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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
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LA VELAZIONE E L’INCORONAZIONE
Pietro Sorci, ofm

Nella prima edizione del Rito del matrimonio del 1969 (it. 1975) riformato secondo le direttive conciliari al n. 17 dei Praenotanda era detto: «Avvenuta la consegna degli anelli, si può fare, secondo la consuetudine del luogo, o l’incoronazione o la velazione della sposa». L’indicazione è ripetuta nella seconda edizione del 1990 al n. 41,5 con la precisazione che la velazione può essere compiuta su ambedue gli sposi. L’edizione italiana ha recepito questa possibilità suggerendo la modalità del gesto e le formule appropriate.
Si tratta di due gesti tradizionali nel mondo biblico-giudaico e greco-romano che la liturgia cristiana ha recepito, privilegiando tuttavia in Occidente la velazione e in Oriente l’incoronazione[1], al punto che negli antichi Rituali romani il Rito del matrimonio viene designato velatio sponsae[2], nella liturgia bizantina o costantinopolitana «rito dell’incoronazio-ne» (akoluthía tou stephanómatos)[3].
Si dice spesso che questi gesti derivano rispettivamente dalla cultura romana e da quella greca. Ma a parte il fatto che ambedue i gesti erano diffusi in tutta l’area mediterranea, sembra che sull’uso cristiano abbia influito maggiormente la tradizione biblica e giudaica.

1. Il velo e la velazione

Il velo che nasconde e rivela con discrezione, filtra e protegge la personalità femminile è abbigliamento tipicamente femminile che significa modestia, castità, onestà[4]. Dato che nel matrimonio la femminilità matura, il velo ne costituisce il simbolo appropriato. Per questo Rebecca, alla vista del promesso sposo Isacco, si copre con il velo, mostrando così di riconoscersi a lui legata (cf. Gn 24,65). Così Susanna, sposa di Joakim, portava il velo (cf. Dn 13,32).
Ma il velo che copre, nasconde e rivela, nella Bibbia è anche simbolo del cielo che Dio stende per abbracciare e proteggere la terra (cf. Is 40,22), delle nubi che nascondono il Dio altissimo (cf. Gb 22,14) e in mezzo alle quali Dio si rivela sul monte (cf. Es 19,16); 20,21; 34,5), ma anche dell’ignoranza che impedisce di vedere il volto del vero Dio (cf. Is 25,7), del lutto (cf. Is 47,2; Ez 43,21). Può essere simbolo dell’ipocrisia che sotto il pretesto della libertà nasconde la malizia.
Il velo serve ad attenuare la luce abbagliante del roveto che brucia senza consumarsi (cf. Es 3,6) e quella che risplende sul volto di Mosè quando si è intrattenuto con Dio (cf. Es 34,35)[5]. Per questo nella tenda e poi nel tempio nasconde il santo dei santi alla vista degli israeliti (cf. Es 26,31; 40,21; Lv 16,2; Nm 18,7; 1Mac 1,22; Eb 6,10; 10,20).
Il velo richiama pure la nube luminosa che copre la tenda e la riempie, simbolo della presenza gloriosa di Dio (cf. Es 40,34-38; Nm 9,18-22; 10,34). E nel Nuovo Testamento la potenza dello Spirito Santo che adombra Maria (cf. Lc 1,35) e la nube luminosa che avvolge con la sua ombra i testimoni della trasfigurazione di Gesù (cf. Mt 17,5) e quindi il ciborio che adombra l’altare, simbolo dello Spirito che viene invocato sui doni offerti e su coloro che vi prenderanno parte.
Ed è a questa presenza che sembra alludere la tradizione ebraica che faceva celebrare il rito nuziale (nussuin) sotto la huppah, un baldacchino eretto presso la sinagoga o nella casa dello sposo[6]. Lo sposo consegnava alla sposa rivestita del velo nuziale l’anello dicendole: «Con questo anello tu mi sei consacrata secondo la legge di Mosè e d’Israele», quindi il padre della sposa pronunziava sugli sposi le sette benedizioni su una coppa a cui essi bevevano e al termine la coppa veniva spezzata, si cantava quindi il Sal 45(44)[7].
Questo rito fu ripreso anche dai cristiani, facilitati in ciò dall’antica tradizione romana che non soltanto faceva indossare alla sposa al momento delle nozze il flammaeum, velo rosso dai riflessi di fuoco caratteristico della donna sposata, ma nel periodo più antico, secondo la testimonianza di Servio, durante il rito della confarreatio, che nell’epoca più antica costituiva il rito nuziale non riservato esclusivamente ai sacerdoti, faceva stendere su tutti e due gli sposi un velo[8]. Ed è a questo rito che si ricollegano i termini nubere, nuptiae connubium e il greco nynphios che etimologicamente significa coprire, e i vocaboli derivati[9].
Il gesto è attestato in ambito cristiano da Ambrogio in una lettera a Vigilio, vescovo di Trento, in cui egli sconsiglia il matrimonio tra un cristiano e una donna pagana, che non è santificato dall’imposizione del velo da parte del sacerdote e dalla benedizione da lui pronunziata[10]; da papa Siricio in una lettera alla Chiesa di Milano[11] e, soprattutto, da san Paolino in un celebre inno che descrive il rito nuziale di Giuliano e Tizia officiato dai rispettivi genitori, Memore, vescovo di Capua, ed Emilio, vescovo di Benevento[12]. Dato che la vergine consacrata è considerata sposa di Cristo, anche ad essa nel giorno della consacrazione viene imposto il velo e il rito prende il nome di velatio[13]. Ancora nella seconda metà del sec. IX nella lettera ai Bulgari che avevano posto una serie di domande il papa Nicolò I spiega che a Roma gli sposi, dopo un certo tempo dagli sponsali
«vengono presentati nella chiesa del Signore con le oblazioni che devono offrire per mano del sacerdote, e infine ricevono la benedizione e il velame celeste a imitazione di quanto fece il Signore, quando collocando i primi uomini nel paradiso, li benedisse dicendo loro: Crescete e moltiplicatevi, riempite la terra...(Gn 1,28). Per questo anche Tobia è presentato prima di coabitare con la consorte, aver pregato con lei il Signore con un’orazione (Tb 8,5-8). Questo velame non è tuttavia ricevuto da chi passa a seconde nozze»[14].
Come spiega P. Dacquino, l’uso dell’imposizione del velo sugli sposi è un residuo stilizzato della huppah biblica: è probabile che almeno in certi luoghi sin dall’inizio la benedizione venisse pronunziata sugli sposi mentre essi stavano sotto la huppah:

«Non è dunque l’autorità di qualche padre della Chiesa che ha fatto accettare e quindi diffondere il rito della benedizione nuziale nel IV sec., ma si tratta di una prassi ereditata dalle origini cristiane»[15].

La velazione rimase per lunghi secoli caratteristica della liturgia romana. Ne fanno fede oltre ai sacramentari che come si è visto designano il rito nuziale: velatio nuptialis o velatio sponsae, gli Ordines riportati da E. Martène nel suo: De antiquis Ecclesiae ritibus: almeno sette dei quattordici antichi Ordines da lui riprodotti prevedono l’imposizione del velo su ambedue gli sposi mentre il sacerdote pronunzia la benedizione della sposa[16].
Con il Rituale tridentino non si parla più di velazione, anche se vestigi di essa si incontrano nelle consuetudini popolari delle varie regioni. In Sicilia, dove numerosi erano gli ebrei sino al 1492 quando il re Filippo II li espulse da tutto il suo regno, ancora nel sec. XVI il matrimonio fu celebrato sotto il baldacchino, derivato dalla huppah giudaica, e nel sec. XVII identificato con il baldacchino della processione eucaristica e addirittura con il suo sostituto, cioè l’ombrella eucaristica, uso vietato a Catania da un sinodo del 1623, degradato sino ad arrivare al velo omerale che sino al 1920 a Cefalù veniva steso sugli sposi[17].

2. La corona e l’incoronazione

Il simbolismo della corona si ricollega a tre fattori principali: la sua collocazione sulla testa la rende partecipe non solo dei valori propri della testa, cima del corpo, ma anche di ciò che la sormonta, un dono venuto dall’alto. La forma circolare indica la perfezione, la partecipazione alla natura celeste. Infine, la materia della corona, vegetale o minerale, precisa con la sua consacrazione a un dio la natura dell’atto eroico compiuto o quella della ricompensa divina attribuita. La corona rappresenta, quindi, una dignità, un potere, una regalità, l’accesso a un rango e a forze superiori. Se culmina a forma di cupola poi afferma una sovranità assoluta.
Si comprende da ciò il suo impiego. In Egitto si coronavano i re e gli dei. Nell’islam e nello yoga la corona della testa sfugge alle limitazioni corporee per elevarsi allo stato sovrumano. A Roma e in Grecia è un segno di consacrazione agli dei: nel sacrificio, sacrificatore e vittima sono incoronati. Le statue degli dei sono di solito incoronate con foglie degli alberi e dei frutti delle piante loro consacrati: la quercia a Zeus, il lauro ad Apollo, il mirto ad Afrodite, la vite a Dioniso, le spighe a Cerere. I morti sono ornati di una corona come i vivi nelle grandi circostanze della vita, per attirare l’attenzione divina: le corone tendono ad assimilare chi le porta alla divinità, sono un simbolo di identificazione, captano le virtù del cielo cui le assimila la forma, o del dio cui le assimila la materia.
La corona o la ghirlanda può rappresentare anche il soggiorno dei beati o dei morti e lo stato spirituale degli iniziati (nelle iniziazioni dei culti misterici era di prassi l’incoronazione). La corona di piume degli indiani, la corona d’oro o l’aureola rappresentano il tentativo di identificazione con la divinità solare e di conseguenza l’assunzione di un potere eccezionale[18].
Nella tradizione ebraica e cristiana la corona si ricollega a modi di rappresentazione molto diversi. La corona è riservata al re (cf. Sal 21,4) e al sommo sacerdote (cf. Sir 45,12), ma poiché Dio è il sovrano supremo, può incoronare uomini e popoli con le sue benedizioni (cf. Sal 8,8; Ez 16,2; Sal 132,18). I profeti dicono che Israele è una magnifica corona nelle mani dei suo Dio (cf. Is 62,3), è segno cioè della sua azione onnipotente a favore degli uomini; la corona denota l’onore, la gioia, la vittoria. I libri sapienziali affermano che la corona del giusto, sua vera gloria è la sapienza, dono di Dio e conquista dell’uomo (cf. Sir 1,16; 6,31), e alla fine dei suoi giorni egli riceverà dal Signore una magnifica corona regale (cf. Sap 5,16). Nell’Apocalisse i 24 anziani che rappresentano la Chiesa di Dio, portano corone che depongono davanti al trono di Dio (cf. Ap 4,4-10); Cristo appare come sovrano incoronato come Dio (cf. Ap 14,14; cf. Eb 2,7), la donna vestita di sole, simbolo della Chiesa erede porta sul capo una corona di dodici stelle in quanto coronamento del popolo delle tribù d’Israele (cf. Ap 12,1). La corona dell’atleta vittorioso nei giochi e nei combattimenti dello stadio viene trasposta nell’ambito spirituale religioso (cf. 1Cor 9,24-27). Da qui l’accento escatologico così spesso presente nell’immagine della corona (cf. Gc 1,12; 1Pt 4,5; Ap 2,10). L’immagine viene assunta nella letteratura tradizionale, come testimoniano le Odi di Salomone, dove indica le nozze spirituali tra il neofita e Cristo.
Tutto questo simbolismo confluisce nell’uso che della corona si fa nei riti nuziali. A Roma come in Grecia durante il banchetto nuziale gli sposi portavano sul capo ghirlande di fiori. In Israele la corona forse originariamente riservata alla sposa (cf. Ct 3,11) successivamente è stata attribuita anche al marito: durante il corteo alla luce delle lampade gli sposi portavano corone fatte di stoffa con ornati o più semplicemente con fiori di mirto[19], apparendo come re e regina del giardino dell’Eden (cf. Ct 1,12).
La corona perciò, nonostante l’opposizione di Clemente Alessandrino[20] e di Tertulliano[21] che la consideravano una concessione all’idolatria, certamente per la sua presenza nella tradizione giudaica, entrò con naturalezza nei riti nuziali cristiani. La troviamo soprattutto in Oriente. La prima attestazione ci viene da Gregorio di Nazianzo[22] e soprattutto da Giovanni Crisostomo che moralisticamente interpreta le corone come simbolo della vittoria sulle passioni[23]. E l’incoronazione, ritenuta comprensiva anche dell’antica velazione[24], è divenuta l’elemento centrale del rito nuziale in tutte le Chiese orientali, senza cedere alla parentesi del Crisostomo.
Il rito più sobrio e lineare è quello bizantino. Per esso sono gli sposi corona l’uno per l’altro: nell’atto d’imporre le corone fa dire al sacerdote: «Il servo di Dio riceve come corona la serva di Dio N.», e viceversa. Ma poi, citando il Sal 8,6, prega: «Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore» e il lettore nel prokimenon riprendendo dal regale Sal 20,4, aggiunge: «Hai posto sul loro capo corone di pietre preziose»[25]. Gli sposi appaiono così come il re e la regina di un ritrovato paradiso d’innocenza e di festa. Il rito copto precisa l’onore e la gloria che la Chiesa auspica per gli sposi:

«Tu che hai incoronato i tuoi santi di corone imperiture, benedici queste corone... Siano per essi corone di gloria e di onore, di salute e benedizione, di gioia e concordia, di letizia e allegrezza, di virtù e di giustizia, di sapienza e d’intelletto e di fortezza e stabilità... Incoronali di gloria e di onore. Il Padre benedice, il Figlio incorona, lo Spirito Santo perfeziona. Sono degni, sono degni, sono degni. Signore poni sui tuoi servi una corona di grazia invincibile, una corona di gloria alta e possente, una corona di fede retta e inattaccabile»[26].

Il rito siriaco, certamente il più esplicito ed esuberante, dopo il canto del Sal 20,4, fa pregare il sacerdote:

«Gloria a colui che invia corone di gioia agli sposi e alle spose... Re universale, tu hai incoronato tutto quanto hai creato e stabilito, i cieli di luminari magnifici, la terra di alberi di fiori e di frutti svariati. Tu che hai incoronato il suolo di acque profonde, benedici la corona dell’anno, perché i poveri mangino e siano saziati, e la loro bocca intreccerà alla tua misericordia una corona di rendimento di grazie... Tu che hai fatto risplendere i profeti della corona di profezia, gli apostoli della corona della gloria, i martiri della corona di vittoria, tu che nel giorno della retribuzione incoronerai nel tuo regno celeste i santi che ne sono degni con corone intrecciate di opere di giustizia, accetta, Signore, la corona intrecciata con la lode che noi, miseri, in questo momento ti offriamo. Effondi su di noi la tua grazia infinita, stendi la tua destra e benedici queste corone gloriose, corone che adornino di lunga vita arricchita di opere sante, corone fatte di bellezza incorruttibile, corone segnate dal sigillo della croce vivificante. Sui tuoi servi che ne sono incoronati effondi la tua benedizione spirituale, perché ornati della corona di vittoria, rimangano sempre sotto il tuo sguardo. Concedi loro di incoronare i loro figli nella gioia e nella giustizia»[27].

Subito dopo le letture di Ef 5,20-33 e Mt 19,1-11, il sacerdote sulle corone pronunzia questa preghiera:

«“Cristo Gesù, tu che hai incoronato i re, i sacerdoti, i giusti... benedici queste corone che saranno poste sul capo dei tuoi servi, come hai benedetto la corona della santa Chiesa nel gran giorno della fesa nuziale... come hai benedetto la corona di Aronne sacerdote... la corona di Davide re e profeta... le corone dei giusti e dei santi”. Ponendola poi sul capo degli sposi soggiunge: “Questa corona per la mano di nostro Signore, discende dal cielo... La corona dello sposo è simile alla corona del figlio di Iesse e la corona della sposa è simile alla corona delle vergini”».

Ma nessuna liturgia forse come quella assira e caldea celebra nel rito nuziale le nozze tra Cristo e la Chiesa, preparate lungo tutto il corso della storia della salvezza. Nell’imposizione delle corone il popolo canta:

«Il Figlio di Dio ha preparato per la sua Chiesa che ha sposato a sé una festa nuziale. Ha edificato la stanza nuziale sul monte Sinai per mezzo di Mosè... ha invitato i profeti. Ha chiamato gli apostoli. Gli angeli sono stati i suoi nutritori, hanno portato la manna, la carne e le quaglie come nutrimento per la sua infanzia. Egli l’ha sposata a sé per mezzo di Mosè e le ha consegnato il documento della sua dote per mezzo di Giovanni al Giordano. Al suo banchetto il re Davide s’è impegnato a comporre salmi e cantici. Tutto lo splendore della figlia del re si trova in lei, ella è ornata di oro fino. Glorifica e adora il Signore, Chiesa, il Signore nostro che ha resa perfetta la tua bellezza». Il sacerdote ponendo le corone sul capo degli sposi soggiunge. «La tua benedizione, Signore, si manifesti sulla terra e la tua lode ascenda verso il cielo. Poni le corone sul capo dei tuoi servi e rende perfette le loro opere»[28].

È appena il caso di ricordare che nelle Chiese siriache esiste da tempo immemorabile una festa della Chiesa sposa. Questo spiega perché i riti nuziali insistono tanto nel mettere in parallelo il rito della dedicazione e quello dell’incoronazione[29].

3. L’incoronazione e la velazione nel nuovo rito

L’imposizione del velo, come si è visto, malgrado il fatto che sia ignorata dal Rituale tridentino, è sopravvissuto qua e la nelle consuetudini locali.
Per quanto riguarda l’incoronazione, non sono molte le testimonianze della sua presenza nella liturgia romana e occidentale in genere. La testimonianza più chiara è quella che ci viene dal papa Nicolò I nella già citata lettera ai Bulgari dell’866. Il papa dopo aver descritto l’imposizione del velo con la solenne preghiera di benedizione, aggiunge:

«Dopo queste cerimonie, usciti dalla chiesa gli sposi portano sul capo delle corone che si sogliono conservare sempre dentro la chiesa. E così celebrate le feste nuziali, essi si apprestano a condurre la loro vita comune disponendo le cose il Signore quanto al futuro»[30].

È probabile che il rito era in uso ma non aveva molto risalto. Nel testo citato, probabilmente la preoccupazione di attenuare le differenze con i bizantini spinge il papa ad attribuire alle corone un risalto maggiore di quello che nella realtà avevano. Tuttavia, la corona in varie regioni, come in Sicilia dove greci e latini hanno a lungo convissuto, in maniere variate si è conservata a lungo. Come ricorda C. Valenziano, «le corone della celebrazione, di zagare foglie e fiori, operate in cera, vengono portate a casa e attaccate alle icone delle nozze che sta al capo del letto nuziale; il coniuge che muore prima, porterà con sé le due corone, il coniuge che muore dopo l’icone»[31].

Ora il nuovo rito italiano, utilizzando la concessione dell’editio typica, dà diritto di cittadinanza sia all’incoronazione sia alla velazione. Subito dopo lo scambio del consenso e degli anelli, il Rituale recita:

«Nei luoghi dove già esiste la consuetudine, o altrove con il permesso dell’Ordinario, si può fare l’incoronazione degli sposi, segno della loro partecipazione alla regalità di Cristo» (n. 78).

Il sacerdote, tenendo sul capo degli sposi con le braccia incrociate le «corone nuziali», dorate o argentate e sobriamente decorate oppure di fiori, a somiglianza di come avviene nel rito bizantino, incorona lo sposo e la sposa dicendo: «N., (servo/serva di Dio), ricevi N. (serva/servo di Dio) come corona». Quindi aggiunge: «O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore». Le corone verranno tolte prima della benedizione finale. La corona è per gli sposi segno del dono dell’uomo alla donna e della donna all’uomo con cui Dio incorona l’esistenza dell’uno e dell’altro, rendendoli l’uno per l’altro segno della sua presenza paterna e provvidente. Segno di dedicazione dell’uno all’altro e di tutti e due a colui che li incorona. Ricorda loro l’iniziazione, è segno della vittoria sul peccato, sulle debolezze e le tentazioni che dovranno affrontare. Ma è soprattutto segno della regalità donata loro nel battesimo, del loro essere re e regina, immagine del nuovo Adamo e della nuova Eva, Cristo e la Chiesa, in un ritrovato giardino dell’Eden, luogo di festa tutto armonia e bellezza e della loro vocazione a trasformare con il loro amore operoso il deserto in giardino, luogo di festa e di pace; segno della corona di gloria loro promessa nel regno dei cieli se essi saranno fedeli sino alla fine alla loro promessa.

Durante la solenne preghiera di benedizione, nei luoghi dove già esiste la consuetudine, o altrove con il permesso dell’Ordinario, si può fare ugualmente l’imposizione del velo sugli sposi (velazione). I genitori e i testimoni, tengono disteso il «velo sponsale» (bianco, con eventuale appropriato e sobrio ornamento) sul capo di entrambi gli sposi per tutta la durata della preghiera.

4. Conclusione

Il velo richiama la huppah giudaica, la tenda e la casa accogliente che sono gli sposi l’uno per l’altro e tutti e due per i fratelli. Evoca quindi la famiglia come Chiesa domestica, casa di Dio dove la parola di Dio abiti con abbondanza, ci si istruisce, esorta e ammonisce scambievolmente, si cantano salmi, inni e cantici spirituali, si rende grazie per ogni cosa a Dio Padre per Cristo e tutto quello che si fa in pensieri, parole e opere si compie nel nome del Signore Gesù. Esso è simbolo del cielo che copre e protegge, del ciborio che adombra l’altare e implora lo Spirito che scese su Maria nell’annunciazione, su Gesù al Giordano, che avvolse gli apostoli sul monte della trasfigurazione, che si manifestò a Pentecoste sulla Chiesa nascente e la infiammò di ardore apostolico, che scende sui doni eucaristici e su coloro che vi prendono parte, e viene invocato sugli sposi perché li unisca, trasfiguri la loro unione e infiammi il loro cuore, perché condividano i doni del suo amore, siano un cuor solo e un’anima sola, l’uno per l’atro segno della presenza di Dio, vangelo vivo tra gli uomini.


[1] Per la storia dei riti nuziali resta ancora fondamentale lo studio di K. Ritzer, Le mariage dans les Églises chrétiennes du I au XI siècle, Cerf, Paris 1970 (ed. or. ted. 1962).
[2] Così nel Sacramentario Veronense (Ve XXXI, 1105-1110: L.C. Mohlberg [ed.], Sacramentarium Veronese [= Rerum Ecclesiasticarum Documenta. Fontes, I], Herder, Roma 1960, pp. 239-240); «ad sponsas velandas» nel Sacramentario Gregoriano (Gr 200, 833-839: J. Deshusses [ed.], Le sacramentaire Grégorien. Ses principales formes d’après les plus anciens manuscrits, I, Éd. Universitaires, Frigourg 1979, pp. 308-311; mentre nel Sacramentario Gelasiano il nome è «actio nuptialis» (Gel Lib. III, LII, 1443-1455: L.C. Mohlberg [ed.], Liber sacramentorum Romanae Aecclesiae ordinis anni circuli [= Rerum Ecclesiasticarum Documenta. Fontes, IV], Herder, Roma 1960, pp. 208-210).
[3] In tutte le liturgie orientali l’incoronazione costituisce la parte centrale del rito nuziale. Cf. A. Raes (ed.), Le mariage. Sa célébration et sa spiritualité dans les Églises d’Orient, Éditions de Chevetogne, Paris 1958: rito bizantino (pp. 43-63), armeno (pp. 82-98), siriaco (pp. 121-130), maronita (pp. 142-152), caldeo (pp. 174-191).
[4] Sull’uso del velo da parte delle donne e in genere sulla condizione femminile nell’antichità greca, romana, giudaica e cristiana, nei primi secoli del cristianesimo, cf. Tertulliano, De virginibus velandis. La condizione femminile nelle prime comunità cristiane, a cura di P.-A. Gramaglia, Borla, Roma 1984, con l’ampia e documentata introduzione del curatore (pp. 7-214).
[5] Nell’islam la faccia di Dio è velata da 70 mila cortine di luce e di tenebre (hijab) senza le quali tutto ciò che il suo sguardo raggiunge resterebbe incenerito (J. Chevalier - A. Gheerbrandt, Dizionario dei simboli, vol. II, Rizzoli, Milano 1986, p. 536).
[6] Sulla huppah, cf. P. Dacquino, Storia del matrimonio cristiano alla luce della Bibbia, LDC, Leumann 1984, pp. 25-26.
[7] Il testo delle benedizioni si trova sostanzialmente identica nel Talmud babilonese del sec. V d.C., attribuito a Rabbi Iehuda ben El’ai, morto intorno al 150 d.C. (in H.L. Strack - P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, C.H. Beck, München 1922, vol. I, p. 514). Oggi queste benedizioni vengono pronunziate mentre si stende sugli sposi il tallit, o scialle della preghiera dello sposo, vestigio dell’antica huppah. Ecco il testo delle benedizioni oggi in uso, ripreso da una recente celebrazione: «1. Benedetto tu, o Signore, Dio nostro, Re dell’universo, che hai creato il frutto della vite. / 2. Benedetto tu, o Signore, Dio nostro, Re dell’universo, che tutto hai creato per la tua gloria. / 3. Benedetto tu, o Signore, Dio nostro, Re dell’universo, che hai creato l’uomo. / 4. Benedetto tu, o Signore, Dio nostro, Re dell’universo, / che, a tua immagine e somiglianza, hai creato l’uomo / e hai stabilito che dal suo seme si perpetui il genere umano in eterno. / 5. Benedetto tu, o Signore, creatore dell’uomo. / Di gaudio esulti la città di Sion, / perché, con gioia, nel suo seno tornano i figli a raccogliersi. / 6. Benedetto tu, o Signore, che gaudio porti a Sion con i suoi figli. / Fa’ gioire questa amorosa coppia, / come facesti con coloro che tu creasti nel giardino dell’Eden. / Benedetto tu, o Signore, che dai gioia allo sposo e alla sposa. / 7. Benedetto tu, o Signore, Dio nostro, Re dell’universo, / che hai creato l’allegria e la gioia, lo sposo e la sposa, la letizia ed il canto, / la delizia e il piacere, l’amore e la fratellanza, la pace e l’amicizia. / O Signore, Dio nostro, fa’ che presto, nelle città di Giuda e nelle contrade di Gerusalemme, / si possano udire voci di allegria e di gioia, voci di sposi e di spose, / canti esultanti di simposi nuziali e di giovani in coro. / Benedetto tu, o Signore, che fai gioire lo sposo e la sposa».
[8] «Sellas duas iugatas ovili pelle superiniecta eius ovis quae hostias fuisset et ibi nubentes velatis capitibus in confarreatione flamen et flamina residerent» (Servio, Ad Aeneid., IV , 374): c’erano due sedie, legate assieme, sopra le quali veniva posta la pelle della pecora che era stata sacrificata, e qui stavano seduti con il capo coperto da un velo il sacerdote e la sacerdotessa di Giove durante la confarreatio.
[9] Il significato etimologico di nubere (sposare) presso i romani era coprire, come spiega Terenzio Varrone, De lingua latina, 4; cf. anche Festo, De verborum significatione, 5: «Unde nuptiae dictae sunt a capitis operitione».
[10] Lettera a Vigilio scritta nel 385: «Sed prope nihil gravius quam copulari alienigenae, ubi et discordiae incentiva et sacrilegii flagitia conflantur. Nam cum ipsum coniugium velamine sacerdotali et benedictione sanctificari oporteat, quomodo potest coniugium dici, ubi non est fidei concordia?» (Epistola 19 ad Vigilium, 7, PL 16, 984-985).
[11] Nella lettera scritta nel 390 dopo un sinodo tenuto a Roma, papa Siricio afferma che non si possono trattare con dispregio i voti fatti alle nozze alle quali il vescovo interviene con l’imposizione del velo, anche se la Chiesa ritiene lo stato della verginità consacrata degna di maggiore onore: «Nos sane nuptiarum vota non aspernanter accipimus, quibus velamine intersumus, sed virgines quas nuptiae creant, Deo devotas maiore honorificentia honoramus» (PL 16,5, 1123, tra le lettere di Ambrogio).
[12] Rivolto a Memore, Paolino dice: «Duc Memor alme, tuos Domino ante altaria natos commendaque precans sanctificante manu», quindi parlando di Emilio aggiunge: «Ille iugans capita amborum sub pace iugali velat eos dextra, quos prece sanctificat» (Paolino di Nola, Carmen XXV, CSEL 30, 244-245.
[13] Cf. Sacramentario Gregoriano 215, 995, (ed. Deshusses, p. 341): «Ad ancillas dei velandas».
[14] «Et primum quidem in ecclesia Domini cum oblationibus quas offerre debent Deo per sacerdotis manum statuuntur sicque demum benedictionem et velamen celeste suscipiunt, ad exemplum videlicet quod Dominus primos homines in paradiso collocans benedixit eis dicens: Crescite et multiplicamini et caetera (cf. Gn 1,28). Siquidem et Tobias antequam coniugem convenisset, oratione cum ea Dominum orasse describitur (cf. Tb 8,5-8). Verumtamen velamen illud non suscipit qui ad secundas nuptias migrat» (Nicolò I, Responsa ad consulta Bulgarorum, III, PL 119, pp. 979-980). L’aggettivo «celeste» attribuito al velame e il riferimento al giardino dell’Eden dimostrano che il papa ha in mente la huppah fabbricata da Dio nel paradiso terrestre, come dicevano gli scritti giudaici.
[15]Dacquino, Storia del matrimonio, cit., p. 240.
[16] E. Martène, De antiquis ecclesiae ritibus, lib. I, c. IX, art. 5, Antverpiae 1736, vol. II, 354-387. I testi, tradotti in italiano, sono riprodotti in L. Crociani, Riti nuziali nel mondo latino occidentale, Edizioni Cantagalli, Siena 2001, pp. 141-202.
[17] C. Valenziano, Costanti e varianti in celebrazioni coniugali di culture cristiane, in La celebrazione del matrimonio cristiano, EDB, Bologna 1977, p. 356.
[18] Sul simbolismo della corona, cf. J. Chevalier - A. Gheerbrandt, Dizionario dei simboli, vol. I, Rizzoli, Milano 1986, pp. 323-327.
[19]Dacquino, Storia del matrimonio, cit., pp. 21.31.
[20] Cf. Clemente, Pedagogo, II, 8, 78, PG 8, 478.
[21] Cf. Tertulliano, De corona militis, XIII, 3, CCL 2, 1061.
[22] Nella lettera all’amico Eusebio, Gregorio scusandosi di non poter essere presente alle nozze della figlia, perché infermo, ricorda che spettava al padre della ragazza porre la corona sul capo degli sposi: «Delle altre cosa occupatevi voi e il padre incoroni la figlia come era suo desiderio. Questo, infatti, quando sono stato presente alle nozze ho prescritto: spetta ai padri di famiglia mettere le corone; a noi vescovi invece, fare le preghiere, le quali so bene che non sono limitate al luogo» (Epistola 231, PG 37, 373).
[23] «Per questo vengono poste sul capo le corone, simbolo di vittoria, in quanto non vinti prima, accedono al talamo non sconfitti dalla libidine. Che se soggiogato da essa, uno si è dato alle meretrici, come potrà portare in capo la corona dopo essere stato vinto?» (Omelia IX, 2 in 1Tm 2,9, PG 62, 546) Sulla corona nuziale presso i cristiani, cf. K. Baus, Der Kranz in Antike und Christentum. Eine religionsgeschichtliche Untersuchung mit besonderer Berüchsichtigung Tertullians, [s.e.], Bon 1940 (19652).
[24] Un’altra ragione della poca rilevanza che ha la velazione nei riti orientali è probabilmente il fatto che il suo simbolismo è compreso nell’imposizione della mano, su cui insistono tutti i riti, particolarmente quello assiro e caldeo.
[25] Al termine della celebrazione togliendo le corone, il sacerdote si rivolge allo sposo: «Sposo, sii glorificato come Abramo, benedetto come Isacco, moltiplicato come Giacobbe. Prosegui il tuo cammino in pace e adempi con giustizia i precetti di Dio». Quindi rivolto alla sposa: «E tu, sposa, sii glorificata come Sara, allietata come Rebecca, prolifica come Rachele, felice del tuo marito e osservante delle prescrizioni della legge, perché così è piaciuto a Dio». Quindi rivolgendosi al Signore prega perché gli sposi possano ritrovare le corone intatte nel regno eterno di Dio: «O Dio nostro, che ti sei recato a Cana di Galilea e vi benedicesti il matrimonio che ivi si celebrava, benedici i tuoi servi qui presenti, che secondo la tua provvidenza si sono uniti per la comunione di vita nel matrimonio; benedici le loro iniziative e le loro imprese; prolunga la loro vita fra i beni, custodisci le loro corone nel tuo regno, conservale senza macchia né bruttura né intrigo, per i secoli dei secoli» (Raes, Le mariage, cit., pp. 63.67-68).
[26] Ibid., pp. 40-41.
[27] Ibid., pp. 122-123.
[28] Ibid., pp. 181-182.
[29] Cf. G. Khouri-Sarkis, La fête de l’Église dans l’année liturgique syrienne, in «Irenikon» 28 (1955) 186ss.; H. Engberding, Die Kirche als Braut in der ostsyrischen Liturgie, in «Orientalia christiana periodica» 3 (1937) 5ss.; F. Graffin, Recherches sur le thème de l’Église-épouse dans la liturgie et la littérature patristique de langue syriaque, in «L’Orient syrien» 3 (1958) 317ss.
[30] Dopo aver ricordato l’imposizione del velo sugli sposi, aggiunge: «Post haec autem de ecclesia egressi, coronas in capitibus gestant, quae sempre in ecclesia ipsa sunt solita reservari. Et ita festis nuptialibus celebratis, ad ducendam individuam vitam, Domino disponente de caetero diriguntur. Haec sunt iura nuptiarum, haec sunt praeter alia quae nunc ad memoriam non occurrunt» (Nicolò I, Responsa ad consulta Bulgarorum, III, PL 119, col. 980.
[31]Valenziano, Costanti e varianti, cit., p. 325.


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