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EDITORIALE
RL

Il 2007 è stato un anno significativo per la «storia» della liturgia. E ce ne renderemo conto man mano che le situazioni si chiariranno e gli animi di acquieteranno. Non intendiamo riferirci al «Motu proprio» Summorum Pontificum – di cui attendiamo l’edizione definitiva in Acta Apostolicae Sedis –, ma a quella schiera di nuovi «esperti» in liturgia che si sono improvvisamente autoproclamati specialisti in re liturgica e ufficiali interpreti sia del documento in questione, sia di una pagina di storia qual è quella che scorre dagli anni Quaranta del secolo scorso fino ad oggi (il tempo della riforma liturgica «piana» e quella del Vaticano II).

Se si prende in considerazione quanto apparso sui media emerge come sia possibile stravolgere la realtà da parte di individui che scrivono o parlano solo perché dispongono di un canale divulgativo o ne hanno l’accesso facilitato. La schiera di coloro che si pongono contro la riforma liturgica del Vaticano II ha trovato ampio spazio nei tanti blog del web, in agenzie telematiche, in quotidiani e in periodici di vario genere nei microfoni di alcune emittenti, in mini-pubblicazioni. Un consistente coro di voci per dire... che cosa?

Tutte le occasioni sono apparse utili per improvvisarsi paladini e fautori di un ritorno al passato, con misconoscimento – in genere – del vero significato del succitato «Motu proprio» e dimostrando una mancata comprensione, pur a distanza di tanti anni, dei saggissimi intenti del concilio Vaticano II attuati dalla riforma liturgica da esso sancita.

Il presente fascicolo è dedicato soprattutto a queste persone. Nel contempo è offerto a coloro che intendono continuare a svolgere quel servizio di formazione liturgica che il nostro periodico promuove quale suo orientamento caratteristico fin dalla fondazione (1914).

1. Una storia non nuova

È fisiologico che in ogni tempo ci siano voci discordanti nell’interpretare pagine di storia o situazioni di attualità. Per restare nell’ambito di eventi non remoti basti pensare alla letteratura polemica prodotta da uomini di cultura, come Tito Casini (per restare in ambito italico). Nella sfera intra-ecclesiastica si ricordi il peso del libello dei card. Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, scritto contro il novus Ordo Missae e quindi contro Paolo VI. Ma la risposta di Cipriano Vagaggini è ancora lì a dimostrare che l’ignoranza storica o la non conoscenza dei linguaggi teologico-liturgici non hanno diritti per ergersi al ruolo di magisteri alternativi e di porsi pretenziosamente quali parametri di riferimento.

Nonostante certe tensioni emerse sotto i pontificati sia di Paolo VI che di Giovanni Paolo II, il problema del «ritorno» al passato con l’uso del Messale del 1962 sembrava in buona parte sopito. In verità era come brace sotto la cenere; gli eventi recenti lo hanno dimostrato con grande evidenza.

Noi consideriamo come ovvio e persino come positivo il fatto che, nella storia, ci sia dibattito; anzi, per determinati aspetti sappiamo «benedire» alcune espressioni del «Motu proprio», consapevoli – e lo abbiamo più volte evidenziato – che il richiamo alla sacralità dell’azione liturgica non fa altro che muoversi entro la linea pedagogica che trova amplissime pagine esplicative negli interventi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Ben attestano questa linea condivisa e promossa – con calibrati linguaggi – le 34 annate della seconda serie di «Rivista Liturgica» e le 11 dell’attuale terza serie.

Ma resta incalzante la domanda: «A chi giova tutto lo scomposto chiacchericcio che in questi mesi si è coalizzato contro la riforma liturgica del Vaticano II e in particolare contro il Messale di Paolo VI?». Non certo a dare un contributo positivo all’ermeneutica della continuità... Non intendiamo entrare nello specifico di singole posizioni, tanto meno di quelle che a volte sono scese molto in basso, misconoscendo la realtà attuale e la sua storia. Alcune, per il fatto di apparire su qualche giornale di grido o per essere riferite da qualche emittente, si sono paludate di autorevolezza, come fossero l’ultimo concentrato frutto della ricerca. Per questi militanti d’avventura il velo che scende inesorabile sulla cronaca giornaliera ha già ottenuto il suo effetto.

In tale contesto appare il presente fascicolo che alcuni penseranno predisposto sull’onda dell’attualità e con spirito di rivalsa o con atteggiamento di contrapposizione. In verità il Consiglio di redazione studiò questo tema e ne approvò il progetto in tempi non sospetti, ovvero già nei primi giorni del giugno 2006. Giunge solo ora ai nostri lettori secondo il ritmo della programmazione che «Rivista Liturgica» compie per tempo. E si presenta comunque – pur «aggiornato» per qualche aspetto dopo gli ultimi eventi – tale da offrire elementi probanti per un confronto serio, del tutto alieno dall’esibizionismo che fa ricorso ai giornali per propinare l’ultima boutade. Il fascicolo offre una meditata lettura degli elementi in gioco alla luce della storia, nella convinzione che quanto più la si conosce tanto più emerge l’interesse a scavarla in profondità.

È realisticamente presumibile che questo fascicolo potrà dare adito a sviluppi dialettici. E saremmo ben lieti di continuare lo studio delle problematiche, all’insegna di un dibattito condotto con quella correttezza che è richiesta dal dato storico, teologico, liturgico, spirituale, giuridico e pastorale e nel rispetto della competenza delle persone. Si intende: competenza dimostrata autorevolmente, con studi e pubblicazioni, e non saccenza acquisita al mercato della cronaca o esibita in vista di promozioni!

2. Celebrare con il «Messale di Pio V»?

Da tempo «Rivista Liturgica» sta riflettendo sull’urgenza di venire incontro a coloro che sono impegnati nella formazione (a qualunque livello) e che pertanto si devono confrontare con le «fonti» liturgiche. È nelle intenzioni redazionali uno studio globale e specifico dei contenuti degli antichi sacramentari e di altre fonti successive, per discernere e cogliere quei contenuti e valori che appartengono alla genuina tradizione e per valutare, con maggiore obiettività, l’oggi. Questo servizio ci sembra doveroso per incrementare una corretta ermeneutica dell’esperienza vissuta dalla Chiesa nella sua plurisecolare prassi celebrativa.

La presentazione, qui offerta, dei contenuti del Missale secondo l’ultima editio typica approvata da Giovanni XXIII nel 1962 rientra in questo progetto di conoscenza e di approfondimento della storia. Sembra che siano passati pochi anni da quando quel Missale è stato «abrogato» (noi ne siamo ben consapevoli e la storia, a suo tempo, dirà la sua!). Ma, in verità, la conoscenza di quella fonte è ormai sbiadita anche in molti di coloro che l’hanno usata per la celebrazione. Inoltre è solo sommariamente conosciuta dalla maggior parte di coloro che l’hanno sospirata nonostante l’Indulto già concesso da Giovanni Paolo II. Risulta infine completamente nuova ad alcuni della generazione dei più giovani, assetati di immaginario.

Di fronte a questi dati la riflessione si fa ancora più seria e per vari aspetti «preoccupante». Senza stabilire esaurienti tipologie, abbiamo l’impressione che la maggioranza dei soggetti che auspicano un «ritorno» alle precedenti forme celebrative possano essere classificati in una di queste due categorie:

– quella di coloro che coltivano un estetismo elitario o che hanno bisogno di assecondare il loro mondo emotivo; e le dimensioni poetica ed emotiva – è vero – sono state piuttosto trascurate in certe espressioni e attuazioni della liturgia rinnovata; ad esse va riconosciuta la potenzialità d’instaurare un rapporto profondo con la realtà (si veda il ruolo dell’arte, della musica, della bellezza in genere...);

– quella di coloro che amano immergersi, spesso in modo non riflesso, in quel clima quasi da new age in cui l’esoterismo misterico, l’aura del sacrale, il coinvolgimento del sentimento – elementi mediati dal fascino musicale – offrono possibilità comunicative e relazionali percepite più coinvolgenti di quelle garantite dalle attuali prassi celebrative.

Questa ricerca di una «alterità» di riti – è urgente ricordarlo – misconosce talora le vere ricchezze, le tante opportunità, i valori più diversi che la liturgia rinnovata continua a possedere. È prevalentemente per una compensazione individualistica che ci si orienta all’uso di canti in latino e in musica gregoriana; che si apprezza la sacralizzazione del linguaggio della preghiera eucaristica agita secreto e sorretta da 25 segni di croce; che si enfatizza il ricorso a segni come candele e incenso e campanelli (che la riforma liturgica peraltro non ha abolito); che ambisce il recupero di elementi di suppellettile ancorché anacronistici e non essenziali per una decorosa celebrazione. Se la riforma liturgica è intervenuta nel ridimensionamento di alcuni di questi «linguaggi» è stato per renderli più adeguati alla sensibilità odierna, allo stesso modo in cui, quando sono entrati nella liturgia, essi dovevano risultare funzionali a caratterizzare la solennità dell’azione liturgica con quei canoni di sacralità di cui, secondo i tempi, era avvolta l’autorità, e qualunque autorità.

Tuttavia, non vogliamo focalizzare su ciò il nostro invito alla riflessione. Lo scopo del confronto con il Missale del 1962 intende offrire l’opportunità – e questa sicuramente è la prima volta che si compie nella storia – di vedere da vicino il contenuto dell’ultima editio del Messale tridentino. È questo il Messale che i padri conciliari ben conoscevano e che usavano durante gli stessi lavori conciliari. E fu in questa situazione che essi ponderatamente stabilirono di:

• «[...] adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti» (SC 1);

• «[...] interessarsi in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (SC 1; si notino i termini instaurare atque fovere);

• «[...] dover richiamare i [...] principi riguardanti l’incremento e la riforma della liturgia, e stabilire norme pratiche (SC 3: principia et practicas normas);

• dedicare «una specialissima cura nella riforma e nell’incremento della liturgia» (SC 14: instauranda et fovenda);

• «[...] fare un’accurata riforma generale della liturgia [che] consta di una parte immutabile [...] e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare» (SC 21: variare possunt vel etiam debent);

• «ordinare i testi e i riti in modo che esprimano più chiaramente le sante realtà che significano» (SC 21);

• poter «capire facilmente (le sante realtà) e parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria» (SC 21; cf anche SC 30);

• far precedere «la revisione delle singole parti della liturgia [...] da un’accurata ricerca teologica, storica e pastorale» (SC 23);

• tenere «in considerazione sia le leggi generali della struttura e dello spirito (structurae et mentis) della liturgia, sia l’esperienza derivante dalla più recente riforma (instauratio) liturgica...» (SC 23);

• non introdurre «innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa» (SC 23);

• avere «l’avvertenza che le nuove forme in qualche modo scaturiscano organicamente da quelle già esistenti» (SC 23);

• promuovere «quella soave e viva conoscenza della sacra Scrittura, che è attestata dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali sia occidentali» (SC 24);

• rivedere (recognoscantur) «i libri liturgici [...] servendosi di persone competenti e consultando vescovi...» (SC 25; cf anche SC 31);

• «osservare le [...] norme generali (nell’attuazione della riforma)» (SC 33 e articoli seguenti 34-36).

Alla luce di queste e di numerose altre disposizioni conciliari è possibile accostare e valutare con più serenità e verità i contenuti e la struttura del Messale del 1962. Il distacco metodologico necessario per fare un’analisi accurata è alieno da un atteggiamento di rifiuto: tutt’altro! Tanto che quel Missale, in quella struttura e con quegli elementi – e si vedrà, tra l’altro, che non sono rimasti sempre gli stessi dal 1570 al 1962 – è considerato quale anello importante di una traditio verificatasi nel secondo millennio. Non è opportuno spingersi nel primo millennio, perché le fonti liturgiche ci danno ben altre preziose pagine – sempre parte viva della traditio – che, ignorate, non furono accolte o valorizzate nel secondo millennio, fino al recupero avvenuto con l’instauratio promossa dal Vaticano II.

Possiamo allora affermare, senza timore di essere smentiti, che propriamente solo con il Missale del Vaticano II – usiamo questa terminologia allo stesso modo con cui si è adottata quella con riferimento al Missale del concilio di Trento – avviene il recupero di quella parte della traditio che era rimasta sconosciuta alla Commissione che elaborò il Messale di Pio V (è ben noto che le prime edizioni delle antiche fonti risalgono al sec. XVII).

Celebrare con il Messale di Pio V equivale a esprimersi con un linguaggio liturgico che un concilio ha solennemente stabilito di modificare. Le ragioni sono in buona parte sopra richiamate. E nemmeno è da dimenticare l’affermazione che si legge già nel «Motu proprio» Rubricarum instructum di Giovanni XXIII (25 luglio 1960), quando nell’approvare la nuova editio typica del Messale scrisse: «... postquam, adspirante Deo, Concilium Oecumenicum coadunandum esse decrevimus, quid circa huiusmodi Praedecessoris Nostri inceptum agendum foret, haud semel recogitavimus. Re itaque diu ac mature examinata, in sententiam devenimus, altiora principia, generalem liturgicam instaurationem respicientia, in proximo Concilio Oecumenico Patribus esse proponenda...». L’eloquente chiarezza programmatica del contenuto di queste espressioni sarà poi convalidata dall’esplicitazione di quegli altiora principia di cui la Sacrosanctum concilium costituisce la magna charta.

3. Gli sviluppi di una riflessione

Il confronto con una fonte liturgica della tradizione richiede, sempre e prima di tutto, l’impegno della sua contestualizzazione, in modo da «leggere i cambiamenti voluti dal concilio all’interno dell’unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture». Tale affermazione che conclude il n. 3 dell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, viene incrementata dal dettato della rispettiva nota 5, dove si richiama la «necessità di una ermeneutica della continuità anche in riferimento ad una corretta lettura dello sviluppo liturgico dopo il concilio Vaticano II».

La «corretta lettura del dopo» richiede numerose attenzioni e confronti alla luce di vari parametri di riferimento. Non ci soffermiamo a riprenderli in questo Editoriale, dal momento che il servizio di «Rivista Liturgica» già annovera al suo attivo una grande abbondanza di approcci in tale ottica. Ci poniamo qui sull’altro versante, convinti che la correttezza di lettura implichi anche l’accostamento dello «sviluppo storico» avvenuto prima del concilio. Non si può leggere il dopo del Vaticano II a prescindere da tutto ciò che ha caratterizzato il prima di tale evento ecclesiale; allo stesso modo in cui non si comprende la situazione della riforma tridentina se non alla luce e degli eventi della prima metà del sec. XVI e, anche e soprattutto, alla luce dello sviluppo della teologia del culto cristiano relativamente al periodo tra la fine del tempo dei Padri e l’inizio dell’età moderna.

La riflessione mirata a conoscere i contenuti e le strutture del Messale del 1962 offre ai lettori come risultato quanto gli studiosi hanno fatto emergere nelle pagine che seguono. Più ci si addentra in quei contenuti, più ci si sentirà avvertiti che la vitalità e la veritas del culto cristiano non sono questione di alternativa tra un Messale e l’altro, ma di visioni ecclesiologiche che permettono di cogliere in profondità la teologia liturgica del culto cristiano.

Dagli studi e dalle note che caratterizzano questo fascicolo emerge una panoramica teologica certamente complessa, tale comunque da far percepire una differenza linguistica e di contenuto tra la precedente liturgia eucaristica e quanto scaturisce da quegli altiora principia cui faceva riferimento Giovanni XXIII e che i padri conciliari hanno illustrato. Alla luce del prima e del dopo del concilio possiamo avere una visione d’insieme sicuramente più oggettiva, e pertanto più plausibile in ordine al ricorso ad un Messale o all’altro.

Sarebbe semplicistico ridurre i problemi alla scelta di uno o dell’altro Messale. Del resto ci si è resi conto – ma non era prevedibile? – che la stessa soluzione prospettata dal recente «Motu proprio» attende adeguate «istruzioni» (e già i giornali cominciano a parlarne), perché è di fatto impossibile l’uso sic et simpliciter del Missale del 1962. A tale proposito ci permettiamo di avanzare una proposta che formuliamo a partire da questi termini:

• Il Missale di Pio V (come pure il Breviarium e anche il Martyrologium) ruota attorno al Calendario; il cambio ufficiale del Calendario (14 febbraio 1969) impone per evidenza di contenuti che nello stesso rito non vi siano sfasature di solennità, feste e memorie.

• Strettamente correlata al cambio del Calendario è la disposizione dei contenuti del Missale con il suo Lezionario e con tutto il corpus dei formulari di messe del Proprium de tempore e del Proprium de sanctis.

• La centralità del Lezionario domanda – se si vuol essere coerenti con gli altiora principia del Vaticano II – che tutto ruoti attorno ad esso, a cominciare dall’uso dei testi eucologici.

• La maggior parte dei testi eucologici del Missale di Pio V sono presenti in quello di Paolo VI; anzi questo Messale è molto più «tradizionale» del primo, in quanto recupera largamente ciò che la Commissione incaricata da Pio V non poteva conoscere.

• Il rito «extra ordinario» (o meglio, la extraordinaria expressio) non potrebbe allora consistere solo nell’adozione dell’Ordo Missae del precedente Missale?

• Questo permetterebbe di venire incontro sia alle attese della lingua latina e del canto (anche se ciò è presente nell’attuale Ordo Missae); sia – nel bisogno – di ricorrere a quella ritualità; sia ai momenti prolungati di silenzio... Ma permetterebbe, anche, di esprimere con molta chiarezza la propria adesione ai principia del concilio rispettando il ruolo del Lezionario e di tutta la liturgia della Parola (che, come esprime il «Motu proprio», può risolversi «utendo editionibus ab Apostolica Sede recognitis» [art. 6]).

In attesa, comunque, di «istruzioni» che permetteranno di rileggere le disposizioni nell’ottica di quanto avvenuto finora, e soprattutto alla luce della storia della liturgia, invitiamo i lettori a un confronto con quanto segue che – a nostro modesto parere – costituisce il cuore del problema al presente e per l’immediato futuro della vita della Chiesa.

4. A scuola di formazione liturgica

Non sembri fuori luogo il ritorno su un tema che sta sempre al centro della nostra attenzione e che ogni Editoriale cerca di evidenziare secondo le connotazioni dello specifico tema trattato.

Cosa significa «formazione liturgica»? In ogni momento del percorso della riforma liturgica voluta dal Vaticano II, già a cominciare dalla stessa Costituzione conciliare, il tema della formazione è stato declinato in mille modi. Molto è stato realizzato; alcuni aspetti sono mancati; tanto rimane ancora da approfondire e da mettere in opera. Nell’insieme, infatti, al di là di esortazioni che talvolta lasciano il tempo che trovano, non si è ancora avuto il coraggio di attuare quel dettato conciliare che in prospettiva di principio viene ritenuto strategico.

I padri conciliari ne erano ben consapevoli: se non si comincia dalla formazione che si attua nella scuola di teologia, non si realizza un percorso formativo che con il tempo giunge a permeare il modo di pensare e quindi di agire nella Chiesa. È impressionante un raffronto con il dettato di SC 14, 15, 16 e 17: quei contenuti sono rimasti spesso lettera morta. Si continua a constatare la disattenzione al testo di Optatam totius 16: in genere, quel progetto formativo è tuttora in attesa di essere preso in considerazione. E allora viene da esclamare: a quando una più accentuata attenzione al problema della formazione liturgica del clero a partire dagli altiora principia e dalle indicazioni concrete del Vaticano II? Il concilio di Trento cominciò a risolvere questo problema con l’istituzione dei seminari e impegnando i vescovi a rimanere nella propria diocesi per seguirne la vita.

È in questa ottica – e ci sentiamo di ribadirlo con forza – che la scuola di liturgia ha bisogno di spazio per

• conoscere bene la storia delle forme liturgiche, in modo da evitare interpretazioni sine fundamento in re;

• garantire il fondamento biblico del culto cristiano, allo scopo di illuminare il rapporto di continuità tra il sacerdozio di Cristo, quello del cristiano e quello ministeriale;

• approfondire la teologia che è racchiusa nella lex orandi – e che illumina la lex credendi perché ambedue vivono in un’osmosi unica – in modo da facilitare la sintesi tra fede, culto e vita;

• condurre a una conoscenza delle strutture rituali e del loro rapporto con il mistero che attualizzano e con la dimensione antropologica che devono assicurare, in modo da garantire la comprensione di ciò che si compie e quindi per una partecipazione actuosa;

• offrire un confronto necessario con gli aspetti giuridici e rubricali, e con i loro risvolti nella vita ecclesiale;

• orientare una pastorale e una catechesi che facilitino l’esperienza liturgica, in modo che tutta l’attività della comunità abbia come centro il mistero celebrato e quindi vissuto;

• offrire spazi per un costruttivo dialogo su la cultura, considerata nelle sue espressioni come l’arte, la musica, la bellezza, ecc;

• leggere in profondità il linguaggio simbolico-rituale in modo da unire più intensamente la vita al mistero celebrato;

• rispondere alle attese e alle prospettive di formazione integrale delineate da Optatam totius 16;

• rinsaldare una spiritualità e una mistica a partire dall’incontro vivo e reale con lo Spirito Santo che opera nell’epiclesi sacramentale come momento determinante per l’esperienza del mistero.

Anche lo studio dei contenuti del Missale del 1962 diventa, pertanto, un monito a conoscere la tradizione per valorizzarla e coglierne quegli sviluppi che oggi ammiriamo nel Missale così detto di Paolo VI, ma in realtà è il Messale della Chiesa che – a scadenza di tempi – adatta le proprie forme e strutture cultuali perché l’espressione liturgica della pietas sia più fedele al mistero e all’uomo.

5. Il presente fascicolo

Il fascicolo è stato pensato in modo da presentare quel Missale che per quattro secoli ha caratterizzato la celebrazione eucaristica della Chiesa di rito romano. Assumere quel Missale come fonte per lo studio è compiere un’operazione di attenzione alla storia, in modo da favorire la conoscenza di tale fonte per coloro che si affacciano in questi anni allo studio della liturgia e non hanno avuto la possibilità di conoscere e di sperimentare quel Messale; avere termini adeguati di valutazione per rispondere alle situazioni di coloro che celebrano oggi con quel Messale; evidenziare non solo il contenuto di quel Messale con i suoi valori e limiti, ma soprattutto ciò che di esso è poi passato nel Missale del Vaticano II; sottolineare la continuità o discontinuità con l’oggi in ordine all’ecclesiologia e alla teologia liturgica.

I risultati costituiscono il contenuto del presente fascicolo incentrato in tre studi, sette note, e altri contributi più o meno direttamente o indirettamente relazionati con il tema centrale.

Studi. I tre contributi iniziali intendono dare il quadro di riferimento per una lettura del Missale del 1962, situandolo nella logica della traditio vivens della Chiesa, e osservandone lo sviluppo nel secondo millennio, soprattutto alla luce di ciò che è avvenuto nel contesto tra riforma e controriforma.

Note. Le varie note costituiscono un aiuto concreto per avvicinare e quindi per conoscere in modo adeguato tutte le parti del Messale – a esclusione dell’eucologia del Proprium de sanctis che avrebbe comportato da solo un intero fascicolo –, dal Lezionario alle benedictiones che completano il volume.

Orizzonti. In occasione della liberalizzazione del Missale del 1962 è tornata più volte di fortissima attualità la preghiera per gli ebrei presente il venerdì santo. Al di là di polemiche pretestuose, determinate da ignoranza e anche da voluta incompetenza, risulta importante il confronto con lo studio ampio e documentato. Ne scaturisce un quadro quanto mai emblematico che illustra il contesto e i dettagli circa la problematica, e illumina chi deve dare risposte appropriate.

Dossier. La recente presentazione di una trilogia che testimonia i contenuti e i contesti di peculiari celebrazioni papali permette a «RL» di riunire gli interventi autorevoli che sono stati formulati durante la presentazione al pubblico di ciò che è stato il frutto di alcuni aspetti rilevanti  del servizio svolto dall’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice.

 


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