L’atteso appuntamento con il 90o di «RL» è ora condensato nelle pagine del presente fascicolo, anche se l’eco continuerà a prolungarsi nell’intera annata; a conclusione del 2003 il lettore potrà anche disporre di Indici decennali, mentre il calendario scandirà il 40o anniversario della Sacrosanctum concilium.
Come preannunciato nell’Editoriale che ha aperto la novantesima annata, «RL» prende lo spunto da questo anniversario per riproporre, con rinnovato coraggio ed entusiasmo, il senso di un servizio che ha visto i suoi timidi e incerti inizi nel 1914 (si pensi al fatto – o tempora, o mores! – che una sessantina di vescovi rispedirono al mittente il primo fascicolo di «RL»!), e il suo sviluppo soprattutto dal Vaticano II in poi. È un servizio che si concentra e si esplicita in modo particolare sulla grande e impegnativa tematica relativa alla formazione, mentre si approfondiscono i temi in cui si intrecciano teoria e prassi.
Quanto racchiuso nelle pagine che seguono non vuol essere una trattazione esauriente di tutto ciò che può essere richiesto o sottinteso da un quadro epistemologico relativo alla formazione. L’ambito sarebbe così vasto da non essere percorribile in tutti i suoi aspetti. Al contrario, dal momento che «RL» si colloca su un punto di osservazione peculiare qual è costituito dalla sua esperienza di servizio alla Chiesa, può risultare utile far scaturire la lezione o il messaggio direttamente da quello che è il tessuto ecclesiale, sia di oggi che di ieri.
Artefice e insieme destinataria della formazione è la comunità di fede: non una comunità in astratto, ma considerata nelle sue articolazioni più diversificate, che vanno dai responsabili agli animatori, dai formatori agli animatori dei gruppi ecclesiali, dai movimenti alle comunità religiose, dagli ambienti parrocchiali ai piccoli gruppi... Quando poi si passa ai contenuti, allora le prospettive sono quanto mai diversificate e variegate; un indice dei temi finora studiati (o anche solo recensiti) in «RL» può offrire un orizzonte fortemente emblematico sia sui contenuti che sulle variegate prospettive del loro approfondimento.
1. Formare la comunità...
Formare alla liturgia o nello spirito della liturgia è educare a essere cristiani in pienezza. È questo il dato di fatto che l’esperienza plurimillenaria della Chiesa può raccontare, valorizzare e rilanciare. Ciò è basato su alcune certezze che è possibile evidenziare secondo una certa linea:
– La Liturgia è fonte di formazione perché in essa agisce il primo Formatore della mente e del cuore: lo Spirito Santo. Questa esperienza dello Spirito è così radicale e certa da costituire una garanzia per chiunque vi si lasci coinvolgere attraverso una partecipazione piena, attenta, interna ed esterna all’azione liturgico-sacramentale. L’epiclesi non è solo il momento orazionale consacratorio e comunionale, ma anche la realtà su cui poggia l’intera valenza formativa del rito cristiano.
– Condizione base della formazione è il lasciarsi permeare nel profondo dal mistero di Cristo mentre se ne fa esperienza attraverso i diversi linguaggi della celebrazione. Nella loro progressiva comprensione è racchiuso il segreto per realizzare quella partecipazione che è stata al centro delle attese del movimento liturgico, e che continua a essere la sfida del perenne rinnovamento liturgico nella Comunità di fede.
– Altre condizioni, secondarie ma pur sempre importanti, sono quelle offerte dalla conoscenza di tutto ciò che la riforma liturgica ha attuato e che la pastorale sta traducendo in atto da tempo. In questa prospettiva il ripercorrere argomenti già approfonditi in queste pagine fa correre il rischio di ripetere quanto disseminato in numerosi Editoriali. Ad essi ci permettiamo di rinviare, dal momento che esprimono in solidum il pensiero del Consiglio di redazione e dunque la linea editoriale di «RL». Una linea che ha sposato in pieno la formazione liturgica come elemento base per il raggiungimento di quella spiritualità che consiste nel vivere in, cum et pro Ecclesia.
– Un cammino formativo si attua attraverso mediazioni, quali possono essere offerte da persone, strumenti, luoghi e soprattutto da contesti celebrativi. Un’azione liturgica non esiste in astratto, ma in stretto raccordo con una comunità specifica. I linguaggi verbali e non verbali attivati in un particolare contesto sono (dovrebbero essere) sempre condizionati dall’hic et nunc del mistero celebrato. Attivare i linguaggi più pertinenti al mistero e all’assemblea, trovare il modo perché questi siano il più possibile percepibili e assimilabili... è frutto del ruolo delle mediazioni; e la liturgia ne richiede tante.
– Un trinomio, infine, in cui la serena dialettica degli elementi promuove la riuscita della formazione: la celebrazione, l’assemblea, il libro liturgico. Ripercorrendo le annate di «RL» è possibile toccare con mano come l’interazione di queste realtà sia stata sempre viva. Ecco perché attorno ad esse anche oggi potremmo riproporre quale titolo dell’Editoriale: «Il nostro programma», così come si iniziò nel 1914!
2. ...nello spirito della liturgia
Sulla «liturgia» e sullo «spirito della liturgia» si è scritto e discusso tanto. Nella storia recente varie sono state le occasioni per affrontare questo argomento o per tornarvi sopra pur da prospettive diverse. Se il titolo del presente fascicolo chiama nuovamente in causa il tema, non lo fa per riaprire la problematica ma per evidenziare in modo concreto e quasi immediato le situazioni, le modalità e i contenuti che sono chiamati in causa, al fine di ridelineare obiettivi e strategie.
L’occasione – oltre quanto già pubblicato in «RL» 85/1 (1998) sotto il titolo: Liturgia, chi sei? dove vai?, o in «RL» 86/1 (1999) sotto il titolo: Questione di «riti»?, o in «RL» 89/3 (2002) sotto il titolo: Alla ricerca dello «spirito» della liturgia – è data proprio dal 90o di «RL»: il suo criterio veritativo possiamo vederlo tutto nell’ottica della formazione della comunità all’insegna dello spirito della liturgia.
Nell’Editoriale del fascicolo del 2002 appena citato si evidenziava la sfida di una ricerca mai ultimata, in quanto conseguenza – lo «spirito» – di un cammino di formazione a tutti i livelli. E in questa prospettiva si accennava a impegni da tener presenti a livello di studio e di strategie formative; a livello della pastorale, della catechesi e dell’animazione; a livello della spiritualità e della mistica. È dunque opportuno proseguire su quella linea, puntualizzando ulteriormente le prospettive della ricerca.
3. «Ecclesia de eucharistia vivit»
Con questo titolo, nel giorno in cui si sta completando il presente Editoriale – Giovedì Santo –, appare la XIV enciclica di Giovanni Paolo II sul tema dell’eucaristia vista nel suo rapporto con la Chiesa. Non possiamo non fare riferimento al documento in quanto ci coinvolge sia per il tema che per la circostanza determinata dalla coincidenza del 90o di «RL». Tutta la linea editoriale del nostro periodico si colloca entro una matrice che converge nell’eucaristia come radice e vertice, e quindi sintesi, di ogni impegno formativo.
L’espressione con cui si apre l’enciclica – «La Chiesa vive dell’eucaristia – Ecclesia de eucharistia vivit» – dà immediatamente il tono a tutto il testo e insieme detta la linea entro cui si dipana l’intero percorso. Il testo infatti si articola attorno a sei capitoli, con una introduzione e una conclusione, distribuiti nell’arco di sessantadue paragrafi. Lasciandoci guidare dallo specifico «rapporto con la Chiesa» tentiamo di cogliere il senso dei contenuti evidenziati circa il mistero eucaristico:
– Ricordata l’origine della Chiesa dal mistero pasquale – «Dal mistero pasquale nasce la Chiesa» (n. 3) – nella parte introduttiva il testo si premura di evidenziare il rapporto tra mysterium paschale e mysterium eucharisticum (cf. n. 2) con l’intento di ridestare quello «stupore eucaristico» (n. 6) che nei secoli riecheggia l’atteggiamento dei discepoli di Emmaus. «L’eucaristia [...] è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia» (n. 9); al riguardo, la serie di documenti rievocati dalla stessa enciclica (sebbene non in modo completo), sono una testimonianza eloquente dell’attenzione e della responsabilità della Chiesa circa questo mistero, considerato nella dimensione sia celebrativa che adorante. È una responsabilità che la Chiesa si assume nell’esortare, nell’approfondire, nel richiamare a una corretta celebrazione, perché l’eucaristia continui a essere radice e cardine della comunità cristiana (cf. n. 22). Tanto che fin dall’inizio del documento emerge un obiettivo: «L’eucaristia è un dono troppo grande, per sopportare ambiguità e diminuzioni» (n. 10).
– Poste queste premesse, l’enciclica si snoda per sei capitoli, evidenziando anzitutto la sua dimensione sacramentale (cap. I: Mistero della fede). Il riepilogo della linea teologico-dogmatica tocca i temi della presenza, del sacrificio, della comunione, del dono dello Spirito, della dimensione escatologica, del rapporto con l’impegno intramondano. La documentazione portata a suffragio delle affermazioni spazia dai padri al concilio di Trento, e soprattutto attinge al Vaticano II e ad alcuni altri documenti magisteriali recenti, oltre che a quelli liturgici. Dall’insieme riemerge l’intento, già preannunciato nell’introduzione, di riaffermare la fede tradizionale nella «natura sacrificale del mistero eucaristico» (n. 12).
Il cuore dell’enciclica, però, appare costituito dai tre capitoli successivi in cui il rapporto tra eucaristia e Chiesa viene declinato secondo tre dimensioni che costantemente si integrano e si illuminano a vicenda.
– Il primo aspetto evidenziato è relativo alla nascita e allo sviluppo della Chiesa (cap. II: L’eucaristia edifica la Chiesa); tipica è l’affermazione iniziale che riecheggia quanto espresso in Lumen gentium 3: «...la celebrazione eucaristica è al centro del processo di crescita della Chiesa» (n. 21). È l’eucaristia che completa e perfeziona l’«incorporazione» del fedele a Cristo; è da questa particolare «esperienza» che «la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione» (n. 22). Una missione che può essere sintetizzata nell’impegno di creare «comunità fra gli uomini» (n. 24). In questa linea, se chiaro emerge il mistero della celebrazione, altrettanto chiaro deve permanere lo scopo del «culto reso all’eucaristia fuori della messa» perché è in esso che «si prolungano e si moltiplicano i frutti della comunione al corpo e al sangue del Signore» (n. 25). L’edificazione della Chiesa come comunità è un impegno che rinvia al ruolo e al valore del mistero eucaristico, celebrato e adorato.
– Se la Chiesa è edificata dall’eucaristia, allora il mistero eucaristico racchiude anche una dimensione apostolica, che chiama in causa alcuni aspetti e in particolare alcune persone (cap. III: L’apostolicità dell’eucaristia e della Chiesa). La dimensione «apostolica» dell’eucaristia, in stretta correlazione con quella della Chiesa, porta l’accento sul sacramento dell’ordine e sull’assoluta necessità «di un sacerdote ordinato che presieda» perché un’assemblea possa essere «veramente assemblea eucaristica» (n. 29). La precisazione diventa occasione per agganciare il discorso al «dialogo proficuo nell’ambito dell’azione ecumenica» ma anche per precisare che «non si può pensare di sostituire la santa messa domenicale con celebrazioni ecumeniche della Parola o con incontri di preghiera in comune [...che possono preparare la] desiderata piena comunione anche eucaristica, ma non la possono sostituire» (n. 30). Ma la «precisazione» sopra ricordata diventa occasione anche per porre ancora una volta l’accento sull’eucaristia come «centro e vertice [...] del ministero sacerdotale» (n. 31), e insieme della «pastorale a favore delle vocazioni sacerdotali» (n. 31): una «pastorale vocazionale» che non indulga «alla tentazione di cercare soluzioni attraverso l’affievolimento delle qualità morali e formative richieste ai candidati al sacerdozio» (n. 32).
– Il passaggio successivo dell’enciclica si apre sulla dimensione comunionale che l’eucaristia attua nel contesto ecclesiale (cap. IV: Eucaristia e comunione ecclesiale). A partire dall’affermazione che l’eucaristia è il «culmine di tutti i sacramenti nel portare a perfezione la comunione con Dio Padre mediante l’identificazione col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo» (n. 34), il documento ricorda che l’eucaristia va «celebrata nella comunione, e concretamente nell’integrità dei suoi vincoli» (n. 35): sia i vincoli invisibili – vivendo in uno stato di grazia (cf. nn. 36-37) –, sia i vincoli visibili – accettando la struttura della Chiesa e tutti i suoi mezzi di salvezza (cf. nn. 38-39) –. Solo così «l’eucaristia crea comunione ed educa alla comunione» (n. 40). E nello specifico della sottolineatura emerge l’aggancio all’«importanza della messa domenicale», alla sua «efficacia creativa di comunione» (n. 41).
Dal fatto che l’eucaristia «è il supremo sacramento dell’unità del popolo di Dio» (n. 43), scaturiscono alcune conseguenze circa il rapporto tra eucaristia e impegno ecumenico, in quanto «il cammino verso la piena unità non può farsi se non nella verità» (n. 44).
– Poste tutte le sottolineature appena sintetizzate, nel capitolo successivo l’enciclica si apre a due conseguenze teorico-pratiche di notevole spessore pedagogico e spirituale, oltre che celebrativo (cap. V: Il decoro della celebrazione eucaristica).
La prima chiama in causa la categoria della bellezza. Tutto sembra muoversi all’insegna di una celebrazione che si realizzi «in un contesto degno di così grande mistero [...perché] il “convito” resta pur sempre un convito sacrificale» (n. 48). Collocati nella logica delle «espressioni esterne, volte a evocare e sottolineare la grandezza dell’evento celebrato» (n. 49), emergono gli elementi che costituiscono quel ricco patrimonio di arte scaturito direttamente dalla celebrazione del mistero. Architettura, scultura, pittura, musica... sono tutte produzioni artistiche che testimoniano come l’eucaristia abbia «inciso fortemente sulla “cultura”, specialmente in ambito estetico» (n. 49); ma costituiscono anche un invito perché l’arte sacra si contraddistingua sempre «per la sua capacità di esprimere adeguatamente il mistero colto nella pienezza di fede della Chiesa...» (n. 50).
La seconda conseguenza verte sul tema dell’adattamento e dell’inculturazione. Richiamata l’importanza e la delicatezza dei problemi connessi, il documento – riprendendo il contesto dell’ecclesialità dell’eucaristia – ricorda l’osservanza fedele delle «norme liturgiche» (n. 52). Ed è proprio in questo ambito che si solleva il velo su un altro documento in itinere che i «dicasteri competenti della Curia romana» stanno preparando (n. 52).
– La parte conclusiva dell’enciclica è tipicamente mariana (cap. VI: Alla scuola di Maria, donna «eucaristica»). Alcuni aspetti della figura e dell’opera di Maria – senza dimenticare la sua invocazione nel cuore di ogni eucaristia – vengono presentati in vista di una spiritualità eucaristica che invita a cogliere nell’esemplarità di Maria aspetti non sempre immediatamente percepibili o solitamente evidenziati: abbandono alla parola di Dio, offerta totale di sé, rapporto tra il fiat di Maria e l’amen del fedele, lo spirito eucaristico del Magnificat... tanto che «se Chiesa ed eucaristia sono un binomio inscindibile, altrettanto occorre dire del binomio Maria ed eucaristia» (n. 57).
– I quattro paragrafi conclusivi, mentre sintetizzano il percorso dell’enciclica riagganciandolo programmaticamente alla Lettera apostolica Novo millennio ineunte, si concentrano soprattutto sull’auspicio che l’attuazione di quanto indicato nei recenti documenti operi «un rinnovato slancio della vita cristiana [...] attraverso l’eucaristia. Ogni impegno di santità, ogni azione tesa a realizzare la missione della Chiesa, ogni attuazione di piani pastorali deve trarre la necessaria forza dal mistero eucaristico e ad esso si deve ordinare come al suo culmine» (n. 60).
4. Dalla «Novo millennio ineunte» all’«Ecclesia de eucharistia»: quali prospettive?
In un precedente fascicolo di «RL» avevamo preso in considerazione valori e prospettive che sotto l’aspetto eucaristico venivano rilanciati all’inizio del terzo millennio della fede cristiana, dopo l’esperienza del grande giubileo dell’anno Duemila (cf. «RL» 88/3 [2001] sotto il titolo: Eucaristia: comunione annunciata, celebrata, vissuta). Di fronte alla nuova enciclica, e in linea con quanto già allora evidenziato, continuiamo una certa nostra riflessione propositiva, cercando di far emergere quegli aspetti che riteniamo essenziali (ma non sono gli unici) per una visione più organica e completa.
Il documento fa parte del magistero ordinario della Chiesa, e in quanto tale esso viene a illustrare alcuni aspetti del patrimonio dottrinale con un linguaggio scorrevole, sorretto da riferimenti alla Bibbia, ai Padri, al magistero, alla liturgia... In questa linea ci sembra che il testo non comporti novità, salvo la «selezione» nel fare riferimento ad alcuni documenti tralasciandone altri, come l’Eucharisticum mysterium che sta alla base dell’introduzione generale al Messale Romano e alla riforma del culto eucaristico, o le premesse al Lezionario.
Non mancheranno occasioni per pacate valutazioni. Intanto, sorretti e animati dallo spirito che guida la linea editoriale di «RL», ci sembra doveroso offrire ai lettori elementi che li aiutino a completare alcuni aspetti onde valorizzare adeguatamente il documento. Ben consapevoli del fatto che anche un’enciclica non può dire «tutto», sia il teologo che l’educatore si sentono coinvolti in modo che il mistero eucaristico appaia in tutta la sua ricca interezza.
– Il teologo liturgista che medita l’enciclica nota un’attesa da colmare con il porre in più chiara evidenza la dimensione sacramentale dell’intera azione liturgica. L’input è dato da Sacrosanctum concilium 56: «Le due parti che costituiscono in certo modo la messa, cioè la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto». Tralasciare la sottolineatura del ruolo e della «quasi sacramentalità» della liturgia della Parola costituisce un impoverimento del ruolo e della sacramentalità della stessa liturgia eucaristica. In questa linea, è l’accentuazione della presenza di Cristo «nella sua parola» (SC 7) che amplifica maggiormente la sacramentalità dell’intera azione eucaristica e sacramentale in genere. L’enciclica almeno due volte fa riferimento all’episodio di Emmaus (cf. n. 6 e 59): è vero, gli occhi si aprono al momento dello spezzare il pane, ma il cuore ardeva nel petto quando si spiegavano le Scritture! Sia la catechesi che la formazione sono qui chiamate in causa perché sottolineando un aspetto (= liturgia eucaristica) non si trascuri l’altro (= liturgia della Parola).
– L’afflato spirituale che pervade l’enciclica è quanto mai elevato. Più volte si fa riferimento al dono dello Spirito sperimentato in particolare nell’epiclesi di comunione della preghiera eucaristica. Un riferimento all’epiclesi di consacrazione – sempre presente nelle preghiere eucaristiche del Missale Romanum – permette di accentuare l’opera dello Spirito Santo proprio in quella trasformazione dei doni così giustamente evidenziata nel racconto dell’istituzione e consacrazione. Ma è da questa epiclesi di consacrazione che scaturiscono anche gli elementi per comprendere l’azione dello Spirito all’interno di tutta la liturgia della Parola. È dall’epiclesi eucaristica che deriva la «quasi sacramentalità» dell’annuncio della Parola: lo stesso Spirito che accompagna e garantisce l’efficacia del gesto-segno sacramentale, è colui che garantisce e accompagna l’attuazione della Parola nel cuore del credente quando questa è proclamata nel contesto sacramentale. Sia la catechesi che la formazione non possono disattendere questo aspetto; è così che la spiritualità eucaristica attinge in pienezza alla celebrazione del mistero considerato nella sua globalità.
– Numerose sono le espressioni che evidenziano l’eucaristia come radice, fonte, culmine, vertice... dell’intera vita cristiana, della comunione ecclesiale, dell’impegno nel quotidiano. Uno degli aspetti che la riforma liturgica ha recuperato è la presentazione dell’eucaristia quale vertice dell’iniziazione cristiana. L’apposito rito dell’iniziazione cristiana degli adulti ha collocato tutto ciò in grande evidenza; alcune Conferenze episcopali si stanno impegnando per realizzare itinerari in modo da ricollocare l’eucaristia a completamento del cammino di iniziazione e ritrovare sia la linea della tradizione, sia – di conseguenza – un ulteriore elemento di comunione con l’Oriente. Una linea, questa, che non sa di puro archeologismo, ma che diventa occasione di recupero della centralità dell’eucaristia, e dello specifico ruolo «teologico» soprattutto del sacramento della confermazione.
– Una piena valutazione dell’enciclica potrà essere operata solo alla luce di quel «documento più specifico, con richiami anche di carattere giuridico» cui si accenna a conclusione del n. 52. Siamo i primi ad auspicare «richiami» proprio perché estremamente consapevoli che la celebrazione dell’eucaristia non è ecclesiale – sulla linea di qualunque altra celebrazione della Chiesa – se non è compiuta con fedeltà a tutti i linguaggi verbali e non verbali propri della celebrazione; nel qual caso non educa, non permette cioè al fedele di realizzare con serenità la propria esperienza del mistero. Terribile in questo è la responsabilità di colui che presiede non in persona Christi, ma in persona sui stravolgendo la celebrazione e quindi diseducando l’assemblea e talvolta violentandola negli aspetti più sacri che essa conserva. L’auspicio che formuliamo è che il richiamo alle norme sia compiuto con atteggiamento propositivo, evidenziando sempre la componente educativa (che poi corrisponde a quella ecclesiale) e, soprattutto, collocando i termini in un linguaggio che rifletta una genuina ecclesiologia eucaristica. Potrà essere anche questo un modo per accogliere con intelligenza le nuove edizioni del Missale Romanum che si stanno approntando in questi tempi, come era stato fatto – a suo tempo – con l’Istruzione Eucharisticum mysterium.
– Notevoli perplessità sorgono di fronte al contenuto del capitolo circa il rapporto tra Maria e l’eucaristia, al di là di alcune felici intuizioni proprie di una «meditazione». Abituati a individuare un collegamento organico e in crescita tra i vari interventi del magistero, pensiamo che il recupero e lo sviluppo di quanto fu espresso in documenti emanati in occasione dell’anno mariano 1987-1988 (senza però dimenticare il Direttorio su pietà popolare e liturgia, del 2002; cf. «RL» 89/6 [2002] sotto il titolo: Facciamo il punto sulla pietà popolare?) offre all’educatore una visione senza dubbio più esauriente e organica non solo circa il rapporto tra Maria e l’eucaristia, ma anche (e soprattutto) circa la presenza di Maria nella liturgia. È così che dalla devotio si passa a quella pietas che trova nel culto la sua più piena realizzazione, secondo l’espressione del Canone romano: Communicantes et memoriam venerantes in primis beatae semper Virginis Mariae...
– In più occasioni ci è stato facile evidenziare la dimensione formativa di documenti magisteriali. È un aspetto che sentiamo in maniera molto profonda, anche perché il sottotitolo della nostra rivista ce lo ricorda in continuazione: «...per la formazione liturgica»! Se da una parte si assicura la dimensione teologica – e in questo l’enciclica costituisce uno stupendo riferimento circa alcuni aspetti propri del dogma –, dall’altra l’operatore pastorale ha bisogno di indicazioni che gli permettano di individuare e poi attuare itinerari formativi perché la comunità cristiana, in tutte le sue componenti, prosegua il proprio cammino con sicuri punti di riferimento. Di sussidi ne esistono tanti sul mercato... ma il primo sussidio che è da privilegiare è il libro liturgico e in modo particolare il Messale, il Lezionario, il rito della Comunione fuori della messa, il Viatico e la Liturgia delle Ore: se manca la conoscenza e l’uso sapiente di questi viene a mancare ogni punto di riferimento sia con la celebrazione, sia con il mistero, sia con la tradizione, sia con la comunità di fede. Qualche indicazione pastorale orientata all’animazione può costituire tra l’altro un antidoto intelligente di fronte a sperimentazioni che diseducano. Quanto mai pertinente, al riguardo, l’espressione che, recuperando il pensiero di san Tommaso, leggiamo a conclusione del n. 61: «Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo mistero, perché “in questo sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”». Sorge però la domanda: perché non si è tenuto conto del «sacramento» (il partire cioè dalle categorie e dalla realtà della celebrazione) nel trattare del sacrificio, dal momento che da san Tommaso in poi la teologia liturgica (e la prassi celebrativa) ha fatto grandi passi?
5. Il presente fascicolo
Lo spessore del doppio fascicolo intende dare ragione di alcuni elementi per un confronto circa la formazione della comunità nello spirito della liturgia. Tutti i contributi fanno sentire la loro voce in questa specifica ottica. Quanto racchiuso nelle pagine che seguono non esaurisce, forse, le attese di tutti i lettori. Per primi rileviamo l’opportunità di completare il nostro discorso con uno studio che aiuti a cogliere il senso teologico e spirituale dell’espressione «azione di Cristo e della Chiesa» con cui si definisce l’azione liturgica. Per primi sentiamo il bisogno di far emergere lo specifico dello spirito della liturgia dalla Sacrosanctum concilium e dai documenti successivi. Per primi avremmo voluto presentare anche i medaglioni dei direttori (E. Caronti, B. Bolognani, S. Marsili, F. Dell’Oro, B. Baroffio, P. Visentin...) che con la loro lungimiranza hanno guidato «RL» nell’approfondimento dello spirito della liturgia... ma ad ogni cosa c’è un limite; e il lettore comprende!
► Anniversari. Tra i tanti modi per commemorare il 90o di «RL» ci è sembrato interessante offrire la riproduzione anastatica del primo fascicolo (una tiratura di 3.300 copie!) con cui «RL» si presentò nel panorama del movimento liturgico, a circa dieci anni di distanza dall’Inter sollicitudines di san Pio X e proprio per attuarne le idee. Alcune parole introduttive intendono inquadrare – in chiave di attualità – il senso prospettico e profetico di quel primo Editoriale. L’idea di «RL» nacque nel 1912 nell’animo di B. Bolognani, allora giovane abate di Finalpia, «sia in vista di una rinnovata e autentica vita monastica, sia in vista di un approfondimento spirituale in seno al popolo» («RL» 61/1 [1974] 164); ma si poté concretizzare nella collaborazione con l’abate di Praglia, P. Nicolini. In tal modo la rivista ebbe inizialmente la direzione nell’abbazia di Praglia, mentre nell’abbazia di Finalpia si trovava la sede amministrativa e la stampa.
► Studi. I quattro contributi, nell’ottica di quanto indicato nel titolo del fascicolo, intendono porre in evidenza che lo spirito della liturgia ha il suo locus originario e fondativo nella celebrazione, e il suo primo animatore nella figura del vescovo. Le grandi istruzioni che hanno caratterizzato l’attuazione della riforma liturgica in un certo senso offrono la chiave interpretativa del rinnovamento dello spirito della liturgia. Se non si passa attraverso il confronto con quei documenti non si coglie, data la loro importanza, il senso di un percorso anche se questo non sempre appare omogeneo e lineare. Uno sguardo, infine, sul contributo offerto dall’esperienza formativa di «RL» completa questo primo giro di approfondimenti.
► Note. Le prospettive offerte dalle tre voci invitano il lettore ad allargare l’orizzonte della propria attenzione. Cogliere lo spirito della liturgia come leva per la formazione della comunità implica il confronto con quegli appuntamenti significativi costituiti dai sinodi continentali, e da quelli del CELAM; ma può risultare quanto mai emblematico, in senso positivo, osservare il percorso ideologico della proposta di riflessione e di studio elaborata dall’Associazione dei professori e cultori di liturgia in trent’anni di vita e di servizio.
► Orizzonti. Formare allo spirito della liturgia implica il saper leggere pagine di storia anche recente, per cogliere ciò che ha animato certe scelte; ma implica, inoltre, il confronto con prospettive e piste di studio che orientino, appunto, alla formazione liturgica in tutti gli aspetti palesi o sottesi.
► Attualità. I tre argomenti trattati intendono rispondere a esigenze di attualità. I risultati di un incontro sul senso teologico del diaconato; e, sotto ben altra prospettiva, il ruolo della comunicazione come strumento per annunciare correttamente la fede: sono elementi che in prima istanza mirano sempre allo spirito della liturgia o ad apprenderne la lezione che scaturisce dalla sua celebrazione. Il confronto, infine, con una figura emblematica di un grande predicatore domenicano evidenzia il ruolo di un annuncio inculturato della parola di Dio a servizio di una promozione umana integrale.
► In memoriam. Ricordare chi ha vissuto lo spirito della liturgia e vi ha dato un contributo decisivo per la sua conoscenza e diffusione è un dovere. In questo caso il dovere del suffragio è per il prof. don Vincenzo Raffa, fdp, che lascia il suo nome legato ai contributi dati sia alla liturgia eucaristica sia soprattutto alla liturgia delle ore.
► Notiziario. Le pagine quanto mai variegate questa volta sono un segno eloquente della ricerca e dell’approfondimento, ma anche della testimonianza, dello spirito della liturgia nei più diversi contesti. Anch’esse, pertanto, possono tracciare un cammino mentre documentano un impegno.