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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


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EDITORIALE

Con l’inizio del 93° anno di pubblicazione «RL» continua a offrire il proprio contributo per la formazione in contesto ecclesiale. È un percorso che essa ha fatto proprio fin dall’inizio del suo programma, e che intende perseguire in questo tempo di costante rinnovamento liturgico. In tale prospettiva il Consiglio di redazione ha approfondito e fatto propri, attraverso una disamina attenta del panorama ecclesiale, i temi che saranno affrontati nei successivi fascicoli del 2006. Argomenti come il rapporto tra liturgia e vita consacrata, la morte e sepoltura del fedele cristiano, la liturgia come scuola di formazione, la doverosa informazione sugli studi e sulle ricerche, ecc. rientrano in questa ottica.

Ma prima di introdurci nella tematica del presente fascicolo ci si permetta di fare due riflessioni positive suggerite da situazioni di attualità, e comunque in linea con l’argomento dibattuto nelle pagine che seguono.

1. Una scelta educativa

Nel mese di gennaio è stato annunciato il calendario di massima delle celebrazioni nella basilica di San Pietro, nella prossima settimana santa. Con viva soddisfazione abbiamo appreso l’annuncio che il prossimo martedì santo sarà il giorno dedicato a sottolineare l’importanza del sacramento della riconciliazione con una celebrazione comunitaria: essa sarà l’attuazione del Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale.

Il Catechismo della Chiesa cattolica – ma prima ancora quell’Ordo paenitentiae che richiede ancora un’attenta lettura teologica, pastorale e spirituale di tutti i suoi contenuti – aveva rilanciato la possibilità che questo sacramento possa essere celebrato «nel quadro di una celebrazione comunitaria, nella quale i fedeli si preparano insieme alla confessione e insieme rendono grazie per il perdono ricevuto. In questo caso, la confessione personale dei peccati e l’assoluzione individuale sono inserite in una liturgia della parola di Dio, con letture e omelia, esame di coscienza condotto in comune, richiesta comunitaria del perdono [...]. Tale celebrazione comunitaria esprime più chiaramente il carattere ecclesiale della penitenza» (n. 1482).

Se tutto questo nella teoria dei documenti è già codificato, qual è il senso del nostro titolo: Una scelta educativa posto in apertura? La risposta è immediata: quando l’esempio viene dall’alto è più che naturale imitarlo. Nello specifico, l’esempio che emana dalla basilica di San Pietro costituirà sicuramente l’occasione per un rilancio – ed è quello che ci auguriamo – del sacramento del perdono, evidenziato nella sua dimensione «comunitaria»: è uno degli aspetti auspicati dai Praenotanda dell’Ordo.

La notizia di tale celebrazione è giunta – tra l’altro – dopo che «RL» aveva dedicato gli ultimi due fascicoli del 2005 proprio a questo sacramento. Gli Editoriali sollecitavano diverse prospettive concernenti il prima, il durante, il dopo celebrativo della riconciliazione. L’annuncio di questo appuntamento «pasquale» se da una parte non ci ha colti di sorpresa – la proposta era suggerita da tempo! –, dall’altra ci ha fatto pensare ancora una volta al ruolo di esemplarità che alcune celebrazioni pontificie – o realizzate per mandato del Sommo Pontefice – possono svolgere.

È per questo che tale celebrazione non potrà non coinvolgere positivamente numerose altre comunità diocesane, parrocchiali, religiose...; in tal modo la dimensione comunitaria del peccato e del perdono tornerà ad essere un’esperienza tipica del cammino di fede del cristiano, come per gli altri sacramenti.

Quando a pregare è la Chiesa. Il titolo del presente fascicolo con tutto il contenuto che lo accompagna ci sembra introdurre in modo ottimale anche questa dimensione che viene rilanciata proprio dal cammino della Chiesa lungo la storia e nelle situazioni più diverse. Se da questa esperienza sarà ripreso il rilancio della celebrazione comunitaria della riconciliazione, siamo convinti che se ne avvantaggerà anche la celebrazione realizzata secondo la prima forma del rito.

2. «Deus caritas est»: tra liturgia e vita

Ad un primo sguardo l’enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est – firmata il 25 dicembre 2005 – sembra non avere un rapporto esplicito con la liturgia; di fatto l’unica citazione liturgica diretta sembra essere quella della nota 31 quando si fa riferimento al De ordinatione episcopi del Pontificale Romanum. Ma non è nelle citazioni che va percepita la notevole valenza liturgica del documento. Osservando infatti l’articolazione del testo emergono alcuni aspetti che, nel loro insieme, contribuiscono a cogliere nella Chiesa e nella sua liturgia il simbolo di quella realtà che il termine caritas intende riassumere e rilanciare.

– La prima parte («L’unità dell’amore nella creazione e nella storia della salvezza») fa convergere la riflessione sul mistero dell’incarnazione come «luogo» del compimento dell’amore di Dio. Letto in prospettiva di «storia della salvezza» il messaggio rinvia all’eucaristia come «luogo» in cui non solo si evidenzia l’unità dell’amore nella creazione e nella storia della salvezza, ma anche si attua tale unità. È per questo che l’eucaristia si pone al centro e viene rilanciata come simbolo pieno dell’agape in cui anche l’eros è progressivamente sublimato e trasfigurato. Ed è in questa ottica che si comprendono le affermazioni dei nn. 13 e 14, là dove l’enciclica evidenzia l’eucaristia come «presenza duratura» dell’«atto di offerta di Gesù» (n. 13). Da qui «la “mistica” del sacramento» (nn. 13-14) e del suo «carattere sociale [...]. L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali egli si dona [...]. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore» (n. 14). In questa logica l’enciclica afferma: «... fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un’unica realtà che si configura nell’incontro con l’agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nel “culto” stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata...» (n. 14).

Lo sviluppo del pensiero si apre poi su ulteriori affermazioni che chiamano in causa la presenza del Signore attraverso «la sua Parola, nei sacramenti, specialmente nell’eucaristia» (n. 17), fino all’affermazione: «Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l’amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano» (n. 17). In questa ottica il riferimento ai santi emerge come indiscusso ed esemplare, perché essi «hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico...» (n. 18).

– La seconda parteCaritas. L’esercizio dell’amore da parte della Chiesa quale “comunità d’amore”») sviluppa e attualizza quanto enucleato nella prima; e anche in questa prospettiva il liturgista troverà svariati riferimenti all’eucaristia, agli altri sacramenti e, prima ancora, al ruolo della Parola in contesto sacramentale: «Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i sacramenti...» per un pieno e completo «servizio della carità» (n. 19; sulla stessa linea tipicamente liturgico-cultuale vanno accostate le riflessioni presenti nel n. 20, 21, 22, 25a, 32, 36, 37 e 41).

Quando a pregare è la Chiesa. Il confronto con l’enciclica – soprattutto se riletta anche alla luce della riflessione che «RL» dedicò proprio a questo tema con un intero fascicolo (cf. «RL» 77 [5/1990]: Liturgia e carità) – offre un contributo prezioso per una rilettura o per l’approfondimento di una riflessione che permetta di cogliere la dimensione comunitaria della preghiera. Una dimensione in cui l’aspetto «comunitario» non è indice di persone che si ritrovano solo fisicamente insieme, ma che insieme – idealmente e realmente – operano per il servizio della persona nella sua totalità; e tutto questo colto nell’ottica dell’attuazione del grande comandamento dell’amore. Ri-educare costantemente a questa dimensione del culto cristiano è compiere un’opera che aiuti a percepire l’importanza dell’actio liturgica come simbolo e come sintesi tra mysterium, actio e vita, tra lex credendi, lex orandi e lex vivendi, o – come ricorda l’enciclica – tra kerygma-martyria, leiturgia e diakonia (cf. n. 25).

3. Quando a pregare è la Chiesa

Al di là di qualsiasi contrapposizione tra preghiera personale e comunitaria, la dimensione ecclesiale della preghiera rischia di passare in second’ordine non tanto perché si tenda talvolta a pregare per il gusto di stare insieme (al contrario dello stare insieme per pregare) o perché pregare fa bene alla salute (secondo le «scoperte» di certi periodici), quanto invece per riscoprire, attraverso la preghiera fatta insieme, uno degli aspetti del proprio essere Chiesa.

Il titolo che abbiamo dato al fascicolo – sulla linea programmatica di Sacrosanctum concilium nn. 83-85 in cui la Liturgia delle Ore è presentata come opera di Cristo e della Chiesa – vuol orientare a questa dimensione comunitaria della preghiera, per cogliere attraverso di essa uno degli aspetti che caratterizza l’appartenenza del fedele alla Chiesa stessa.

Come si è mossa la tradizione ecclesiale? Fin dall’inizio la comunità apostolica ha continuato l’esperienza ebraica: una preghiera «oraria» strutturata essenzialmente con i salmi, che aiutasse a cogliere lo scorrere del tempo nell’ottica di una storia della salvezza in cui il fedele si ritrovasse immerso in prima persona.

È l’esperienza che tutte le comunità ecclesiali hanno vissuto e costantemente rilanciato, in modo da coinvolgere il più possibile l’intera comunità cristiana. Pur con alterne vicende lungo la storia, la preghiera oraria ha caratterizzato la preghiera della comunità cristiana, sempre nell’intento di fondere insieme liturgia e vita, come insegna Origene: «Prega senza posa colui che unisce la preghiera alle opere e le opere alla preghiera» (De oratione XII, 2), e come invita a pregare il Sal 49 [50], 23: «Offri a Dio un sacrificio di lode».

In tempi recenti siamo stati spettatori – e lo siamo tuttora, e qui risiede il senso e il motivo della nostra riflessione – da una parte del rilancio della Liturgia delle Ore come preghiera del cristiano, soprattutto per Lodi e Vespri, dall’altra una progressiva disattenzione da parte delle parrocchie per questa preghiera, soprattutto alla domenica pomeriggio, in quanto sovrastata dalla celebrazione vespertina dell’eucaristia. Esperienze positive in controtendenza non mancano, e fanno ben sperare in ordine al superamento di un concetto oggi notevolmente diffuso: pregare è andare a messa!

Come porsi in una prospettiva di recupero, sempre in attuazione di una mens conciliare e di una comprensione dei principi teologici e pedagogici racchiusi nella Liturgia delle Ore? Ci sembra di poter affermare senza alcun timore che il primo passo implica lo studio attento e pregato dei Principi e norme della Liturgia delle Ore (PNLO): è impossibile entrare nella logica della preghiera della Chiesa prescindendo dal confronto attento con questo documento in cui, per la prima volta nella sua storia bimillenaria, essa offre un mini trattato di teologia e pedagogia della preghiera. Il secondo passo consiste nell’attuare con ampiezza di orizzonti le indicazioni contenute in quel documento, soprattutto alla luce di quanto si legge nel n. 279: «Quel che conta più di tutto è che la celebrazione non si leghi a schemi rigidi e artificiosi, non obbedisca solo a norme puramente formali, ma risponda allo spirito autentico dell’azione che si compie. Il primo scopo da raggiungere è infatti quello di formare gli animi all’amore per la preghiera genuina della Chiesa e di rendere gioiosa la celebrazione della lode di Dio».

E perché tutto questo? Il traguardo consiste nella rinnovata e costante esperienza della preghiera in comunità. La Chiesa come comunità di culto ha una missione e un atteggiamento da assumere: quello orante, in comunione con la Trinità Ss.ma; una comunione che nella preghiera ufficiale, sull’esempio di Gesù Cristo, realizza quella sintesi tra mistero e vita che nella celebrazione sacramentale, nella prex per eccellenza, trova il vertice e insieme la fonte del proprio essere, del proprio agire.

Riflettere, pertanto, sugli elementi essenziali della preghiera della Chiesa non è ripercorrere concetti già scritti, ma contribuire alla ricomprensione di ciò che fiorisce sulle labbra oranti perché quanto espresso ad alta voce o nel silenzio contemplativo o di meditazione sia l’espressione di una comunità in cammino in cui il singolo non è un atomo sconosciuto, ma parte essenziale di una realtà viva, così viva che l’assenza di uno penalizza la vitalità di tutti gli altri.

La problematica che ruota attorno a questo argomento non si esaurisce qui. Ci sono aspetti che andrebbero considerati con attenzione, come ad esempio:

a) il confronto con una prassi in cui si mette tranquillamente insieme Liturgia delle Ore e adorazione eucaristica (e forse anche altro...) fa emergere che nel breve spazio di neppure mezz’ora non si riesce a fare né una cosa né l’altra in verità (ignorando pure la diversità delle relative strutture celebrative...);

b) la riscoperta della ricchezza innodica della tradizione costituisce di fatto un invito anche a nuove composizioni che rispettino il significato, la struttura e il ruolo dell’inno;

c) la tradizione musicale trova nel salmo cantato una pagina ricca di proposte: pagina che oggi domanda di essere riscoperta o riscritta senza perdere il significato del canto nell’uso dei salmi composti, appunto, per essere cantati;

d) poiché nella vita del credente non c’è solo eucaristia, l’educatore non può esimersi dal compito di formare alla preghiera cristiana che non sia solo eucaristia;

e) il sorgere di tante scuole di preghiera fa toccare con mano che si tratta di rispondere a delle attese – sempre presenti, del resto, nel cuore dell’uomo –; e l’educatore si interroga sul come offrire un percorso formativo a partire dall’uso dei salmi (lode, invocazione, silenzio, ascolto, supplica, contemplazione...);

f) dal 2001 al 2006 le catechesi papali del mercoledì hanno preso i salmi come tema di approfondimento; è una proposta che, sulla linea della tradizione, ha bisogno di essere costantemente rilanciata per fare del Salterio il libro della preghiera anche del fedele cristiano;

g) un’intelligente alternanza fra rosario, adorazione eucaristica e preghiera con i salmi, nei giorni feriali, potrebbe costituire un utile metodo per educare alla genuina preghiera della Chiesa;

h) la Liturgia delle Ore è strettamente legata al fluire del tempo; in un’epoca come la nostra in cui lo scorrere delle ore sembra avere assunto un ritmo frenetico, quale ruolo può avere una rieducazione alla liturgia «delle ore» come sfida per una riappropriazione del tempo?

Sono questi alcuni degli elementi (numerosi altri sono racchiusi nell’insieme del documento PNLO come pure nell’esperienza di tanti educatori) che orientano l’operatore pastorale nell’attuazione di una pedagogia che motivi e sorregga il cammino del «pregare con la Chiesa» la quale, in quanto «comunità», deve «manifestare il suo carattere comunitario anche nella preghiera» (PNLO 9).

4. Il presente fascicolo

Il fascicolo offre riflessioni e proposte attorno alla Liturgia delle Ore, che permettano di puntualizzare elementi acquisiti; di rimotivare ciò che l’esperienza ha fatto entrare in una certa routine; di trarre proposte «educative» perché tale forma di preghiera costituisca la sorgente e il paradigma della preghiera cristiana. Emerge dall’insieme l’urgenza di una gamma di competenze che permettano di valorizzare la ricca esperienza di quella preghiera in cui a pregare è il «soggetto Chiesa».

Studi. I cinque studi presentano la preghiera oraria nel suo significato più originario, i suoi elementi, e le prospettive che intende sollecitare. Ne emerge una ricca documentazione fatta soprattutto di sottolineature che possono aiutare l’educatore del popolo di Dio a comprendere il valore strategico di tale preghiera, e a farne comprendere la ricchezza perché l’espressione orante della Chiesa non sia «solo la messa».

Note. Sempre più frequente, anzitutto, è l’ascolto della Liturgia delle Ore per radio: può essere un aiuto indiscutibile se chi prega in questa forma è educato di tanto in tanto alla conoscenza e al valore di tale preghiera, in modo che essa non sia confusa con altre forme meno ispirate alla parola di Dio come lo è invece la Liturgia delle Ore. Resta, inoltre, il confronto con il Padre nostro come sintesi della preghiera della comunità di fede e anche come culmine della preghiera oraria. La centralità dell’assemblea, infine, richiede attenzioni specifiche soprattutto in ordine al canto e alla musica, in modo che dall’attivazione corretta anche di questi linguaggi sia percepito il «quando a pregare è la Chiesa».

Anniversari. Nel 2006 ricorre il 30° anniversario della morte del card. G. Lercaro. La sua figura e la sua opera hanno lasciato un’impronta indelebile sia nel movimento liturgico, sia soprattutto nella riforma conciliare e nel successivo rinnovamento liturgico. La sua opera e il suo esempio lo hanno posto come uno dei «padri della riforma liturgica» del Vaticano II. Ed è in quest’ottica che «RL» – dopo aver ricordato la sua bibliografia (cf. «RL» 92 [4/2005] 546-551) – offre ai lettori un profilo in chiave di attualità, come anteprima di un’opera più vasta che sta per vedere la luce.

Actuositas. La pubblicazione del Martyrologium (editio typica altera, 2004) sollecita il lavoro di traduzione e ancor più di adattamento da parte delle singole Chiese locali. «RL» ha già dedicato un’abbondante e pertinente riflessione a quest’ultimo libro della riforma liturgica del Vaticano II. Ora intende presentare una prima traduzione conoscitiva della parte introduttiva, in attesa che la Conferenza episcopale italiana offra la possibilità di gustare la ricchezza del Martirologio in lingua viva. Il percorso parallelo e successivo consisterà: a) nell’arricchire il Martirologio con gli elogi di santi e beati locali che caratterizzano la storia delle comunità; b) nell’educare all’uso di questo libro secondo le indicazioni già espresse nei Praenotanda; c) nel raccordare il contenuto e il significato del Martirologio con quanto è presente nel Messale e nella Liturgia delle Ore; d) nell’individuare suggerimenti (magari da affidare alle Guide liturgico-pastorali) perché la ricchezza di quest’opera torni a vantaggio dell’intera comunità ecclesiale, e costituisca un ulteriore elemento di esemplarità, sulla linea di una ricca tradizione legata proprio al Martirologio.

5. Il «messaggio» in copertina

L’immagine scelta per caratterizzare i fascicoli del 2006 è costituita dall’icona della Risurrezione di Cristo. Si tratta di una miniatura che è possibile ammirare nel Graduale VII (f. 1r), presente nella Biblioteca Antoniana, a Padova; ne è autore Nicolaus di Giacomo di Naximbene, miniaturista del sec. XIV, che era solito firmarsi «Nicolò da Bologna» (1365 ca.). È il più grande artista del periodo. Egli adottò lo stile di Giotto, dando una singolare importanza ai volti e infondendo loro una forte carica espressiva. Il suo stile fu imitato più tardi da altri artisti in Italia e in Francia. È noto per le miniature presenti nel Commentario del Nuovo Testamento (Biblioteca Vaticana), e in un Messale del 1374 (conservato a Monaco); alcuni suoi lavori si trovano anche nell’abbazia benedettina di San Pietro, a Salzbourg.

L’immagine – racchiusa nella caratteristica «R» iniziale di Resurrexi con cui prende avvio l’antifona d’inizio della solennità di Pasqua – rilancia il tema della risurrezione sia come culmine della Pasqua e dunque di ogni azione liturgico-sacramentaria, sia come eco di quanto in questo 2006 emergerà all’interno del IV Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Verona (16-20 ottobre 2006; sulla linea di quanto sperimentato a Roma nel 1976, a Loreto nel 1985, a Palermo nel 1995) in cui la Chiesa italiana è chiamata a confrontarsi attorno al tema: Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo. È la scansione che avviene in base agli «orientamenti pastorali» del documento: Comunicare il vangelo in un mondo che cambia (29 giugno 2001), con cui l’episcopato italiano ha voluto proporre il cammino pastorale dei primi dieci anni del terzo millennio.

«RL»


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