Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (= CDSC) che il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace ha pubblicato nell’aprile del 2004 costituisce un’opera eccezionale di tessitura di testi magisteriali sulle problematiche sociali.
L’intento degli estensori è chiaramente formulato al n. 8: «Questo documento intende presentare in maniera complessiva e sistematica, anche se in forma sintetica, l’insegnamento sociale, che è frutto della sapiente riflessione magisteriale ed espressione del costante impegno della Chiesa nella fedeltà alla grazia della salvezza di Cristo e nell’amorevole sollecitudine per le sorti dell’umanità».
Sulla stessa linea si pone l’obiettivo principale, così descritto al n. 10: «Il documento si propone come uno strumento per il discernimento morale e pastorale dei complessi eventi che caratterizzano i nostri tempi; come una guida per ispirare, a livello individuale e collettivo, comportamenti e scelte tali da permettere di guardare al futuro con fiducia e speranza; come un sussidio per i fedeli sull’insegnamento della morale sociale».
Proprio per queste sue caratteristiche di sistematicità, sinteticità e strumentalità il CDSC si preoccupa di usare un linguaggio chiaro e di connettere, per quanto possibile, gli innumerevoli testi di varia autorità magisteriale che cita. In particolare si preoccupa di disporre un imponente Indice analitico che occupa le pp. 349-505, ovvero quasi un terzo dell’intero volume.
Dal punto di vista dei cultori della liturgia e della teologia liturgica si tratta di un testo di grande interesse. Esso infatti consente, come pochi altri, di prendere visione di quale sia la comprensione della liturgia, e quindi della sua importanza, in coloro che con significativa autorità magisteriale – e a partire dalle «parole immutabili del vangelo» – intendono offrire ai cristiani «principi di riflessione, criteri di giudizio e orientamenti per l’azione» storica concreta nel mondo (cf. CDSC 11).
Il risultato di questa presa di visione non è però consolante. Basti solo un piccolo esempio: se qualcuno cerca nello sterminato indice analitico voci come liturgia, sacramento, eucaristia, celebrazione, escatologia, ecc. resta amaramente deluso.
Certo non mancano aspetti interessanti, specialmente là dove si delineano gli elementi radicali di identità del cristiano (cf. CDSC 41-44) e del laico in particolare (cf. CDSC 541-546), oppure dove si accenna al riposo festivo (cf. CDSC 284-286). Ma è sufficiente poi andare all’unica citazione che il CDSC fa di Sacrosanctum concilium al n. 519 (comprese le note) per sentirsi sconfortati.
Chi poi legge il n. 539 – uno dei rari riferimenti al rapporto tra Eucaristia e dottrina sociale – rimane sicuramente senza parole. Non mancano neppure sentieri accennati e non percorsi che sarebbero stati assai fecondi sul piano liturgico, come ad esempio i nn. 52-58 dedicati a Chiesa, regno di Dio e rinnovamento dei rapporti sociali e Cieli nuovi e terra nuova. Ne emerge un duplice dato di fatto: se da una parte il CDSC vuol fondare l’esistere e l’agire cristiano sui sacramenti e sulla divinizzazione da essi operata, dall’altra si rivela rinunciatario nel valorizzare il significato sociale e cosmologico dei sacramenti e principalmente dell’Eucaristia.
È da queste constatazioni che scaturisce l’opportunità di un’indagine più accurata; un esame cioè di quanto sia presente la dimensione liturgica nel CDSC, non tanto per fare l’elenco delle cose soddisfacenti o delle occasioni perdute, quanto piuttosto per riflettere su quella che si potrebbe ritenere un’ulteriore prova di un fenomeno che sembra riemergere dopo l’esaltazione dell’unità del sapere teologico: l’incomunicabilità ordinaria e crescente tra i vari saperi teologici. Talvolta le conseguenze sono esilaranti, altre volte sono tragiche. In questo caso sono solo un po’ sconsolanti.
1. Il «Compendio»: tra progetto e disattese
La pubblicazione del Compendio, attesa da tempo, ha richiesto circa cinque anni di lavoro, iniziati sotto la guida del card. vietnamita F.-X. Nguyen Van Thuan, e completati sotto la presidenza del card. R.R. Martino, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. La Presentazione del Compendio porta la data del 2 aprile 2004; la Lettera del Cardinale Segretario di Stato, con cui si apre il Compendio, è stata firmata il successivo 29 giugno.
Numerose sono le considerazioni che sollecitavano l’elaborazione dell’opera. La più urgente era quella di avere tra mano una sintesi di quanto è stato predisposto da parte del magistero in tempi recenti a proposito della dottrina sociale, in modo da poter disporre di una silloge per una sua più facile e immediata recezione e valorizzazione.
Una parte delle attese è stata completata: i 583 paragrafi in cui è distribuita la materia parlano nella loro eloquente ampiezza. Il lettore infatti si trova di fronte a 12 capitoli organizzati in questa forma:
· L’Introduzione cerca di delineare un umanesimo integrale e solidale, capace di svolgere un autentico servizio per la piena verità dell’uomo, nel segno della solidarietà, del rispetto e dell’amore. Da tale impostazione dipendono le tre parti in cui è distribuita l’opera.
· La prima parte, in quattro capitoli, presenta il disegno d’amore di Dio per l’umanità; è un progetto che evidenzia l’azione liberante di Dio nella storia, compiuta in pienezza attraverso il Cristo, per ricollocare la persona umana al centro del progetto di Dio: una missione affidata alla Chiesa (cap. I). In questo contesto di evangelizzazione si colloca lo specifico di tale missione in rapporto alla dottrina sociale, alla sua natura e a quanto è stato realizzato soprattutto in tempi recenti, dalla Rerum novarum in poi (cap. II). Il fondamento della dottrina sociale è strettamente relazionato con il principio personalista che colloca la persona umana – nella varietà dei suoi molteplici profili – al centro di tutto, in particolare per quanto concerne i diritti umani (cap. III). Ne scaturisce una serie di punti dottrinali: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, partecipazione, solidarietà... Essi evidenziano i valori fondamentali della vita sociale che si ritrovano sintetizzati nella via della carità (cap. IV).
· La seconda parte, in sette capitoli, tocca i grandi temi già puntualizzati dalla Gaudium et spes: a) la famiglia, cellula vitale della società, protagonista della vita sociale ma anche destinataria delle attenzioni della stessa società (cap. V); b) il lavoro umano, la sua dignità, il diritto ad esso unitamente ai diritti dei lavoratori e la solidarietà tra di loro, alla luce delle prospettive delle res novae (cap. VI); c) la vita economica, accostata secondo prospettive di attualità per rispondere alle nuove esigenze, determinate anche qui dalle res novae, secondo un’etica corretta, al servizio dell’uomo (cap. VII); d) la comunità politica, con il suo fondamento e con l’illustrazione del ruolo dell’autorità in ordine al sistema democratico, al servizio della società, alla collaborazione con le comunità religiose (cap. VIII); e) la comunità internazionale, con le sue regole fondamentali in vista dell’organizzazione e della cooperazione per lo sviluppo (cap. IX); f) la salvaguardia dell’ambiente, con l’evidenziazione di una comune responsabilità in vista del superamento della crisi nel rapporto tra l’uomo e l’ambiente (cap. X); g) la promozione della pace, frutto della giustizia e della carità, missione distintiva della Chiesa (cap. XI).
· La terza parte è costituita dal solo cap. XII: il contenuto si concentra sull’azione ecclesiale in ambito sociale, e quindi sull’impegno dei fedeli laici nel servizio alla persona umana, alla cultura, all’economia, alla politica.
· La Conclusione è un invito a continuare nella costruzione della civiltà dell’amore: a questo tende la missione e l’aiuto della Chiesa, qualora si abbia il coraggio di ripartire sempre dalla fede in Cristo, costantemente sorretti da salda speranza.
L’ammirazione per questa poderosa sintesi non esenta tuttavia dal porre alcune domande che l’educatore formula, e che nel caso specifico si meraviglia non siano state considerate nel percorso redazionale del Compendio. Va comunque precisato che il presente fascicolo non si muove da un precostituito atteggiamento critico di fronte a un documento ufficiale, ma solo dal desiderio di offrire una pagina formativa a livello ecclesiale proprio a partire dai valori e dai limiti del Compendio.
Se ci si è mossi in questa linea è perché abbiamo constatato il limite di una proposta, qual è quella contenuta nel Compendio, che non ha avuto il coraggio di un confronto con la dimensione cultuale e con i valori di sintesi che essa racchiude, nonostante alcune formidabili sottolineature e buone intenzioni qua e là emergenti. I contributi presenti nel fascicolo esplicitano e documentano quanto qui accennato.
2. Una schizofrenia tra lex vivendi e lex orandi
Chi legge con attenzione il Compendio resta indubbiamente impressionato dai numerosi riferimenti, diretti e indiretti, all’ambito cultuale. Il presente fascicolo di «RL» e l’attuale Editoriale scaturiscono da uno studio attento del Compendio, dal confronto con le prospettive delineate... e in parallelo con le mancanze, dimenticanze e omissioni di cui è ricco tale testo.
Senza dubbio, un Indice analitico fatto con criterio «sistematico» – e non con il solo ricorso all’automatismo della soluzione informatica – avrebbe evidenziato alcune ricchezze presenti nell’opera, insieme a evidenti lacune; e da tale evidenza sarebbe emersa l’urgenza di un più attento confronto con alcuni ambiti come quello biblico e patristico e, in questo caso, soprattutto liturgico. Qualora si metta mano a un’editio altera – quanto mai auspicabile – ci auguriamo che questa sia accompagnata da un adeguato Indice analitico, possibilmente sistematico!
Qui ci dispensiamo dal riprendere le osservazioni critiche quali emergono in vari contributi; desideriamo che il lettore le scopra da solo nella calma di un confronto con quanto delineato. Ci si permetta però di sottoporre all’attenzione dell’educatore alcune considerazioni generali che, se tenute presenti, possono permettere anche alla dottrina sociale della Chiesa di essere non una teoria soltanto, ma una dimensione che proprio nel culto trova una sintesi – oltre che un radicale fondamento – per un’azione ancora più incisiva e dunque formativa.
Se non ci si colloca in questa prospettiva di «sintesi» anche il magistero ecclesiale può continuare a correre il rischio di prolungare autentiche schizofrenie tra un documento e l’altro, e soprattutto tra ciò che è codificato nei documenti e ciò che il fedele è invitato a esprimere nel culto. Pertanto, se la lex orandi è l’espressione simbolica di un incontro tra lex credendi e lex vivendi, in quale misura è doveroso declinare un più forte incontro tra culto e dimensione sociale? È solo un auspicio di «liturgisti» o forse è la mano tesa che i liturgisti porgono a chi vede ancora la liturgia come una cerimonia o poco più? Se il Compendio racchiude alcuni riferimenti alla liturgia, perché questi risultano così parziali? Perché non si aprono a delle conseguenze educative? Forse perché si delegava ciò a un orizzonte più ampio e organico? Ma se esso resta ipotetico come sarà possibile un doveroso confronto?
3. Prospettive liturgiche per un’educazione alla dimensione sociale
Non rientra nello stile di «RL» collocarsi in un atteggiamento di chiusura; al contrario, nel constatare un atteggiamento di visione parziale – sicuramente non precostituito – la riflessione di «RL» si attiva con responsabilità perché da una dialettica costruttiva (e con un auspicabile e atteso atteggiamento di reciprocità) possano delinearsi prospettive educative e formative che coinvolgano la persona nella sua totalità, senza inutili separazioni di ambiti, pur nel rispetto delle competenze e delle logiche specifiche.
A distanza di oltre quattro decenni dal Vaticano II si constata, di tanto in tanto, come il concetto di liturgia non sia stato acquisito nella mens di chi è chiamato a elaborare linee formative. Se poi ci si accosta alla ricchezza prospettica di Optatam totius 16 allora le attese si fanno ancora più urgenti. Il Compendio è un esempio eloquente di come la realtà liturgico-sacramentale non sia ritenuta tale da offrire una sintesi costruttiva nell’intimo della persona. I vari riferimenti al culto che il testo offre appaiono più sulla lunghezza d’onda del locus theologicus che non come la prospettiva della dottrina sociale quale locus liturgicus che se, da una parte, rinvia a quella liturgia della vita di cui parla Paolo in Rm 12,1, dall’altra invita a considerare la dimensione cultuale per quello che effettivamente è: l’espressione simbolica di una vita di fede chiamata a operare nel sociale.
Declinata su questo versante del sociale la liturgia offre all’educatore alcuni indici per un confronto ma soprattutto per una visione non parcellizzata della vita di fede nei più diversi contesti della riflessione e dell’azione dell’uomo. Documenti esemplari non sono mancati in questi anni del dopo concilio; ci aspettavamo che uno strumento come il Compendio, che tocca un aspetto essenziale dell’agire della persona nel mondo, si collocasse sulla stessa lunghezza d’onda. Le nostre sollecitazioni si rafforzano anche dal fatto che «commenti» al Compendio non si sono accorti di questi limiti; anche il Dizionario della dottrina sociale della Chiesa, edito nel 2005 dallo stesso Pontificio Consiglio, che ha elaborato il Compendio, come un «sussidio per studiare tematicamente le principali nozioni che riguardano la dottrina sociale della Chiesa» (Premessa, p. 17), non ha preso in considerazione tale dimensione. L’unica eccezione fa riferimento al tema della riconciliazione e del matrimonio, mentre nel contesto della «voce» pastorale sociale si legge: «La pastorale sociale ha una duplice finalità: illuminare le coscienze e stimolare l’impegno sociale di tutti i fedeli. Tale duplice compito deve pervadere [...] l’attività ecclesiale nei diversi profili in cui si attua la missione sacerdotale, profetica e regale dei discepoli del Signore. La sinergia delle dimensioni dell’annuncio della Parola, della celebrazione liturgica, della testimonianza della carità, nelle varie forme dell’esperienza di comunione, deve educare la comunità ecclesiale a tradurre le istanze del vangelo nell’ambiente familiare e in quello culturale, civile, economico e politico [...]» (p. 590). Queste parole programmatiche sono stupende; ci auguriamo possano costituire la traccia per un programma di azione che richiede, per completezza, almeno queste attenzioni, in vista di un’autentica «sinergia»:
· Le considerazioni teologiche circa la dottrina sociale, pur facendo qualche riferimento al culto, non considerano la dimensione liturgica e specificamente la teologia sacramentaria come parte integrante di una visione in cui il sociale trova un essenziale punto di riferimento anche nell’ambito cultuale. Ma chi celebra è tutto l’uomo, e la liturgia lo evidenzia con dovizia di linguaggi.
· La dimensione biblica di tanto in tanto emerge, e talora con notevole spessore, soprattutto per fondare le prospettive su cui si basa l’educazione al sociale da parte della Chiesa. Ma la dimensione biblica ha la sua attualizzazione nella liturgia: è qui che «l’annuncio accade» (CEI, Comunicazione e missione, n. 43); è nella dinamica dei tempi e dei ritmi del culto (anno liturgico, sacramenti, sacramentali, pii esercizi...) che la Parola illumina e alimenta l’impegno nel sociale mentre fa aprire gli occhi sul senso dello «spezzare il pane».
· Se l’insegnamento della dottrina sociale è radicato nella rivelazione e sappiamo che questa continua ad attuarsi nel tempo della Chiesa, allora più stretto dovrebbe emergere il rapporto tra il senso e il ruolo dei sacramenti e la vita nel sociale. In questa linea i contenuti di vari libri liturgici possono risultare emblematici in ordine a una «mentalizzazione» salvifica.
· Chi conosce il senso teologico della celebrazione sa che essa racchiude, pur negli orizzonti del suo linguaggio simbolico, un rapporto unico tra le realtà intramondane, la persona e il tempo; è un rapporto con tutto il creato, sempre coinvolto a livello simbolico nel suo linguaggio. Educare a questa realtà è elaborare una mens che aiuta a superare ogni forma di dicotomia o peggio ancora di schizofrenia.
· Una maggior conoscenza del linguaggio liturgico permette di constatare le costanti occasioni in cui l’azione liturgica rinvia, soprattutto nei testi eucologici, all’impegno nel sociale; basti osservare quanto emerge nelle collette e soprattutto nelle orazioni dopo la comunione: esse offrono un autentico programma di azione... È in questa linea che va accostata la ricchezza presente nel Messale e tuttora in buona parte sconosciuta. Il confronto poi con il Benedizionale garantisce numerosi altri elementi educativi in ordine a una sintesi.
· C’è uno spazio peculiarissimo, inoltre, in cui la liturgia offre occasioni uniche per educare al sociale, e questo è costituito dall’omelia e dalla predicazione. Tale ministero, che si attua all’interno di un sacramento, ha una sua valenza di efficacia sacramentale qualora sia compiuto con quella competenza che esso richiede. In questa ottica non è fuori luogo evidenziare l’esemplarità di santi che brillano per il loro impegno nel sociale (è un’ampia gamma di paradigmi quella offerta dal Messale, dalla Liturgia delle Ore e dal Martirologio).
· La rilettura attenta dei nn. 9 e 10 della Sacrosanctum concilium offre elementi per una visione della liturgia come sintesi di tutta l’attività della Chiesa: il suo ruolo simbolico costituisce il locus per un incontro tra tutto ciò che chiama in causa l’attività della persona umana. Se «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutto il suo vigore» (SC 10; ma sulla stessa linea sono anche LG 11, UR 15, CD 30, PO 5) allora riemerge in tutta la sua capacità veritativa e operativa la sintesi che il sinodo straordinario dei vescovi elaborò nel 1985: «La Chiesa, nella parola di Dio, celebra i misteri di Cristo per la salvezza del mondo»: è in questa vita della Chiesa che la dimensione sociale ritrova il suo stretto e fondante rapporto con la dimensione liturgico-sacramentale.
· C’è poi un aspetto spesso trascurato, ma non di poco valore: il ruolo sociale racchiuso nella pietà popolare. Il Direttorio pubblicato a suo tempo (cf. «RL» 89 [6/2002]: Facciamo il punto sulla pietà popolare?) è un esempio eloquente di come si possano, attraverso l’elemento della pietà popolare, toccare aspetti che a un primo sguardo sembrano non aver rapporti con il culto (cf. l’Indice analitico del Direttorio alle «voci»: carità, confraternite, cultura, famiglia, festa, immagini, inculturazione, lavoro, vita).
· Anche la dimensione del rapporto tra l’uomo e il creato trova nel linguaggio simbolico della liturgia la sua espressione più forte. Si pensi anzitutto all’arte e all’architettura (con il grande ricorso alla natura e ai suoi elementi, sempre nell’ottica di una visione d’insieme del creato che ha l’uomo al centro...) fino allo specifico linguaggio liturgico in cui gli elementi naturali trovano il loro spazio e soprattutto il loro senso simbolico contribuendo anch’essi all’anakephalaiosis definitiva in Cristo Alfa e Omega.
· La comprensione del senso sociale della preghiera, sulla linea di documentazioni patristiche e di scrittori ecclesiastici antichi, recenti e contemporanei, va recuperata in vista di quell’educazione al dialogo con Dio quale spazio per dialogare con i fratelli, con le istituzioni sociali e con le realtà creaturali.
· Un accostamento al mistero della storia considerato dal versante della vocazione divina dell’uomo e della società umana, nell’ottica della divinizzazione della persona e della trasformazione di tutta la realtà creata nei cieli nuovi e terra nuova, rimane sempre come quadro di riferimento e di confronto per una sintesi organica e onnicomprensiva.
Dall’insieme si evince, senza correre il rischio di unilateralità, che la liturgia ha la capacità di plasmare il progetto sociale. In essa infatti il fedele è educato ad agire nel quotidiano; invitato a guardare la persona come oggetto unico dell’amore di Dio; formato a una visione che considera il sociale come l’aspetto di un tutto organico; plasmato da un’esperienza che nella sua ripetitività permette di entrare sempre più in una realtà che è allo stesso tempo umana e divina insieme; sorretto nel proprio impegno attraverso l’esperienza diretta di Gesù Cristo; illuminato da una Parola che attende di essere attuata anche nel sociale; nutrito da simboli che rinviano al lavoro di ogni giorno perché tale impegno sia assunto in un progetto di salvezza; salvaguardato da una visione-realtà soprannaturale che permette di saper andare oltre gli inevitabili limiti; trasfigurato nella misura in cui l’impegno nel sociale si fa arduo e talora umanamente impossibile; nella liturgia correttamente intesa si trovano le basi di una «mistica» del lavoro e del vivere sociale.
È quanto si legge nel n. 542 del CDSC: «L’identità del fedele laico nasce e trae alimento dai sacramenti: dal Battesimo, dalla Cresima e dall’Eucaristia. Il Battesimo conforma a Cristo [...]. La Cresima o Confermazione configura a Cristo, inviato per vivificare il creato e ogni essere con l’effusione del suo Spirito. L’Eucaristia rende il credente partecipe dell’unico e perfetto sacrificio che Cristo ha offerto al Padre [...]. Il fedele laico è discepolo di Cristo a partire dai sacramenti e in forza di essi, in virtù cioè di quanto Dio ha operato in lui imprimendogli l’immagine stessa del Figlio [...]. Da questo dono divino di grazia [...] nasce il triplice munus (dono e compito), che qualifica il laico come profeta sacerdote e re, secondo la sua indole secolare».
Sono affermazioni che racchiudono un progetto di sintesi che può dare senso a una rilettura organica del Compendio, in vista di una dottrina sociale della Chiesa che sappia essere non tanto una teoria, quanto uno strumento per trasformare l’umanità e attuare il vangelo. È il nostro auspicio, per vedere delineata e sorretta con adeguati sussidi quella liturgia della vita anche dal versante dell’insegnamento e della prassi della dottrina sociale della Chiesa.
4. Il presente fascicolo
Il 94° anno di vita di «RL» si apre con una serie di riflessioni sul rapporto tra dimensione sociale e liturgia. Quanto già sopra evidenziato ha offerto l’opportunità di contestualizzare la logica dei diversi contributi che arricchiscono le pagine che seguono. Ne scaturisce una panoramica quanto mai vasta e interessante per gli elementi che provocano al confronto dialettico.
► Studi. I sei studi costituiscono l’asse portante della riflessione. Per chi opera nel sociale, ma da persona che intende educare nell’orizzonte ampio della fede, è indispensabile cogliere il rapporto con la dimensione sacramentale. In questa ottica si pongono i contributi attorno ai sacramenti – tutti! – considerati in ordine alle loro implicanze sociali. La prospettiva che ne emerge viene a colmare vistose lacune presenti nel Compendio.
► Note. Tre approfondimenti specifici evidenziano altri aspetti che hanno una peculiare incidenza con il sociale. Il Benedizionale, libro ancora notevolmente sconosciuto nella prassi ecclesiale, riserva contenuti celebrativi interessanti in ordine a una sintesi che non è solo impegno in strutture sociali ma anche invocazione, supplica e lode per la liturgia della vita. È da questo contesto che deriva poi l’impegno di formazione al sociale – una sfida che interpella ogni Chiesa – e a quelle categorie morali che permettono di attivare un corretto modello di vita sociale.
► Anniversari. Il 2006 si è chiuso ricordando quanto avvenuto 50 anni prima ad Assisi; il 2007 si apre con la seconda parte commemorativa di quel I Congresso internazionale di liturgia pastorale che ebbe un influsso notevole in ordine al lavoro svolto dal movimento liturgico e poi sfociato nel Vaticano II. L’esame degli archivi presenta informazioni che solo un’attenta lettura può evidenziare.
► Attualità. Trattare di problemi liturgici implica avere un orizzonte di attenzioni quanto mai vasto, data l’ampiezza di interessi che è chiamata in causa. L’articolo che chiude il presente fascicolo è nuovo come tipologia rispetto a quanto solitamente pubblica «RL». L’accoglienza in questa rivista è in ordine sia al valore della ricerca, sia all’interesse che i risultati provocano nella mens di colui che opera in ambito liturgico. È essenziale, di tanto in tanto, cogliere l’impatto che un certo linguaggio ha nella gente. I risultati della ricerca invitano a prestare attenzione ai contenuti dei termini usati, al ruolo del linguaggio della catechesi e dell’omelia, alla sfida costituita dai testi eucologici, all’impegno di traduzioni che permettano un rapporto diretto tra il fedele e il linguaggio con cui ordinariamente comunica.
5. I nuovi membri del Consiglio di redazione e il «messaggio» in copertina
Fa parte della vitalità di un periodico una certa alternanza dei membri che costituiscono il Consiglio di redazione. In questa linea si pone l’avvicendamento nell’organico delle persone direttamente coinvolte nella progettazione di «RL». Da qui il grazie e l’augurio. In prima istanza sgorga il grazie per quanto è stato operato in questi anni dal prof. padre Romano Cecolin, osb, abate di Finalpia, che lascia il suo ruolo di vicedirettore ma rimane membro del Consiglio. Il grazie si estende alla prof. Simona Negruzzo, al prof. don Renato De Zan, alla prof. sr. Antonella Meneghetti, fma, al prof. don Enrico Mazza e al prof. padre Eugenio Costa, sj. Il loro apporto è stato determinante, e ci auguriamo di poter valorizzare anche in futuro la loro competenza.
L’augurio che porgiamo è ai nuovi membri: anzitutto al prof. don Caudio Magnoli, già membro del Consiglio, che assume il ruolo di vicedirettore; alla prof. Valeria Trapani, liturgista, docente nella Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo; alla prof. Rita Torti Mazzi, biblista, docente nelle Facoltà di Teologia del «Marianum» e del «Seraphicum» a Roma; al prof. don Paolo Tomatis, liturgista, docente nel Seminario di Torino; al prof. don Franco Magnani, liturgista, docente nel Seminario di Mantova; e al prof. don Luigi Girardi, liturgista, docente nel Seminario di Verona.
Le immagini scelte per caratterizzare le copertine dei singoli sei fascicoli del 2007 sono costituite da miniature del XIII-XV sec., presenti in Messali, Antifonari, Corali, Salteri e Libri d’Ore. Esse offrono non solo uno spazio di bellezza che rinvia alla bellezza del mistero celebrato, ma anche il richiamo al ruolo dell’immagine (con tutto ciò che essa racchiude) nel libro liturgico considerato sia come strumento per la celebrazione, che come un elemento che aiuta a fare sintesi tra la vita di ogni giorno e il mistero di Dio attraverso la celebrazione dei santi misteri.