Di fronte a un documento, come Liturgiam authenticam (= LA), lo studioso resta un po’ perplesso. Non è in gioco l’obbedienza, ma la fatica nella comprensione del messaggio. Queste pagine non intendono compiere una disanima su tutte le varie sfaccettature del documento, ma procedere per brevi sondaggi[1]. Ciò che ne scaturisce è solo qualche cosa di molto parziale, ma non per questo meno indicativo. 1. Premessa LA non è un’Istruzione tra le tante[2]. Si tratta di un testo che modifica in modo piuttosto determinante la storia liturgica della Chiesa dalla fine del concilio a oggi. Si tratta, infatti, di un documento che in modo forte si colloca non in continuità con documenti precedenti, ma in totale sostituzione: «Ea, quae in hac praesenti Instructione statuuntur, substituantur pro omnibus normis de eadem re ante hac editis, excepta Instructione, “Varietates legitimae”, a Congregatione de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum die 25 mensis ianuarii 1994 publici iuris facta, cum qua Instructione novae hae normae componendae esse reputentur» (LA 8)[3]. Con molto più savoir-faire la stessa Congregazione che ha redatto LA, nel Breve riassunto collocato in Internet, scriveva: «Occorre notare che la presente Istruzione sostituisce le norme anteriori, di cui assume molti contenuti, fornendo loro una disposizione più ordinata e sistematica, completandoli con alcune precisazioni e collegandoli con questioni più affini che finora sono state trattate in maniera distaccata». A ben vedere esiste una discrepanza tra lo spirito che emerge dalla breve presentazione («Sostituisce le norme anteriori, di cui assume molti contenuti») e il testo dell’Istruzione stessa («Substituantur pro omnibus normis»). Questo duplice animo, che desidera sostituire, assumendo, e contemporaneamente vuole sostituire, invalidando, si ritrova lungo tutto il testo di LA. Il duplice animo, poiché è impossibile fonderlo, genera delle tensioni di una certa consistenza. In queste pagine non si può ovviamente esaminare tutto. È possibile, tuttavia, elencarne alcune. Da una parte la stesura di LA dimostra di essere estremamente interessata ad alcuni documenti precedenti, mentre dall’altra fa emergere silenzi di un certo peso su diversi altri. Da una parte si nota nel documento una volontà forte di sterzare certe linee pregresse date dalla stessa autorità magisteriale, dall’altra il vocabolario usato genera una notevole difficoltà nel comprendere bene la volontà del documento stesso. Da una parte si vuole dialogare con la scienza, dall’altra essa è estromessa senz’appello. Da una parte si vuole rimanere giustamente fedeli al magistero, dall’altra vengono impartite indicazioni con fragile lucidità teologica (non si voleva allungare ulteriormente il documento?)[4]. Accanto alle tensioni, però, vanno evidenziate anche gli elementi positivi che con varia chiarezza emergono dal testo di LA. Anche in questo caso le poche righe dedicate a una breve riflessione su LA non li possono analizzare tutti. Vale la pena, tuttavia, soffermare l’attenzione almeno su due: il giusto richiamo al rapporto fra testo liturgico e verità di fede; il valore epocale – sia concesso l’aggettivo dal momento che un cambiamento del genere è avvenuto sostanzialmente solo nel sec. IV – di una traduzione che arricchisce il linguaggio di fede di una cultura. Come conclusione di questa breve esplorazione su LA, che non intende esaurirne l’approfondimento sia sul versante delle fragilità sia sul versante delle positività, si possono enucleare alcuni obiettivi e alcuni limiti del documento. 2. I documenti Sicuramente LA è l’Istruzione che si è avvalsa di più fonti rispetto alle precedenti Istruzioni. Tuttavia, bisogna rilevare che Varietates legitimae è molto più armonica e completa nell’avvalersi delle fonti. Cita, per esempio, i Padri della Chiesa che in LA sono totalmente assenti, sebbene abbiano parecchio da dire sul tema della traduzione. Volendo osservare quali siano i documenti ai quali si rifà LA, si può notare come le fonti siano, tutto sommato, di facile individuazione. Si possono suddividere in documenti papali[5], conciliari[6], liturgico-testuali[7], dei dicasteri[8] e altri[9]. Di tutto questo materiale vale la pena ricordare che un documento, citato da LA alla nota 20, esattamente una lettera del Consilium ad exequendam, Dans sa récente allocution (21.6.1967), oltre che dare indicazioni sulla sobrietà e la cautela nell’attuare gli adattamenti, dice anche che la traduzione letterale dei testi liturgici, necessaria momentaneamente «per scoprire meglio tutta la ricchezza del patrimonio liturgico», fosse qualche cosa di transeunte in attesa di tempi in cui «non sarà più necessario sottostare alle strettezze della traduzione letterale». Dopo quarant’anni dal concilio, la Chiesa si trova ancora nella situazione di sola scoperta? Comunque sia, è onesto dire che la massa di documenti è veramente ampia rispetto alle precedenti Istruzioni. Fa parte di una lettura critica cogliere anche gli illustri assenti, che possono essere almeno due. Vediamo il primo: mancano le citazioni dei Padri. In un’Istruzione magisteriale è difficile pensar di trovare una citazione di Martin Lutero («Lettera del traduttore» del 1530). Il gesto, però, avrebbe potuto avere un significato ecumenico. È più facile, invece, pensar di trovare una citazione dei Padri della Chiesa (come già fatto nella Varietates legitimae) o dei grandi traduttori medioevali. In LA, purtroppo, non si fa nessun cenno al «Patrono dei traduttori»[10], san Gerolamo, e alla sua Epistola 57 a Pammachio, testo chiamato anche Liber de optimo genere interpretandi. C’è da chiedersi: questa notevole assenza è dovuta al fatto che la citazione di Gerolamo[11] (o di Ilario o di Beda il Venerabile o di Notker il Balbo)[12] non può accordarsi né con lo spirito né con la lettera dell’Istruzione? Mancano anche le citazioni di altre fonti dell’autorità magisteriale. Non compare la lettera Cum, nostra aetate (27.1.1966) del Consilium ad exequendam. In questo testo l’autorità che presiede alle edizioni è diversamente concepita da quanto dice, invece, il dettato di LA. Manca, anche, la citazione dell’Istruzione Comme le prévoit (25.1.1969) del Consilium ad exequendam (Istruzione comunque soppressa da LA), di cui LA si avvale in alcuni punti. Forse l’assenza di qualunque cenno a questo documento è dovuto al fatto che alcune norme e, soprattutto, lo spirito di Comme le prévoit non si accordano con le norme e lo spirito di LA? L’epoca in cui sono nati questi due documenti (Cum, nostra aetate e Comme le prévoit) era segnata da quanto dice la lettera Le renouveau liturgique (30.6.1965) del Consilium ad exequendam: «Le norme liturgiche sono concepite con una certa flessibilità che permetta l’adattamento...»; e ancora: «L’unità non impedirà né soffocherà la varietà, ma si esprimerà nella varietà stessa, impedendo che divenga dispersione». L’analisi delle fonti, citate e non citate, induce a pensare che la mentalità, presente nelle origini del rinnovamento liturgico postconciliare, oggi sia stata sostituita da un’altra. LA ha voluto in qualche modo tacitare certe norme per dar luogo a nuove norme ricche di precisione. Ma in questa intenzione è stato curato il vocabolario in modo che la comunicazione fosse chiara e organica? 3. Il vocabolario Leggendo con attenzione l’Istruzione Comme le prévoit del Consilium ad exequendam, si nota come il vocabolo francese principes compaia un paio di volte: una volta al n. 4 (quelques grands principes...) e una seconda nel titolo del paragrafo che abbraccia i nn. 5-29 (Principes généraux). Lo stesso vocabolo, in latino principium/principia, compare in LA almeno ventuno volte. Già questo potrebbe in qualche modo creare qualche problema circa la psicologia del linguaggio. Ciò, però, che contribuisce a rendere faticosa la comprensione del testo di LA è il dilagare dei principi. Il testo di LA contiene, in modo ben definito nella sua seconda parte (De textuum liturgicorum translatione in linguas populares), un intero paragrafo intitolato: 1. Principia generalia cuivis translationi apta. I numeri dedicati a questo paragrafo sono quindici (LA 19-33). Il lettore, però, si troverà ancora di fronte ad altri principia che riguardano la traduzione, ma sono seminati qua e là lungo il testo di LA. Nel prosieguo della lettura del documento ci si imbatte in LA 40-41. Si tratta di indicazioni importanti circa la traduzione dei testi biblici. In LA 43 si scopre che sono dei principia. Giungendo a LA 51, si apprendono delle indicazioni riguardanti la varietà dei vocaboli liturgici. In LA 57 si scopre che LA 51 era un principium. Non basta. Se si legge con attenzione LA 50 ci si imbatte in altri quattro principia da osservare specialiter. Lo stesso accade in LA 57 dove esistono ancora quattro principia da osservare. La lettura di LA dà l’impressione che la gran parte dei numeri del documento (o, forse, tutti?) sia un principium, più o meno dichiarato, da osservare[13]. Scontata appare la considerazione secondo la quale, se tutto è principium... non ci sono principia. Se, poi, si volesse esaminare il campo semantico dei principia, dove si trovano i vocaboli norma, praescriptio, criterium, ratio, ecc., i problemi si moltiplicherebbero. Nel testo di LA, infatti, sono molto labili i confini tra principium e norma (cf. LA 7) oppure tra principium e criterium (cf. LA 131), tra principium e praescriptio (cf. LA 82)[14] tra ratio e criterium (cf. LA 79d,i), ecc. Sotto il profilo del linguaggio, pur con qualche osservazione critica, l’Istruzione Veritates legitimae è, insieme alla stragrande maggioranza dei documenti romani, molto più attenta. In LA invece la fragilità nella precisione del linguaggio è accompagnata da altre fragilità. Si tratta di fragilità culturali di un certo rilievo. 4. Il dialogo con la scienza Fra i vari argomenti che si potrebbero affrontare in questo paragrafo vengono scelti solo due: il primo riguarda il rapporto tra le normative di LA e la scienza accademica o degli studiosi; il secondo, la precisione della traduzione dei vocaboli. Per quanto riguarda il rapporto tra le normative di LA e la scienza accademica o degli studiosi, sarebbe opportuno affrontare l’argomento alla luce del concilio. È bene ricordare quanto la Gaudium et spes esprime circa l’atteggiamento corretto da assumere, come credenti, di fronte alla scienza: «Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio» (GS 36)[15]. Lo spirito di questa affermazione indica profeticamente il sano incontro tra la fede e la scienza, ancorato alla loro origine, Dio stesso. Alla luce di GS 36 suonano un po’ strane certe affermazioni di LA. A titolo di esempio, si vedano queste due asserzioni in qualche modo non congruenti. Da una parte, infatti, il sapere accademico è preso come uno dei criteri per stabilire una distinzione tra lingue e dialetti, dall’altra il sapere scientifico non fa più testo per quanto riguarda lo stile nella traduzione. Vediamo il primo testo riguardante la scelta delle lingue nella traduzione liturgica: «Necessaria insuper evadit distinctio in ambitu liturgico inter linguas et idiomata dialectalia. Peculiari ratione dialecti, quae communem ingenii formationem academicam et culturalem non fulciunt, ad plenum liturgicum usum recipi nequeunt, quia deficiunt stabilitate et amplitudine, quae necessaria sunt, ut sint sermones liturgici intra fines latiores» (LA 12)[16]. Alla luce di queste affermazioni si comprende molto bene come al n. 126a si chieda che nella traduzione liturgica vengano consultati sia il clero sia i competenti («in re peritorum»). Vediamo ora il secondo testo riguardante la scienza profana della traduzione in rapporto allo stile: «Enchiridia scholarum ad stylum pertinentia vel similia opera, cum his proclivitatibus nonnumquam indulgent, nequeunt haberi exemplaria pro translatione liturgica» (LA 32)[17]. O i concetti non sono espressi con la chiarezza dovuta oppure il lettore si imbatte sulla duplice anima del documento di cui è già stato fatto cenno. L’ultimo pensiero (LA 32), poi, è di difficile condivisione. Per quanto riguarda la scienza della traduzione e tutti i problemi annessi, il mondo accademico è, nella stragrande maggioranza dei casi, molto serio[18]. La competenza nella letteratura classica e medio-orientale[19] non sopporta una traduzione che passi attraverso «locutiones propriae praeconiorum negotiatoriorum aut consiliorum vel inceptorum politicorum et ideologicorum, modorum caducorum vel obnoxiorum regionalibus idiomatibus vel ambiguitatibus significationis» (LA 32)[20]. Non è escluso che certi tentativi (non accademici) possano, purtroppo, eccedere in fraseologie di cattivo gusto anche nei testi più sacri, come in una recentissima traduzione inglese della Bibbia, non ufficiale, ma comunque approvata dall’autorità ecclesiastica anglicana. Per quanto riguarda invece la precisione della traduzione dei vocaboli, LA è molto minuziosa (cf. LA 23, 30, 31b, 41c, 43, 45ce, 50a, 51, 53, 65). Questa minuziosità non significa, però, precisione. In LA 31 il documento chiede che «vocabula coniuncta “Filius hominis” fideliter et diligenter reddantur»[21], senza fare distinzione tra l’espressione presente nel libro del profeta Ezechiele e l’espressione che invece ha profondo valore cristologico nel Nuovo Testamento. Se certi vocaboli sempre «vim suam servant»[22], come può essere il caso di cornu (LA 43), e quindi devono essere conservati, diventa un problema tradurre Lc 1,69a con «hai suscitato per noi un corno di salvezza». Si provi per un momento a pensare cosa può passare per la testa ai fedeli di certe regioni italiane dove il «corno», quando non è detto di animali o di realtà geografiche, può indicare qualche cosa di superstizioso, nel migliore dei casi. Nel peggiore, cerchi il lettore di immaginarselo, perché chi scrive non intende esplicitarlo[23]. Per quanto riguarda la precisione nella traduzione dei testi liturgici LA 52 ingiunge: «Translator nitatur servare “denotationem” seu sensum primarium verborum ac locutionum, quae in textu originali inveniuntur, necnon “connotationem” seu parva discrimina significationis vel affectus ab illis evocatam...»[24]. Si tratta di un’affermazione molto giusta, ma applicabile a un testo in campo chiuso e omogeneo (stesso autore, identica lingua, stesso stile). Non sempre è applicabile nella traduzione dei testi liturgici per almeno due motivi. Il primo riguarda il tipo di lingua che trasmette la ricchezza della consuetudo Ecclesiae di Roma. Si parla sempre di lingua latina. Di fatto coesistono nei testi liturgici, specialmente in quelli del Messale, più tipi di latino di più epoche e di più luoghi geografici[25], dando luogo al fenomeno dell’interlingua. Ciò non capita solo nel formulario, ma anche all’interno di una singola formula. Chi manca di questa sensibilità ritiene che il latino liturgico sia «un solo latino», mentre invece è l’associazione di «più latini». Ne consegue, per esempio, che la traduzione del vocabolo gloria dovrebbe comprendere o un solo vocabolo italiano, «gloria» (e il significato rimarrebbe completamente oscurato in moltissimi testi), o bisognerebbe scegliere una serie piuttosto abbondante di vocaboli (luce, onore, vittoria, presenza divina, gioia, ecc.), secondo le associazioni verbali, nominali e determinative del vocabolo stesso[26]. La scienza, che fa sempre parte della cultura di un popolo – o, con la globalizzazione, dei popoli – è un canale inevitabile dentro al quale tutta la realtà dell’espressione della fede si incanala per trovare una felice osmosi sia dall’«espressione della fede» alla «cultura» sia dalla «cultura» all’«espressione della fede». Se la duplice anima di LA ha mostrato diverse incongruenze, più delicato è il discorso del duplice animo nella ricaduta sulla nitidezza teologica. 5. Nitidezza teologica? Per la traduzione dei testi biblici, giustamente l’Istruzione afferma in LA 24: «Praeterea omnino non licet translationes fieri e translationibus iam in alias linguas peractis, cum immediate ex textibus originalibus oporteat eas deduci, scilicet, de latino, quod spectat ad textus liturgicos manu ecclesiastica compositos, de lingua hebraica, aramaica vel graeca, si casus fert, quod respicit ad textus Sacrarum Scripturarum»[27]. Un’affermazione di questo genere crea difficoltà. La Nova Vulgata è l’erede diretta della Vulgata di Gerolamo. La Vulgata di Gerolamo, a sua volta, non è una vera e propria traduzione, bensì una revisione critica della Vetus latina, che dal canto suo è traduzione dei LXX. Inoltre, la Nova Vulgata, essendo traduzione (latina) della traduzione (greca dei LXX), non è ispirata. Applicando alla lettera quanto dice il documento nella prima parte di LA 24 per la Nova Vulgata non ci sarebbe scampo. La Nova Vulgata non andrebbe neppure presa in considerazione.
LA, tuttavia, fa un’aggiunta importante: «Item in exarandis translationibus Sacrorum Bibliorum ad usum liturgicum, pro more inspiciendus est ut subsidium textus Novae Vulgatae editionis a Sede Apostolica promulgatae, ad traditionem exegeticam servandam, quae peculiariter ad liturgiam latinam spectat, sicut alibi in hac Instructione est expositum»[28]. Questa affermazione risolve senz’altro l’obbedienza al magistero che ha voluto la Nova Vulgata, che pur è traduzione latina della traduzione greca, quale testo tipico per la liturgia. Resta, però, aperto un problema. Cosa significa «tipico» per la Nova Vulgata dopo la Divino Afflante Spiritu (30.09.1943), dopo l’iniziativa di Pio XII di ritradurre in latino i Salmi, collocando questa nuova traduzione nel Breviario, e dopo la Dei Verbum? È difficile attribuire oggi all’aggettivo «tipico» per la Nova Vulgata lo stesso significato che ha per l’eucologia di creazione ecclesiastica, tanto più che LA 37, per ben due volte, sottolinea come la Nova Vulgata serva solo da modello per il testo canonico delle Scritture («Quoad textum canonicum Sacrarum Scripturarum definendo»; «quod pertinet ad traditionem textualem subiacentem»). Se fino a qui il testo di LA riguardante la Scrittura è tutto sommato abbastanza comprensibile, diventa difficile capire il legame teologico sotterraneo che lega LA 24, 37 e il dettato di LA 31, dove la minuziosità delle norme rischia di far diventare la Nova Vulgata un testo intangibile, quasi fosse un testo originale come l’ebraico, l’aramaico e il greco, e quindi, ispirato. Di tenore diverso era l’indicazione di Inter Oecumenici al n. 40a (Istruzione comunque soppressa da LA): «Le traduzioni dei testi liturgici si facciano sul testo liturgico latino. La versione dei brani scritturistici deve esser conforme allo stesso testo latino della liturgia, con facoltà, se necessario, di riscontrare e correggere tale versione sul testo originale, o su un’altra versione più fedele». La posizione di IŒ portava al rispetto della consuetudine liturgica della Chiesa di Roma nell’uso del testo latino della Scrittura, al rispetto dell’insegnamento magisteriale sull’ispirazione e al rispetto del cammino ecclesiale dell’esegesi. Se si dovessero prendere alla lettera le ingiunzioni di LA, cosa potrebbe accadere nella traduzione di Lc 2,24: «Gloria in altissimis Deo et in terra pax in hominibus bonae voluntatis»? Diventerebbe: «Gloria nelle altezze a Dio e pace in terra negli uomini di buona volontà»? È vero che in questa ipotetica traduzione si rispetta lo stile, la precisione terminologica e la corrispondenza letterale (antitesi «in altissimis» e «in terris»; distinzione tra il rapporto del termine gloria con il dativo Deo e il rapporto di pax con la costruzione in hominibus), ma bisogna chiedersi se questa esegesi del testo greco da parte del testo latino sia la migliore. Se fosse così, per la liturgia a cosa servirebbe che continuino a operare il Pontificio Istituto Biblico e gli altri centri di studio della Scrittura? C’è, poi, da chiedersi: non potrebbe essere più corretta la comprensione del testo greco fatta dalla sana esegesi cattolica alla luce delle scoperte di Qumran e tradurre: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama»? La dicitura dell’Istruzione in LA 24. 31 non potrebbe, forse, avere bisogno di più chiarezza di linguaggio, di armonia di concetti e di più nitidezza teologica? 6. Elementi positivi Le osservazioni fatte fino a questo punto potrebbero indurre a pensare che LA sia un’Istruzione bisognosa di una rivisitazione e di un ripensamento comunicativo. Se questo può essere vero per alcuni aspetti, è, però, senz’altro vero che in LA ci sono anche delle idee-forza molto importanti che meriterebbero una disanima più ampia di questi due brevi punti su cui queste righe stanno per soffermarsi. LA evidenzia la delicatezza e la fragilità di un testo liturgico. Maltrattarlo nella traduzione – senza il sano equilibrio tra rispetto del testo di origine, rispetto della lingua di arrivo e rispetto del destinatario normotipo (di difficile individuazione) in un contesto preciso (liturgico e di fede) – significa togliere a quel testo la funzione essenzialmente celebrativa che lo rende testo liturgico. Poiché nella celebrazione tutto concorre a rendere la fede manifesta e operativa[29], non è possibile che il testo liturgico possa scostarsi da questo alveo. Giustamente, pertanto, LA più volte richiama questo legame stretto tra il testo e l’espressione della fede. In LA 25 si trova: «Ut ea, quae in textu originali continentur etiam fidelibus peculiari institutione intellectuali carentibus pateant et ab iis intellegantur, translationibus id sit proprium, ut quibusdam verbis exprimantur, ad intellegentiam accommodatis, quae tamen simul dignitatem, decorem atque accuratum argumentum doctrinale huiusmodi textuum servent»[30]. Lo stesso concetto viene espresso in modo più sintetico ed efficace in LA 26: «Item translatio textuum congruere debet cum sana doctrina»[31]. La prudenza in materia spinge LA 50a a suggerire il ricorso alla traduzione in lingua vernacola del Catechismo della Chiesa cattolica per i vocaboli liturgici che hanno rilevanza teologica particolare[32]. In liturgia la grande legge lex orandi - lex credendi non può senz’altro essere dimenticata in nome di qualche teoria moderna della traduzione, progressista o conservatrice che sia[33]. Uscire fuori da questo orientamento significa creare più problemi di quanti se ne risolvano: «Huiusmodi solutiones periculum afferunt difficultates theologicas et anthropologicas in translationem inducendi»[34]. Una seconda idea-forza, molto importante contenuta in LA, riguarda la consapevolezza che la Chiesa oggi deve assumere di fronte al problema del passaggio dalla lingua latina alle lingue moderne. Quando nel sec. IV la Chiesa di Roma scelse di latinizzarsi, ciò avvenne progressivamente[35]. Se si volesse studiare la storia della tradizione delle formule liturgiche, ci si accorgerebbe che i ritocchi e i perfezionamenti di molte formule sono durati per diverso tempo. Ben vengano, dunque, i suggerimenti di LA come quelli presenti al n. 47, sebbene la formulazione possa sembrare eccessiva[36]: «Translatio liturgica, quae debitam auctoritatis atque integritatis sensus textuum originalium rationem reddit, praestat, ut lingua sacra vulgaris gignatur, cuius vocabula, syntaxis et grammatica cultus divini propria sint, licet vero non praetermittant vim et auctoritatem habere in sermonem cotidianum, sicut evenit in linguas gentium antiquioris evangelizationis» [37]. A quanto viene detto, va aggiunta una postilla. Senz’altro si creerà un linguaggio liturgico all’interno di ogni lingua moderna, ma ciò avverrà progressivamente con prudenti, faticosi, continui ritocchi. Non può avvenire tutto questo in un momento solo e in modo già maturo. Giustamente LA 27 dice: «Immo videtur observantiam principiorum in hac Instructione expositorum prodesse ad gradatim efficiendum in omni lingua vulgari stylum sacrum, qui et tamquam sermo proprie liturgicus agnoscatur»[38]. Appare, perciò, quanto meno discutibile o bisognosa di esplicitazione più chiara la formulazione finale di LA 27: «Haec vero principia liturgiam eximent necessitate revisionum frequentium, cum de diversis agatur exprimendi modis, qui e populi consuetudine abierunt»[39]. È problematico non cogliere il duplice animo di LA. 7. Un epilogo: alcuni obiettivi e alcuni limiti Sicuramente la Congregazione si è trovata di fronte a problemi di non poco conto se LA 6 afferma: «Omissiones aut errores, quibus quaedam translationes in linguas populares usque adhuc sunt affectae, impediverunt reapse debitam inculturationis progressionem...»[40]. Può una traduzione ufficiale contenere «ommissiones aut errores»? È umano sbagliare. Ma per essere traduzione ufficiale per uso liturgico qualcuno deve aver pur dato una risposta positiva quando è avvenuta la recognitio. Indirettamente c’è un’ammissione di responsabilità? Sarebbe molto corretto ammettere che ci siano state in questo ambito sviste, errori, fughe in avanti, frenate, retromarce e quant’altro. Forse tutto questo è sottinteso dall’elissi che si può scorgere in LA 7: «Quapropter nunc necesse esse videtur nova ratione, maturiore experientia iuvante, exponere principia translationis...»[41]. L’obiettivo primario di LA è, dunque, far tesoro dell’esperienza pregressa. Verso quale direzione? Anche in questo caso sembra ovvia la risposta: togliere omissioni ed errori. Il problema, tuttavia, si pone di fronte a una terza domanda: con quali mezzi? È stato visto come in LA il dialogo con la scienza sia per lo meno ambivalente[42]. Nonostante questo, si intende riconsiderare la «vera notio translationis liturgicae», la genuina nozione di traduzione liturgica. Tutto il documento è teso a fornirne i principi. È possibile, però, collocare sullo stesso piano dei principi LA 4 e LA 50? Lungo il testo, comunque, ricco di suggerimenti e riflessioni, si scopre come alcuni obiettivi maggiori siano chiari, mentre scendendo in dimensioni più particolareggiate il testo appare con una duplice anima. Tale duplicità non è riconducibile a un punto o due, ma è molto diffusa. Se da una parte si vogliono limitare certe zone di frontiera (problema del linguaggio politicamente corretto o inclusivo), dall’altra sembra che la terapia consista non nella rivisitazione e nelle precisazione di principi (veri e, quindi, pochi), ma nella precisazioni di minuzie dov’è facile cadere in contraddizione. Il vocabolario, poi, è in certi ambiti quanto meno poco preciso e ciò rende difficile, per chi vuole capire bene lo spirito del documento, il messaggio dell’Istruzione. Se a tutto questo si aggiunge una nitidezza teologica fragile nel considerare il problema del testo tipico della Nova Vulgata in rapporto al problema dell’ispirazione e dei progressi della sana esegesi che in diversi ambiti ha superato l’esegesi veneranda, presente nel testo latino, LA diventa un documento forse bisognoso di essere rivisitato da parte dell’autorità magisteriale. Si aggiunga, purtroppo, una conseguenza di non piccola portata. Chi da anni lavora nell’ambito della traduzione sia dalle lingue bibliche (ebraico, aramaico, greco) sia dal latino liturgico, trova di problematica praticabilità l’insieme delle indicazioni di LA perché sono, in sé o tra loro, non in buona sintonia e poco congruenti (obbedire a certe norme significa non tener presenti altre). È senz’altro giusto considerare lo sforzo che si richiede nel fondare criteri per la traduzione dal latino (o da «più latini») in una lingua vernacola, che tra l’altro è in evoluzione velocissima. La globalizzazione, per il momento, produce un appiattimento vertiginoso. Basti vedere in italiano la crisi dei pronomi personali e il precario uso del congiuntivo e del condizionale. Diventa ancora più impegnativo offrire criteri di traduzione dalle lingue bibliche nelle lingue vernacole. LA ha offerto una risposta, forse non ancora in quelle forme alle quali la stragrande maggioranza dei documenti romani ci aveva abituato.
[1] Vengono esclusi gli ambiti giuridico e musicale. I sondaggi vengono fatti solo nell’ambito linguistico della traduzione (biblica e liturgica) e in ambito teologico. [2] Le quattro Istruzioni precedenti LA sono: Inter Oecumenici (26.9.1964); Tres abhinc annos (4.5.1967); Liturgicae instaurationes (5.9.1970); Varietates legitimae (25.1.1994). [3] Non esiste una traduzione italiana ufficiale di LA. In queste brevi pagine viene citata la traduzione offerta da «Il Regno-documenti» 13 (2001) 408-422. Purtroppo, ironia degli eventi, è una traduzione poco precisa e il confronto con il testo latino si impone sempre. Questa, comunque, è la traduzione: «Le direttive che vengono stabilite nella presente Istruzione sostituiscono tutte le norme pubblicate in passato sulla medesima materia, tranne le direttive dell’Istruzione Varietates legitimae, emanata dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il 25 gennaio 1994; queste nuove norme siano lette in modo complementare con la detta Istruzione». Per quanto riguarda il nome della Congregazione, non è più Congregatio pro Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum? Ha cambiato nome (a Congregatione de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum die 25 mensis ianuarii 1994 publici iuris facta) o si tratta di un refuso? Forse si tratta dell’umana fragilità dell’errore in quanto la poca precisione nella dicitura ricorre con una certa frequenza nel documento, come si vedrà più avanti. [4] Tutte queste tensioni, presenti nel documento, non sono necessariamente un prodotto del solo documento stesso. Inquadrando con onestà LA dentro al grande problema della traduzione, bisogna dire che lungo i secoli la complessità dei problemi della traduzione non sono mai stati risolti. Ne consegue che la pretesa che un documento risolva i problemi, non è reale. Sarebbe già molto che ne spianasse qualcuno. Ma lo spirito di LA voleva per davvero spianare qualche problema o i suoi obiettivi erano altri? Se gli obiettivi erano altri, i mezzi scelti e proposti nel documento sono idonei? [5] Tre sono i pontefici che fungono da punto di riferimento: Pio XII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Del primo viene citata l’enciclica Mediator Dei (20.11.1947), documento di grande valore, anche se superato dalla costituzione conciliare Sacrosanctum concilium (4.12.1963). Di Paolo VI, invece, sono presi in considerazione: la lettera apostolica Sacram liturgiam (25.1.1964); la costituzione apostolica Missale Romanum (3.4.1969); la costituzione apostolica Laudis canticum (1.11.1970); l’esortazione apostolica Marialis cultus (2.2.1974) e diverse allocuzioni (le allocuzioni riportate sono sei: ai periti impegnati nelle traduzioni in lingua vernacola dei testi liturgici: 10.11.1965; ai membri e ai periti del Consilium «ad exsequendam Constitutionem de S. Liturgia»: 13.10.1966; ai cardinali e ai prelati della Curia Romana: 23.12.1966; ai membri e ai periti del Consilium «ad exsequendam Constitutionem de S. Liturgia»: 14.10.1968; nuovamente, ai cardinali e ai prelati della Curia Romana: 23.12.1977). Giovanni Paolo II è presente in forma più consistente con i seguenti documenti: l’esortazione apostolica Catechesi tradendae (16.10.1979); la costituzione apostolica Scripturarum thesaurus (25.4.1979); la costituzione apostolica Pastor Bonus (28.6.1988); la lettera apostolica Vicesimus quintus annus (4.12.1988); la lettera apostolica Apostolos suos (21.5.1998); la lettera apostolica Dies Domini (31.5.1998) e due allocuzioni ai vescovi degli Stati Uniti in vista ad limina (4.12.1993 e 9.10.1998). [6] LA si avvale di pochi documenti conciliari. Il testo più citato è la Costituzione Sacrosanctum concilium (nn. 1, 4, 14, 21, 33, 35, 36 §3, 38, 44-46, 52, 63b, 116). Seguono la Dei Verbum (nn. 8, 22), la Lumen gentium (n. 13) la Orientalium Ecclesiarum (nn. 1, 2, 6). Hanno avuto l’onore di essere citate genericamente una sola volta la Dichiarazione Nostrae Aetate (28.10.1965) e il Decreto Unitatis redintegratio (21.11.1964). [7] Due sono fondamentalmente i documenti tratti dai libri liturgici di cui si avvale LA. Sono l’Institutio generalis del Messale Romano, terza edizione (nn. 2, 41, 53, 57, 65, 67, 78, 389, 392, 397, 398, 399) e l’Institutio generalis de liturgia horarum (nn. 100-109). [8] La Congregazione più citata è ovviamente quella che aveva come compito di interessarsi della liturgia. I nomi con cui è indicata sono Sacra Rituum Congregatio (1588-1969); Sacra Congregatio pro Cultu Divino (1969-1975); S. Congregatio pro Sacramentis et Cultu Divino (1975-1984); S. Congregatio pro Cultu Divino (1984-1988); Congregatio pro Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum (dal 1988). Come Sacra Congregazione dei Riti è presente con l’Istruzione Inter Oecumenici (nn. 20-21, 23, 27-29, 30, 31, 40, 41, 44-46, 54) e con l’Istruzione Musicam sacram (5.3.1967). Come Sacra Congregazione per il Culto Divino (la dicitura non sempre è corretta: alle note 45, 70 e 85 – ad esempio – viene chiamata S. Congr. de Cult. Div.) viene citata per De interpretationibus popularibus novorum textuum liturgicorum (5.9.1969), la lettera con cui veniva accompagnato il volume Iubilate Deo, mandato ai vescovi (14.4.1974), la lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali De normis servandis quoad libros liturgicos in vulgus edendos, illorum translatione in linguas hodiernas peracta (25.10.1973), le norme De unica interpretatione textuum liturgicorum (6.2.1970; il documento, nella nota 70, appare come Normae de unica interpretatione textuum liturgicorum) e una Declaratio (15.5. 1970). Come Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino (la dicitura non sempre è corretta: ad esempio, alle note 54 e 55 si trova S. Congr. pro Sacr. et Cult. Div., mentre alla nota 62, alla S. Congr. de Sacr. et Cult. Div.) è presente con la lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali De linguis vulgaribus in S. Liturgiam inducendis (5.6.1976), mentre come Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti viene citata per le Normae de celebranda missa in «esperanto» (20.03.1990: il titolo esatto del documento, stando a EV 12, sarebbe In base alla vigente) e per l’Istruzione Varietates legitimae. La Congregazione per la Dottrina della Fede è presente con la Communicatio (2.12.1983), mentre altre Congregazioni sono presenti con l’Istruzione Ecclesiae de mysterio (15.9.1997). [9] Sono la Summa Thelogiae di san Tommaso (IIa IIae, I, 9.), due lettere del Consilium «ad exsequendam Constitutionem de S. Liturgia» (16.10.1964 e 21.6.1967), la lettera del cardinale, segretario di stato, al pro-prefetto della Congregatio pro Cultu et Disciplina Sacramentorum (1.2.1997), la prefazione della Nova Vulgata Bibliorum Sacrorum (editio typica altera 1986), un Responsum della Commissio centralis coordinandis post Concilium laboribus et Concilii decretis interpretandis (AA 60 [1968] 361), il Directorium Oecumenicum (25.3.1993) (nn. 183-185, 187), elementi degli Atti della Pontificia Commissio Codici Iuris Recognoscendo («Communicationes» 15 [1983] 173), il Codex Juris Canonici (can. 94, 111, 117, 120; 325, 333, 360; 838) e il Codex Canonum Ecclesiarum Orientaliumcan (can. 655, §1). [10]«Patrono dei traduttori» è un’espressione coniata per san Gerolamo da Valéry Larbaud (Id., Sous l’invocation de Saint Jérôme, Gallimard, Paris 1946 [19972], pp. 7-56). [11] Si ricordi che nell’Epistola a Pammachio si trovano criteri di traduzione che non rispettano senz’altro né lo spirito né la lettera di LA. Gerolamo dice che nella prefazione alla traduzione della Cronaca di Eusebio scrisse: «Se traduco alla lettera, genero delle assurdità, se costretto dalla necessità, altero in qualche cosa l’ordine e lo stile, mi si dirà che manco al mio dovere d’interprete». Per difendersi dalle accuse, nella lettera egli propone il criterio dei grandi traduttori e afferma: «Quello, a cui voi (n.d.r.: sono i suoi detrattori, tra i quali anche Agostino che non conosceva l’ebraico e masticava male il greco) date nome di traduzione esatta e fedele, gli eruditi chiamano “malevolenza” (n.d.r.: nel testo originale il vocabolo è in greco)». [12] Per un breve saggio storico sulle traduzioni liturgiche si veda A.G. Martimort, Saggio storico sulle traduzioni liturgiche, in Le traduzioni dei libri liturgici. Atti del Congresso tenuto a Roma il 9-13 novembre 1965, LEV, Città del Vaticano 1966, pp. 109-144. Per una visione più ampia si veda l’opera collettiva J. Hamesse - M. Fattori (edd.), Rencontres de cultures dans la philosophie médiévale. Traductions et traducteurs de l’Antiquité tardive au XVe siècle, Louvain-La-Neuve - Cassino 1990. [13] A complicare ancora di più le cose ci si mette anche la traduzione italiana non ufficiale pubblicata nella rivista «Il Regno-documenti» dove compare il termine «principio» anche lì dove non esiste nel testo latino (cf., a titolo di esempio, il n. 45 italiano: «Oltre a quanto detto nelle Premesse dell’Ordo Lectionum Missae, nella preparazione del Lezionario biblico in lingua vernacola ci si attenga ai principi seguenti...»; testo latino: «Praeter ea, quae in Praenotandis Ordinis lectionum Missae exponuntur, in biblico Lectionario vulgari sermone comparando ad postulata quae sequuntur attendatur...»). [14] Al n. 82 di LA si parla di praescriptiones del n. 22, che dovrebbe invece contenere qualcosa che ha a che fare con i principia generalia dal momento che fa parte dei nn. 19-33. [15] Si vedano anche GS 62 e la Lettera del Consiglio episcopale permanente della CEI: Problemi dell’Università e della cultura in Italia (15.4.1990). [16] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Inoltre resta necessaria la distinzione, nell’ambito liturgico, tra lingue e dialetti. In modo particolare, i dialetti, che non sono supportati da una formazione di base accademica e culturale non possono essere accolti per un uso liturgico pieno, perché non possiedono quella stabilità e quell’estensione che sono necessarie per essere lingue liturgiche su più vasta scala». [17] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «I manuali di stile ad uso accademico o opere similari, essendo piuttosto permissivi verso queste tendenze, non possono essere considerati una buona guida per la traduzione liturgica». [18] Non ci dovrebbe essere bisogno, ma basta leggere alcune opere classiche e recenti per capire la serietà accademica nel trattare i testi antichi e medioevali: G. Pasquali, Storia della traduzione e critica del testo, Le Monnier, Firenze 1952 (opera ormai classica); E. Roger (ed.), The Medieval Translator: The Theory and Practice of Translation in the Middle Ages, Brewer, Cambridge 1989; G. Steiner, Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione, Garzanti, Milano 1995; R. Arntz (ed.), La traduzione. Nuovi approcci tra teoria e pratica, CUEN, Napoli 1995. Per quanto riguarda la recente traduzione del Nuovo Testamento, si veda C. Buzzetti - C. Ghidelli(edd.), La traduzione della Bibbia nella Chiesa italiana. Il Nuovo Testamento, CEI-ULN - San Paolo, Cinisello B. 1998. Non bisogna, poi, dimenticare che esistono vari gradi di traduzione. Altro è la traduzione erudita, altro è la traduzione popolare. Dipende dalla scelta del livello di linguaggio per la lingua di arrivo. Tale scelta è fondata sull’uso della traduzione e sul destinatario. [19] Si veda la seria riflessione teoretica sulla traduzione della Bibbia, presente nelle proposte di C. Buzzetti, La Parola tradotta, Morcelliana, Brescia 1973; con sottolineature teoretiche più profonde e mature si veda L. Alonso-Schökel - E. Zurro, La traducción biblica: lingüística y estilística, Ed. Cristiandad, Madrid 1977. [20] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «(Perciò si devono evitare) espressioni proprie delle pubblicità commerciali o dei programmi politici e ideologici, modi di dire caduchi o soggetti a variazioni regionali o termini di significato ambiguo». [21] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «La locuzione composta “Filius hominis” (Figlio dell’uomo) sia riportata con fedeltà ed esattezza». [22] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Conservano... la loro forza». [23] Il rispetto che i traduttori devono avere per il destinatario della traduzione deve essere altissimo, tenendo presente non solo la fedeltà al testo, ma anche la fedeltà al mondo culturale del destinatario. Chi scrive, avendo prima partecipato alla traduzione della Bibbia in lingua friulana e successivamente alla nuova traduzione della CEI, ricorda la richiesta simpatica di un membro della Commissione (un vescovo, per la precisione) di italianizzare nel Primo Testamento i nomi propri delle persone. La proposta venne respinta perché qualcuno del gruppo fece notare che per Saul si sarebbe prodotto Saulle (risultato veramente brutto foneticamente, anche se già adoperato dal nostro V. Alfieri) e che per il re, cui Isaia profetizzerà la nascita dell’Emmanuele, sarebbe risultato qualche cosa di non dicibile. Quando venne, poi, fatta la proposta di ebraicizzare i nomi, i membri del gruppo fecero presente che i suoni gutturali propri dell’ebraico non esistono in italiano e tentare di ottenere foneticamente il nome della profetessa che approvò la riforma deuteronomista di Giosia, non era possibile in italiano senza offendere la sensibilità del destinatario (soprattutto se donna). Per questo motivo il gruppo scelse l’«incoerenza»: la consuetudine della trascrizione per alcuni nomi, la traduzione per alcuni altri e l’italianizzazione data dalla consuetudine (derivante dal latino) per altri ancora. [24] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Il traduttore si sforzi di conservare la denotazione, cioè il senso primario delle parole e delle espressioni che si trovano nel testo originale, come pure la connotazione, cioè le sfumature di significato o emotive da esse evocata...». [25] Oltre all’opera di C. Mohrmann, si veda, per esempio, D. Norberg, Manuale di latino medioevale, La Nuova Italia, Firenze 1974 (Salerno 19992); V. Väänänen, Introduzione al latino volgare, Pàtron, Bologna 19823; J. Schrijnen, I caratteri del latino cristiano antico, Patron, Bologna 1986 (20022). [26] Cf. R. De Zan, Il tema della gloria nel Messale di Paolo VI. Studio semasiologico e biblico, Roma 1990. [27] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Pertanto non è consentito fare la traduzione a partire da altre traduzioni già realizzate in altre lingue; le traduzioni vanno fatte direttamente dai testi originali cioè dal latino, per quanto attiene ai testi liturgici di composizione ecclesiastica, dall’ebraico, aramaico o greco, se è il caso, quando si tratta di testi delle sacre Scritture». [28] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Allo stesso modo nel preparare le traduzioni dei libri sacri per l’uso liturgico, normalmente ci si riferisca al testo della Neo-Vulgata promulgato dalla Sede apostolica, come è detto altrove nella presente Istruzione, per conservare la tradizione esegetica che è propria della liturgia latina». [29] «L’insieme delle azioni liturgiche costituisce l’humus in cui allo stesso tempo la verità della fede è professata, l’atto di fede è formulato sia personalmente sia comunitariamente, il contenuto della fede è attualizzato, l’ecclesialità della fede è manifestata, la storicità della fede è realizzata» (A.M. Triacca, Présentation, in A.M. Triacca - A. Pistoia [ed.], La liturgie expression de la foi, CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1979, p. 7). [30] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Affinché il contenuto del testo originale sia accessibile anche ai fedeli che non hanno avuto una formazione intellettuale specifica e sia da essi compreso, le traduzioni vengano realizzate con l’impiego di termini facilmente comprensibili, ma che al tempo stesso rispettino la dignità, la bellezza e l’esatto contenuto dottrinale dei testi». [31] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Così pure, la traduzione dei testi dev’essere in piena sintonia con la sana dottrina». [32] In questo caso, forse, era più opportuno abbondare in esemplificazioni che fossero seriamente pensate, piuttosto che dedicarsi a certe esemplificazioni, come in LA 51o n. 43, dove ci sarebbe parecchio da «distinguere» e da «discutere». Costringere, poi, il linguaggio liturgico a uniformarsi con il linguaggio teologico-dogmatico è un’impresa quasi impossibile. Il linguaggio della teologia dogmatica tende a «definire», il linguaggio della liturgia, oltre che a «definire», tende ad «alludere», «richiamare», «ricordare», ecc. [33] Cf. LA 80, dov’è espressa, con linguaggio duro, un’idea limpida circa la lex orandi - lex credendi e la ricchezza della dottrina cattolica presente nel testo originale da riversare nella lingua sacra di arrivo. [34] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Tali soluzioni presentano il pericolo di introdurre difficoltà teologiche e antropologiche nella traduzione». [35] «The Latinization of the Roman Church was a gradual process which did not exclude the coexistence of Greek and Latin over a rather lengthy period of time» (C. Vogel, Medieval Liturgy. An Introduction to the, The Pastoral Press, Washington 1986, p. 293). [36] La liturgia non rompe la struttura grammaticale-sintattica delle lingue di arrivo, ma ne coglie preferibilmente le sottigliezze non sempre fruite nel linguaggio quotidiano. [37] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «La traduzione liturgica che tiene in dovuto conto l’autorità e l’integrità del senso dei testi originali giova a formare una lingua sacra vernacola, dove i vocaboli, la sintassi, la grammatica siano propri del culto divino, benché non cessino d’avere forza e autorità nel linguaggio quotidiano, come accade nelle lingue dei popoli di più antica evangelizzazione». [38] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Anzi sembra che l’osservanza dei principi esposti in questa Istruzione contribuisca a sviluppare gradualmente in ogni lingua vernacola uno stile sacro, che sia riconosciuto anche come linguaggio propriamente liturgico». [39] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: »Questi principi, in effetti, mettono la liturgia al riparo dalla necessità di revisioni frequenti, richieste da modi di esprimersi diversi, scomparsi dall’uso popolare corrente». [40] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Omissioni o errori, di cui alcune traduzioni in lingue vernacole sono risultate soffrire fino ad oggi, hanno impedito di fatto un doveroso progresso dell’inculturazione...». [41] Trad. it. da «Il Regno-documenti»: «Perciò ora sembra necessario, con l’aiuto di una più matura esperienza, esporre in modo nuovo i principi di traduzione...». [42] Forse questo spiega la grande attenzione di LA al testo di partenza e meno al testo di arrivo in rapporto al destinatario e all’effetto nel destinatario, collocato nel contesto della situazione d’uso?
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