per infiltrazioni di neopaganesimo» (n. 108).
L’approccio alle varie espressioni della pietà popolare di questo periodo si barcamena tra l’enumerazione di celebrazioni liturgiche vere e proprie e alcune realtà tipiche della devozione, per le quali si formulano i soliti auspici di consonanza con la liturgia del giorno, dopo averne brevemente delineato i tratti essenziali. Per il giorno di Natale, ad esempio, si prospettano i «presepi viventi» e l’albero, rilevandone il significato essenzialmente cristologico (albero della vita e della croce); per il 28 dicembre, festa dei santi Innocenti, imprecisate manifestazioni cultuali e forme di carità verso i bambini[19]; per il 31 dicembre, l’esposizione prolungata dell’eucaristia e le veglie di preghiera; per l’1 gennaio, la «giornata della pace»; per l’Epifania, l’annuncio della Pasqua e delle principali festività, lo scambio dei doni, la benedizione delle case con le scritte in gesso, le iniziative missionarie e di solidarietà; per il 2 febbraio, a forte caratterizzazione popolare – si afferma (cf. n. 120) –, la processione con le candele, il riferimento alla «giornata della vita consacrata», di recente istituzione, e la riconoscenza per la maternità non solo di Maria, ma anche delle altre madri[20].
La preoccupazione per caratterizzare gli elementi della pietà popolare, è prevalentemente di natura apologetica, in riferimento alla liturgia: «La festa del 2 febbraio – si chiosa – conserva un carattere popolare. È tuttavia necessario che sia pienamente rispondente al genuino senso della festa. Non sarebbe giusto che la pietà popolare, celebrando la Presentazione del Signore, ne trascurasse il precipuo oggetto cristologico, per soffermarsi quasi esclusivamente sugli aspetti mariologici; il fatto che essa debba essere considerata come memoria congiunta del Figlio e della Madre, non favorisce una simile possibile inversione di prospettiva; la candela, conservata nelle case, deve essere per i fedeli un segno di Cristo “luce del mondo”, e quindi motivo per una espressione di fede» (n. 123).
Non si va oltre, ma, forse, per ora non è possibile agire altrimenti, considerando che il «popolo» che partecipa a questa celebrazione feriale è uno sparuto gruppetto, chiamato a vivere essenzialmente la liturgia. Sì, certo, c’è anche il ritiro delle candele, magari lasciate a disposizione fino alla domenica successiva. Ma la motivazione di questo «ritiro» non è né cristologica né mariana.

4. Il tempo di Quaresima-Pasqua-Pentecoste

Bella l’introduzione al periodo quaresimale che, con rapide pennellate, tratteggia il significato di questo tempo liturgico, «tempo di ascolto della parola di Dio e di conversione, di preparazione e di memoria del battesimo, di riconciliazione con Dio e con i fratelli, di ricorso più frequente alle armi della penitenza cristiana: la preghiera, il digiuno, l’elemosina» (n. 124).
Esplicita appare però, immediatamente, l’ammissione che «nell’ambito della pietà popolare non viene facilmente percepito il senso misterico della Quaresima e non ne sono colti alcuni grandi valori e temi, quali il rapporto tra il “sacramento dei quaranta giorni” e i sacramenti dell’iniziazione cristiana, come pure il mistero dell’esodo presente lungo tutto l’itinerario quaresimale. Secondo una costante della pietà popolare, portata a soffermarsi sui misteri dell’umanità di Cristo, nella Quaresima i fedeli concentrano la loro attenzione sulla passione e morte del Signore» (n. 124). E, più oltre, si ribadisce: «Il divario esistente tra la concezione liturgica e la visione popolare della Quaresima non impedisce che il tempo dei “quaranta giorni” costituisca uno spazio efficace per una feconda interazione tra liturgia e pietà popolare. Un esempio di questa interazione sta nel fatto che la pietà popolare privilegia alcuni giorni, alcuni pii esercizi, alcune attività apostoliche e caritative che la stessa liturgia quaresimale prevede e raccomanda» (n. 126).
Il primo di questi esercizi è anzitutto l’adorazione della croce, presente nella liturgia del Venerdì Santo, ma che la pietà popolare ama anticipare nel periodo quaresimale[21].
Vengono pure enumerate espressioni devozionali, quali la venerazione delle reliquie della croce mediante l’ostensione, il bacio e la processione. Tuttavia, queste manifestazioni cultuali sono immediatamente rapportate alla pienezza del loro significato: «La pietà verso la croce ha spesso bisogno di essere illuminata. Si deve cioè mostrare ai fedeli l’essenziale riferimento della croce all’evento della risurrezione: la croce e il sepolcro vuoto, la morte e la risurrezione di Cristo sono inscindibili nella narrazione evangelica e nel disegno salvifico di Dio. Nella fede cristiana, la croce è espressione del trionfo sul potere delle tenebre, e perciò la si presenta impreziosita di gemme ed è diventata segno di benedizione, sia quando viene tracciata su di sé che su altre persone e oggetti» (n. 128).
Anche la tendenza dei fedeli a rivolgere la loro attenzione ad aspetti singoli della passione di Cristo e ai relativi strumenti (corone di spine, flagelli, ecc.) è ricollocata nel suo giusto alveo[22].
Ci si sofferma poi, in particolare, sulla Via crucis, presentata come la «sintesi di varie devozioni sorte fin dall’alto Medioevo» (n. 132). Questo esercizio, tanto amato dal popolo, viene caratterizzato come «via tracciata dallo Spirito Santo, via amata dalla Chiesa», nel quale «confluiscono pure varie espressioni caratteristiche della spiritualità cristiana: la concezione della vita come cammino o pellegrinaggio; come passaggio, attraverso il mistero della croce, dall’esilio terreno alla patria celeste; il desiderio di conformarsi profondamente alla passione di Cristo; le esigenze della sequela Christi, per cui il discepolo deve camminare dietro il Maestro, portando quotidianamente la propria croce. Per tutto ciò la Via crucis è un esercizio di pietà particolarmente adatto al tempo di Quaresima» (n. 133). Essenziali solo le osservazioni sulla sua modalità attuativa (le 14 stazioni tradizionali o le forme alternative), dettata da due preoccupazioni fondamentali: la conclusione con la memoria della risurrezione del Signore[23] e la scelta dei testi, tra gli innumerevoli proposti[24].
Dopo un breve sguardo alla Via Matris, che contempla Maria partecipe della passione del Figlio e ne percorre «le tappe di quel cammino di fede e di dolore, nel quale la Vergine ha preceduto la Chiesa e che questa dovrà percorrere fino alla fine dei secoli» (n. 137)[25], si passa all’esame della Settimana Santa, avvalendosi dell’osservazione ermeneutica che «forte è il coinvolgimento del popolo nei riti della Settimana Santa. Alcuni di essi recano ancora le tracce della loro provenienza dall’ambito della pietà popolare» (n. 138).
Si considera anzitutto la processione iniziale della domenica delle Palme, di cui si evidenzia il carattere festoso e popolare. Si auspica però che «i fedeli siano istruiti sul significato della celebrazione, perché sia capito il suo senso»[26] (n. 139). Dettato ineccepibile.
Per il Giovedì Santo si analizza l’adorazione del SS. Sacramento, che segue la messa vespertina in cena Domini. Anche per questa si formula l’auspicio che «i fedeli siano illuminati sul senso della reposizione: compiuta con austera solennità e ordinata essenzialmente alla conservazione del corpo del Signore per la comunione dei fedeli nell’azione liturgica del Venerdì Santo e per il viatico degli infermi, è un invito all’adorazione, silenziosa e prolungata, del mirabile sacramento istituito in questo giorno»[27] (n. 141).
Per il Venerdì Santo si guarda alla processione del «Cristo morto», che si svolge generalmente in un clima di austerità, di silenzio e di preghiera, con la partecipazione di numerosi fedeli. Opportunamente si auspica: «È necessario tuttavia che tale manifestazione di pietà popolare né per la scelta dell’ora, né per le modalità di convocazione dei fedeli, appaia agli occhi di questi come un surrogato delle celebrazioni liturgiche del Venerdì Santo» (n. 143).
Circa il pio esercizio del Sabato Santo, che è la rappresentazione della passione di Cristo, a cui si aggiungono il ricordo della Vergine Addolorata e l’Ora della Madre, si esige la genuinità della pietà, che non deve «assumere i caratteri propri delle manifestazioni folcloristiche, che richiamano non tanto lo spirito religioso quanto l’interesse dei turisti» (n. 144). Vi si aggiunge l’interessante precisazione che «in riferimento alle sacre rappresentazioni va illustrata ai fedeli la profonda differenza che intercorre tra la rappresentazione, che è mimesi e l’azione liturgica, che è anamnesi, presenza misterica dell’evento salvifico della passione» (n. 144). Compito indispensabile quanto arduo, sul piano contenutistico, che richiede un’esatta comprensione del valore dell’anno liturgico.
Circa la Pasqua, sarà sufficiente segnalare le non poche manifestazioni di pietà popolare: l’incontro del Risorto con la Madre[28]; la benedizione della mensa familiare, che richiama la novità della Pasqua[29]; il saluto pasquale alla Madre del Risorto, con la benedizione dei fiori; la Via lucis, ottima pedagogia della fede, in quanto ricalca l’asserto: per crucem ad lucem. Infatti «con la metafora del cammino, la Via lucis conduce alla constatazione della realtà del dolore, che nel disegno di Dio non costituisce l’approdo della vita, alla speranza del raggiungimento della vera meta dell’uomo: la liberazione, la gioia, la pace sono valori essenzialmente pasquali. La Via lucis, infine, in una società che spesso reca l’impronta della “cultura della morte”, con le sue espressioni di angoscia e di annientamento, è uno stimolo per instaurare una “cultura della vita”, una cultura cioè aperta alle attese della speranza e alle certezze della fede» (n. 153).
Non si spendono molte parole sulla devozione alla divina misericordia, connessa con l’ottava di Pasqua e legata ai messaggi della religiosa Faustina Kowalska, canonizzata nel 2000. Si ribadisce ancora: «Si educhino i fedeli a comprendere tale devozione alla luce delle celebrazioni liturgiche di questi giorni di Pasqua» (n. 154).
La novena di Pentecoste e la celebrazione vigiliare di questa solennità si situano appieno nella realtà liturgica. Anzi, acutamente si osserva che «il mistero della Pentecoste rischiara la pietà popolare: anch’essa è una dimostrazione continua della presenza dello Spirito Santo nella Chiesa. Egli accende nei cuori la fede, la speranza e l’amore, virtù eccelse che danno valore alla pietà cristiana» (n. 156).

5. Il tempo durante l’anno

Come per gli altri periodi, l’esame delle principali manifestazioni/espressioni della pietà popolare si accompagna a suggerimenti orientativi, perché non solo questa si armonizzi con la liturgia, ma illumini la prassi di vita cristiana.
In rapida sequenza, si affronta anzitutto la solennità della santissima Trinità, con un’inquadratura storica. Più che ricordare questo o quel pio esercizio, si sottolinea che «ogni forma genuina di pietà cristiana deve avere il necessario riferimento al solo vero Dio Uno e Trino, il Padre onnipotente e il suo Figlio unigenito e lo Spirito Santo» (n. 157). E, dopo aver evidenziato come le azioni liturgiche si aprono con la lode alla Trinità (il «Gloria al Padre...»), si raccomanda: «È necessario che l’orientamento trinitario sia un elemento costante anche nella pietà popolare. Ai fedeli deve risultare manifesto che i pii esercizi in onore della beata Vergine, degli angeli e dei santi hanno come termine ultimo il Padre, dal quale tutto procede e al quale tutto conduce; il Figlio, unico mediatore, senza il quale è impossibile accedere al Padre; lo Spirito, sola sorgente di grazia e di santificazione» (n. 158).
La solennità del Corpo e Sangue del Signore, anch’essa brevemente collocata nella storia, offre l’opportunità di riaffermare le realtà di fondo della devozione eucaristica[30], insite nella processione[31] e particolarmente nell’adorazione eucaristica. In essa «convergono forme liturgiche ed espressioni di pietà popolare di cui non è facile distinguere nettamente i confini» (n. 165): «visita» al SS. Sacramento, adorazione vera e propria, adorazione perpetua, Quarant’ore. A tal riguardo si precisa con determinazione: «I fedeli dovranno essere aiutati a servirsi della Sacra Scrittura quale impareggiabile libro di preghiera, a utilizzare canti e preci idonee, a familiarizzarsi con alcune strutture semplici della Liturgia delle Ore, a seguire il ritmo dell’anno liturgico, a sostare in preghiera silenziosa» (n. 165).
Un’altra devozione «che è stata ed è tuttora una delle espressioni più diffuse e più amate della pietà ecclesiale» (n. 166), e cioè quella al Cuore di Cristo, ancorata alla relativa solennità, al di là delle sue forme cultuali (consacrazione personale, consacrazione delle famiglie, litanie del Cuore di Gesù, atto di riparazione, pratica dei primi nove venerdì)[32], si segnala per le utili indicazioni fornite. Si precisa anzitutto che «intesa alla luce della divina Scrittura, l’espressione “Cuore di Cristo” designa il mistero stesso di Cristo, la totalità del suo essere, la sua persona considerata nel suo nucleo più intimo ed essenziale» (n. 166). Volgendo lo sguardo all’evoluzione storica, si puntualizza ancora che «in un tempo in cui il giansenismo proclamava i rigori della giustizia divina, la devozione al Cuore di Cristo costituì un efficace antidoto per suscitare nei fedeli l’amore al Signore e la fiducia nella sua infinita misericordia, di cui il cuore è pegno e simbolo» (n. 170). Si osserva inoltre: «La devozione al sacro Cuore costituisce una grande espressione storica della pietà della Chiesa per Gesù Cristo, suo sposo e Signore; essa richiede un atteggiamento di fondo fatto di conversione e riparazione, di amore e gratitudine, di impegno apostolico e di consacrazione nei confronti di Cristo e della sua opera salvifica» (n. 172)[33].
Vi si lega anche il Cuore immacolato di Maria, celebrato all’indomani della solennità del Sacro Cuore. Infatti «la contiguità delle due celebrazioni è già in se stessa un segno liturgico della loro stretta connessione: il mysterium del cuore del Salvatore si proietta e si riverbera nel cuore della Madre, che è anche socia e discepola» (n. 174).
Infine si passa alla trattazione sul Sangue preziosissimo di Cristo, che appare intimamente connesso con la vita e, per antitesi, con la morte, con l’esodo e la pasqua, con il sacerdozio e i sacrifici cultuali, con la redenzione e l’alleanza» (n. 175). Più oltre si ribadisce: «La straordinaria importanza del sangue salvifico ha fatto sì che la sua memoria occupi un luogo centrale ed essenziale nella celebrazione del mistero del culto: anzitutto nel centro stesso dell’assemblea eucaristica; e poi nel corso dell’anno liturgico. La Chiesa infatti commemora il mistero del sangue non solo nella solennità del Corpo e Sangue del Signore, ma anche in numerose altre celebrazioni, sì che la memoria cultuale del sangue del nostro riscatto pervade l’intero arco dell’anno» (n. 177). Si enumerano pure le forme principali espresse dalla pietà popolare: la Corona, le Litanie, l’Ora di adorazione, la Via sanguinis (cf. n. 178).
In chiusura di capitolo viene segnalata la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, per affermare chiaramente che «anche le espressioni della pietà popolare devono tenere presente il criterio ecumenico» (n. 182).

6. Conclusione

Al termine di questa lunga disamina, che ha esplicitamente mostrato la ricchezza delle indicazioni offerte per un orientamento della pietà popolare, riaffiora qualche interrogativo, che ha percorso l’intera trattazione.
Anzitutto: cosa si intende per popolare? Più volte la «pietà popolare» appare come soggetto di affermazioni perentorie. Ad esempio, nel periodo di Avvento, si legge: «La pietà popolare è sensibile... Alla pietà popolare non sfugge...» (n. 97). Alla luce della recente situazione ecclesiale, tanto dal versante pastorale che sociologico, questo «popolo» da chi è rappresentato? Si parte ancora dal presupposto che sia costituito da un «popolino» che bazzica nelle nostre chiese e che, non comprendendo appieno la realtà liturgica, come quando era celebrata in latino, si rifugia per questo in altre «pratiche» caratterizzate come devozionali?
Per la verità, esaminando l’ultimo documento CEI, significativamente titolato: Comunicare il vangelo in un mondo che cambia[34], orientato a imprimere una linea missionaria a tutta l’azione pastorale, ritroviamo questa constatazione: «Per dare concretezza alle decisioni che abbiamo indicato – e che, ne siamo consapevoli, richiedono una conversione pastorale –, per imprimere un dinamismo missionario, vogliamo delineare i due livelli specifici, ai quali ci pare si debba rivolgere l’attenzione delle nostre comunità locali. Parleremo anzitutto di quella che potremmo chiamare comunità eucaristica, cioè coloro che si riuniscono con assiduità nell’eucaristia domenicale, e in particolare quanti collaborano regolarmente alla vita delle nostre parrocchie; passeremo quindi ad affrontare la vasta realtà di coloro che, pur essendo battezzati, hanno un rapporto con la comunità ecclesiale che si limita a qualche incontro più o meno sporadico, in occasioni particolari della vita, o rischiano di dimenticare il loro battesimo e vivono nell’indifferenza religiosa» (n. 46).
Se questi sono i due livelli specifici, di cui il primo già addentro all’agire liturgico, così da essere presentato come comunità eucaristica, e l’altro come massa di persone che vivono nell’indifferenza religiosa, dove si colloca il popolo che possiede questa «pietà» e la esprime con le forme specifiche, ereditate per lo più dal passato?
Certo, il DPPL è indirizzato a tutto il popolo di Dio sparso nel mondo e, nella stessa Italia, la situazione risulta alquanto variegata, a cominciare dalla distinzione geografica tra Nord e Sud. Qui, a detta degli stessi vescovi, la pietà popolare rappresenta tuttora un «problema pastorale». Ma al Nord?

D’altro canto, il DPPL stesso non sempre affronta l’esame di qualche concreta espressione della pietà popolare. Resta sempre alla superficie, limitandosi a ribadire, come un ritornello, la priorità della liturgia e cercando di orientare i vari capitoli, più che le singole manifestazioni, verso la trasmissione dei valori, per correggere eventuali comprensioni distorte. Da questo punto di vista risulta davvero provvidenziale anche per coloro che formano la «comunità eucaristica» e collaborano regolarmente (o quasi...) alla vita delle nostre parrocchie.
Fatta salva la distinzione tra le «rappresentazioni», che sono mimesi (e oggi spesso vengono gestite da varie associazioni locali o addirittura dalle aziende turistiche), e l’azione liturgica, che è anamnesi (cf. n. 144), i confini tra liturgia e pietà popolare non sono facilmente distinguibili[35]. Tuttavia «la differenza oggettiva tra i pii esercizi e le pratiche di devozione rispetto alla liturgia deve sempre trovare visibilità nell’espressione cultuale. Ciò significa la non commistione delle formule proprie di pii esercizi con le azioni liturgiche» (n. 13).
Gli orientamenti del DPPL risultano, al riguardo, quanto mai opportuni, proprio ai fini di una proficua simbiosi o interazione feconda. Anzi, nella loro enucleazione a livello di principi orientativi, convalidano ulteriormente, a livello di prassi pastorale, l’impegno di evitare, da una parte, la sovrapposizione, la concorrenza o addirittura la contrapposizione con le azioni liturgiche: va, infatti, salvaguardata la precedenza da dare alla domenica, alla solennità, ai tempi e ai giorni liturgici. Dall’altra parte, non si devono apportare modalità di «celebrazione liturgica» ai pii esercizi, che giustamente conservano il loro stile, la loro semplicità, il proprio linguaggio (cf. n. 13).
Bisogna riconoscere che, per il capitolo dell’anno liturgico, il DPPL avvalla splendidamente proprio tale prospettiva di impegno pastorale, consegnata ora, con fiducia e speranza, alle Chiese in cammino.


[1]Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002. In questo studio si prenderà in esame particolarmente il cap. IV: Anno liturgico e pietà popolare (nn. 93-182; pp. 91-152).
[2] Cf. il n. 13 del DPPL: Distinzione e armonia con la liturgia, pp. 24-25.
[3]A.J. Heschel, Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno (= Saggi blu), Garzanti, Milano 1999, p. 13.
[4]S. De Vriés, Il tempo nella Bibbia, in «Concilium» 17/2 (1981) 29.
[5]Cei, Il giorno del Signore (15.7.1984) (= GdS), in ECEI 3, 1936.
[6]G. Bonaccorso, Celebrare la salvezza. Lineamenti di liturgia (= Strumenti di scienze religiose), Edizioni Messaggero, Padova 1996, p. 191.
[7]Cei, Il rinnovamento della catechesi (2.2.1970), in ECEI 1, 116.
[8] ibid.
[9] Si consideri il bel paragrafo sull’assunzione di Maria, collocato nel tempo Ordinario (nn. 180-181), in quanto nello svolgimento di questo tempo «spicca, per i suoi molteplici significati teologici. Essa è memoria antica della Madre del Signore, cifra e sintesi di molte verità della fede», che vengono enucleate (cf. n. 180). Si esaminano poi alcune consuetudini suggerite dalla pietà popolare, quali la benedizione delle erbe aromatiche, per arginare i danni causati dalle erbe venefiche, potenziando appunto l’efficacia delle erbe curative. E si motiva: «A questa visione si riallaccia in parte l’uso antico di applicare alla santa Vergine, richiamandosi alla Scrittura, simboli e appellativi tolti dal mondo vegetale, quali vite, spiga, cedro e giglio, e di veder in essa un fiore olezzante per le sue virtù e più ancora il virgulto germogliato dalla radice di Iesse (cf. Is 11,1) che avrebbe generato il frutto benedetto Gesù» (n. 181).
[10] Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, n. 58, in EV, vol. 3, 948.
[11]Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Dies Domini (31.5.1998), n. 80, in EV, vol. 17, 1004.
[12] GdS, n. 36, in ECEI 3, 1969.
[13] GdS, n. 38, in ECEI 3, 1971.
[14] Ibid.
[15] Cf. Norme generali per l’ordinamento, cit., n. 39, in EV, vol. 3, 929.
[16] Questa «memoria delle varie tappe della storia della salvezza di Cristo e simbolo della luce profetica che via via illuminava la notte dell’attesa fino al sorgere del Sole di giustizia» (n. 98) è nata dalla pietà popolare, oppure, almeno nella nostra tradizione italiana, che va sempre più diffondendosi, non è piuttosto un elemento didascalico, che la catechesi ha introdotto in ambito liturgico? Sembra un po’ troppo definire «la disposizione di quattro ceri su una corona di rami sempre verdi..., simbolo dell’Avvento nelle case dei cristiani» (n. 98). Forse sarebbe meglio caratterizzarla come segno.
[17] «È sorta per comunicare ai fedeli le ricchezze di una liturgia alla quale essi non avevano facile accesso» (n. 103).
[18]Paolo VI, Esortazione Apostolica Marialis cultus, n. 4, in EV, vol. 5, 23.
[19] «Ai nostri giorni – si annota – i bambini subiscono ancora innumerevoli forme di violenza, che attentano alla loro vita, dignità, moralità e diritto all’educazione. È da tener presente in quel giorno l’innumerevole schiera di bambini non ancora nati e precocemente trucidati con la copertura delle leggi che permettono l’aborto, che è un crimine abominevole. Attenta ai problemi concreti, la pietà popolare, in non pochi luoghi, ha dato vita a manifestazioni cultuali e a forme di carità quali l’assistenza alle madri incinte, l’adozione di bambini, la promozione della loro istruzione». Rimane l’interrogativo se soggetto di tutto ciò sia davvero la «pietà popolare», e specificatamente quella di questo giorno.
[20] «Sono infatti – si osserva – madri anch’esse secondo il piano di Dio, avendo generato le future membra di quello stesso mistico Corpo. Da questa intuizione e da una certa mimesis del rito compiuto da Maria era derivato il rito della purificazione della puerpera, di cui alcuni elementi riflettevano una visione negativa dei fatti connessi con il parto». E si richiamano due benedizioni, previste dall’attuale Benedizionale: quella di una madre prima e dopo il parto. E si arguisce: «È tuttavia ottima cosa che le madri e i congiunti, chiedendo tali benedizioni, si adeguino alle prospettive della preghiera della Chiesa: comunione di fede e di carità nella preghiera perché si compia felicemente il tempo dell’attesa (benedizione prima del parto) e per ringraziare Dio del dono ricevuto (benedizione dopo il parto)» (n. 121).
[21] Infatti «lungo l’intero arco della Quaresima il venerdì che, per antichissima tradizione cristiana, è giorno commemorativo della passione di Cristo, i fedeli orientano volentieri la loro pietà verso il mistero della croce. Essi, contemplando il Salvatore crocifisso, afferrano più facilmente il significato del dolore immenso e ingiusto che Gesù, il santo e l’innocente, patì per la salvezza dell’uomo, e comprendono pure il valore del suo amore solidale e l’efficacia del suo sacrificio redentore» (n. 127).
[22] «Queste espressioni di pietà, promosse in alcuni casi da persone eminenti per santità, sono legittime. Tuttavia, per evitare un frazionamento eccessivo nella contemplazione del mistero della croce, sarà conveniente sottolineare la considerazione complessiva dell’evento della passione secondo la tradizione biblica e patristica» (n. 129).
[23] «È opportuno che esso si concluda in modo tale che i fedeli si aprano all’attesa, piena di fede e di speranza, della risurrezione» (n. 134).
[24] «Dovrà essere fatta tenendo presenti soprattutto la condizione dei partecipanti al pio esercizio e il principio pastorale di contemperare saggiamente continuità e innovazione. In ogni caso saranno da preferire testi in cui risuoni, correttamente applicata, la parola biblica e che siano scritti in un linguaggio nobile e semplice» (n. 135).
[25] «La pietà del popolo cristiano ha individuato nella vita dolorosa della Madre sette episodi principali e li ha contraddistinti come i “sette dolori” della beata Vergine Maria. Così, sul modello della Via crucis, è sorto il pio esercizio della Via Matris dolorosae o semplicemente Via Matris, anch’esso approvato dalla Sede Apostolica» (n. 136).
[26] «Sarà opportuno – si esemplifica – ribadire che ciò che è veramente importante è la partecipazione alla processione e non procurarsi soltanto la palma o il ramoscello di ulivo; che questi non vanno conservati a guisa di un amuleto, o a scopo soltanto terapeutico o apotropaico, per tenere lontani cioè gli spiriti cattivi e stornare da case e campi i danni da essi causati, il che potrebbe essere una forma di superstizione. Palma e ramoscello di ulivo vanno conservati innanzitutto come testimonianza della fede in Cristo, re messianico, e nella sua vittoria pasquale» (n. 139).
[27] In riferimento al luogo si osserva: «Si eviti il termine “sepolcro”, e nel suo allestimento, non venga conferito ad esso l’aspetto di un luogo di sepoltura; infatti il tabernacolo non deve avere la forma di un sepolcro o di un’urna funeraria» (n. 141).
[28] Si ripropone il ritornello: «Il suo svolgimento non deve assumere aspetti di maggiore rilevanza delle stesse celebrazioni liturgiche della domenica di Pasqua né dare luogo a inappropriate commistioni» (n. 149).
[29] «Questa benedizione, che in molte famiglie cristiane è quotidiana consuetudine da incoraggiare, acquista particolare significato nel giorno di Pasqua: con l’acqua benedetta nella Veglia pasquale, che lodevolmente i fedeli recano nelle loro abitazioni, il capofamiglia o un altro membro della comunità domestica benedice la mensa festiva» (n. 150).
[30] «Supremo punto di riferimento della pietà eucaristica è la Pasqua del Signore; ogni forma di devozione eucaristica ha un intrinseco riferimento al sacrificio eucaristico» (n. 161).
[31]
«I fedeli comprendono e amano i valori insiti nella processione del Corpus Domini: essi si sentono “popolo di Dio” che cammina con il suo Signore proclamando la fede in lui, divenuto veramente il Dio-con-noi» (n. 162).
[32] Interessante l’osservazione, accompagnata dall’auspicio che viene formulato al riguardo: «La pratica dei nove primi venerdì del mese contribuì significativamente al ripristino della frequenza ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia. È necessario tuttavia che i fedeli siano convenientemente istruiti: sul fatto che non si deve riporre in tale pratica una fiducia che rasenta la vana credulità, la quale, in ordine alla salvezza, annulla le insopprimibili esigenze della fede operante e l’impegno di condurre una vita conforme al vangelo; sul valore assolutamente predominante della domenica, che deve essere caratterizzata dalla piena partecipazione dei fedeli alla celebrazione eucaristica» (n. 171).
[33] E si precisa ulteriormente: «La pietà popolare tende a identificare una devozione con la sua rappresentazione iconografica. Ciò è un fatto normale, che ha senza dubbio aspetti positivi, ma può anche dar luogo ad alcuni inconvenienti: un tipo iconografico, non più rispondente al gusto dei fedeli, può condurre a un minor apprezzamento dell’oggetto della devozione, indipendentemente dal suo fondamento teologico e dai suoi contenuti storico-salvifici. Così è avvenuto per la devozione al Sacro Cuore: certe immagini di tipo oleografico, talvolta sdolcinate, inadeguate a esprimere il robusto contenuto teologico, non favoriscono l’approccio dei fedeli al mistero del cuore del Salvatore» (n. 173).
[34] Comunicare il vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il primo decennio del Duemila (29.6.2001) (= La voce delle Chiese locali, 34), Paoline, Milano 20022.
[35] Come già si è osservato, per esempio, per l’adorazione eucaristica (cf. n. 165).


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