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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


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EDITORIALE
RL

Toccare il tema dell’omelia è affrontare un problema di perenne e stringente attualità. Argomento talvolta abusato; più spesso occasione di richiamo o di grido di allarme che sale dalle più diverse parti. Segno eloquente che se una realtà «fa problema» vuol dire che interessa, e che una soluzione positiva è attesa e comunque s’impone per vari motivi.
Nel vasto ambito della predicazione sono diversi i contesti in cui si attua una comunicazione attraverso la parola. La tradizione finora annovera almeno queste forme (in ordine alfabetico): catechesi, concione, conferenza, discorso, dottrina, elogio, esegesi, fervorino, istruzione, kerigma, omelia, orazione, panegirico, parabola, parenesi, predica, prontuario, sermone, vangelino, trattato. Tanti termini che esprimono una pluralità di forme attuate nei più diversi contesti in cui l’oratoria sacra è stata chiamata a svolgere un servizio ai contenuti della fede e agli ascoltatori.
Non è la prima volta che «Rivista Liturgica» affronta il tema dell’omelia. Lo aveva fatto nel 1970 con otto contributi introdotti da un Editoriale dove, tra l’altro, si invitava ad un ripensamento del fatto dell’omelia oltre che del modo di realizzarla: un ripensamento da svolgersi su molti livelli (cf. «RL» 57/4 [1970] 519-640: L’omelia nella celebrazione liturgica). Un secondo fascicolo è apparso nel 1987 con quattro contributi introdotti da un Editoriale costituito essenzialmente dal collage del n. 24 dell’Introduzione al Lezionario Romano, e del n. 40 di Evangelii nuntiandi (cf. «RL» 74/2 [1987] 171-231: L’omelia «parte dell’azione liturgica»).
Se «Rivista Liturgica» ritorna sul tema è perché sono maturati ulteriori elementi e prospettive derivanti da numerosi studi, da impensabili sviluppi della comunicazione, da richiami in documenti ufficiali, da riflessioni condivise nel contesto ecclesiale; e tutto questo sempre in vista di una celebrazione in cui l’omelia non sia elemento di contorno o tanto meno uno show, ma vivo servizio alla Parola per l’attuazione del memoriale.
 
1. Omelia: un termine specifico
 
Il termine omelia ha la sua origine nell’episodio di Emmaus, in cui il significato di discorrere, intrattenersi, parlare in modo facile e familiare è espresso con il verbo greco omileo. Da lì – oltre che dall’esperienza di At 20,11 e 24,26 – la fortuna del termine divenuto presto «tecnico» per indicare un parlare semplice, realizzato in contesto celebrativo, allo scopo di predisporre l’apertura degli occhi dello spirito per comprendere il mistero che si attua nella celebrazione.
Da questo fondamento l’omelia – talvolta indicata dai Padri della Chiesa anche come sermo – ha avuto una collocazione strategica in seno alla celebrazione. Con il tempo, quando è venuta meno la consapevolezza del senso originario di essa e la predicazione ha assunto altre prospettive, il distacco dalla celebrazione ha comportato anche la scomparsa del termine «omelia» a vantaggio di «predicazione» dove il verbo praedicare connota solo l’idea del parlare davanti a un gruppo di persone, prescindendo dall’evento della celebrazione. Un segno eloquente è attestato dal Caeremoniale episcoporum (termine di riferimento per la liturgia episcopale dal 1600 fino al Vaticano II) in cui tra le varie forme di ministero del vescovo non appare il termine omilia, ma sermo oppure concio.
Con il recupero del significato teologico della liturgia della Parola non poteva mancare la ripresa del significato e del ruolo dell’omelia, a cominciare dal termine stesso. Ecco quanto i padri del concilio Vaticano II hanno affidato alla Chiesa: «Si raccomanda vivamente l’omelia, come parte della stessa liturgia: in essa, nel corso dell’anno liturgico, vengono presentati, dal testo sacro, i misteri della fede e le norme della vita cristiana» (SC 52).
Poche parole per riaprire un percorso che troverà in successivi documenti e soprattutto nei libri liturgici rinnovati varie indicazioni per la loro attualizzazione. La sintesi di tutto questo si trova nell’Introduzione al Messale (cf. in particolare i nn. 65-66, e ancora i nn. 13, 29, 43, 45, 55, 56, 67, 136, 171, 213, 309, 360, 382, 391) e, in particolare, nell’Introduzione al Lezionario – stupenda sintesi di Sacrosanctum concilium e di Dei Verbum –. Qui il n. 24 (e i successivi nn. 25-27) raccoglie ciò che la Chiesa intende per omelia, e in parallelo ciò che si deve intendere per le altre forme di predicazione (dell’omelia si parla ancora nei nn. 3, 8, 11, 24, 28, 29, 33, 38, 41, 43, 45, 50, 60, 63, 68, 80, 81).
L’omologazione di tutte le forme di trasmissione della parola in contesto liturgico è ancora – purtroppo – un dato notevolmente diffuso; esso crea problemi pratici facendo, talvolta, toccare con mano quanto si sia lontani da ciò che dovrebbe essere l’omelia.
Ne è stato un segno eloquente il sinodo sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa celebrato in Vaticano nell’ottobre 2008. La rassegna degli interventi sinodali al riguardo se da una parte denota l’interesse per l’omelia, dall’altra spesso è stata l’occasione per rendersi conto di quanto sconosciuta sia la lettera e più ancora la mens liturgica della Chiesa al riguardo.
 
2. Tra celebrazione e ministerialità
 
L’Instrumentum laboris del sinodo sulla parola di Dio aveva cercato di recepire alcune indicazioni – non tutte per la verità – relative alla teologia della liturgia della Parola. Ed è in questa ottica che andavano commisurati gli interventi per non scadere nei soliti luoghi comuni, da tempo ben noti.
Ciò che è mancato, e che ci auguriamo possa emergere nell’Esortazione apostolica postsinodale, è lo sviluppo di quelle linee di teologia biblico-liturgica presenti in modo esplicito nei nn. 3-10 dell’Introduzione al Lezionario.
Quei contenuti offrono una traccia sicura circa il ruolo della parola di Dio nella storia della salvezza e, di conseguenza, nella liturgia che è attuazione di tale storia nel tempo. Le sottolineature, le implicanze, i risvolti di ordine teologico-liturgico che la Parola annunciata e celebrata assume si aprono, appunto, sulla teologia della liturgia della Parola. Anzi, ci è lecito ribadire: si aprono alla sacramentalità della liturgia della Parola – e quindi anche di quella parte essenziale di essa costituita dall’omelia – a partire da quanto insegna il n. 41 dell’Introduzione al Lezionario: «… quella Parola che nella celebrazione, sotto l’azione dello Spirito Santo, si fa sacramento».
È qui che risiede l’idea-forza e, di conseguenza, il nucleo di quanto le pagine che seguono intendono approfondire, pur da prospettive diverse. Celebrazione e ministerialità (in questo caso «della Parola») sono due aspetti strettamente correlati. La ministerialità della Parola nell’ambito del sacramento è finalizzata a far sì che la celebrazione raggiunga i suoi effetti di grazia anche attraverso l’omelia in quanto parte integrante di quella Parola destinata a raggiungere il cuore del fedele, in cui si celebra – in verità – il mistero della salvezza.
La collocazione dell’omelia tra celebrazione e ministerialità è invito a cogliere il senso vero e profondo di una parola «umana» che passa attraverso l’humanum dell’omileta per far sì che l’homo celebrans possa incarnare la parola di Dio nella vita. In quell’incontro intimo e vitale si gioca la veritas della celebrazione in quanto «simbolo» di un prima e di un dopo che si manifestano in coerenti scelte di vita.
Mettere a fuoco il significato e il ruolo dell’omelia in questa ottica «sacramentale» è dare un respiro senza misura al ministero che viene svolto; è ricondurre l’attenzione a certi limiti del predicatore e dell’ascoltatore, che bisogna superare; è attivare nuove prospettive perché questa peculiare comunicazione sia attuata secondo la propria natura entro lo specifico momento celebrativo.
 
3. Una Parola che agisce attraverso la parola
 
Muovendoci in queste prospettive ci rendiamo conto che stiamo dibattendo una problematica che va ben oltre i soliti problemi tipici dell’omelia. Problemi che troppo spesso, è vero, vengono presi in poca considerazione a motivo di varie circostanze; non ultima la deontologia professionale del presidente dell’assemblea, il quale è chiamato a mettere a frutto in quella circostanza la preparazione teologica, la conoscenza dei destinatari, la spiritualità, l’inserimento nella cultura del proprio tempo, e soprattutto la consapevolezza di agire in persona Christi anche in quel momento omiletico.
Più volte l’Introduzione al Lezionario pone in evidenza l’azione dello Spirito Santo (cf. nn. 2, 3, 4, 6, 7, 9, 12, 28, 41, 47, 58, 102). Da qui il dato di fatto: l’insieme della liturgia della Parola racchiude e realizza un’epiclesi. È per l’azione dello Spirito, infatti, che il fedele accoglie la parola di Dio come termine supremo, le monizioni come aiuto per comprendere meglio, il canto del salmo per interiorizzare il messaggio e vivificare l’esperienza dell’ascolto, l’omelia come momento di sforzo e di impegno per «tradurre» una Parola rivelata in una «carne» – la persona – che attende di realizzare un compimento delineato dalla stessa Parola proposta nell’arco dell’anno liturgico e secondo una peculiare pedagogia, e la preghiera dei fedeli come invocazione di aiuto per un agire del fedele e della comunità in sintonia con la Parola accolta, condivisa, celebrata.
È qui che si pone la delicatezza e insieme la specificità del rapporto tra omileta e assemblea; ma è all’interno di tale rapporto che si attua l’incontro tra la Parola e il fedele, e si compie il sacramento nella misura in cui quella Parola trova una risposta concreta, aperta e accogliente.
Al di là di ciò che lo Spirito compie nell’intimo del fedele, rimane la dialettica – sempre tra l’umano e il soprannaturale – di ciò che si può attuare attraverso la ministerialità competente; una ministerialità che passa anche attraverso la santità di chi svolge tale compito.
Cosa dedurre allora per non cadere nel rischio paventato di un eventuale «donatismo»? Chi si accingerebbe a salire all’ambone per donare un’omelia? Qui si pone l’impegno dell’omileta. Mentre parla all’assemblea egli parla di sé e soprattutto parla a se stesso. Il momento omiletico diventa pertanto esperienza spirituale forte per tutti, per chi parla e per chi ascolta. Si compie così il mistero di una Parola che si attua attraverso una parola, umana quanto si vuole, ma soprattutto carica di una spiritualità che giunge a trasfigurare le ordinarie parole umane in elementi che elevano gli spiriti a una dimensione che solo il sacramento sa suggellare e trasfigurare.
 
4. A quando il ritorno del corso di omiletica?
 
L’interrogativo ha nulla di provocatorio; è solo «evocatorio» di una tradizione abbandonata in tempi recenti, anche se si notano inviti pressanti per il recupero di questa disciplina a livello accademico (alcune università hanno cattedre complete – non solo corsi – di omiletica).
Gli auspici del sinodo 2008 avranno, forse, dei risvolti pratici – è anche il nostro auspicio –. Ma, prima ancora, c’è una serie di istanze e di attese che provengono sia dall’essenza stessa della liturgia, sia – in parallelo – dai fedeli i quali pur meno capaci oggi di ascolto, rifiutano verbosità o astrusità di linguaggi in attesa di una parola che tocchi il cuore (cf. Lc 24,32: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?»).
Essenzialità che sostituisca la prolissità; semplicità che renda trasparente la concettuosità; annuncio gioioso che non scada nel lamento o nel rimprovero; comunicazione che sappia rispettare i contenuti e gli ascoltatori; cerniera tra le due mense che educhi all’esperienza del mistero; cura del linguaggio non verbale a servizio dell’azione liturgica… Tutti elementi – ma non sono gli unici – che richiedono una «scuola di predicazione», perché la parola di Dio non sia oscurata dalle troppe o distorte parole umane; perché l’ars dicendi tipica della celebrazione sia a servizio della Parola, della liturgia, dell’assemblea; perché il loquens Verbum non sia oscurato dall’invadenza di una frastornante elocutio de Verbo.
La soluzione non risiede nel ricorso a «omelie d’autore» di cui sono infarciti tanti volumi, periodici e soprattutto il web, e che si trasformano in eloqui spesso noiosi che scivolano via da «pulpiti senza palpiti»! Si sta ripetendo oggi la storia degli omiliari medievali?
Solo la riacquisizione di ciò che la Chiesa intende per omelia permetterà di restituire alla celebrazione quella parte essenziale destinata a facilitare il rapporto tra messaggio della Parola e vita del fedele, attraverso l’esperienza dello spezzare il pane: l’unica che permetta la vera «apertura degli occhi» (cf. Lc 24,31: «Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero»).
 
5. Per la divinizzazione del fedele
 
Si giunge, così, al culmine di un percorso che non abbiamo timore di identificare con il termine divinizzazione. Anche l’omelia, come parte della liturgia della Parola e come parte di tutto il sacramento, contribuisce alla divinizzazione del fedele.
La consapevolezza di questo dato di fatto è poco presente nell’orizzonte di comprensione (o meglio di «precomprensione») di chi partecipa all’azione liturgica. È un aspetto che va fondato o rifondato, o comunque costantemente rimotivato, sia in chi presiede come in chi fruisce della ministerialità omiletica.
È nell’incontro tra il cuore del fedele e il cuore del messaggio della liturgia della Parola che si attua quell’esperienza sacramentale che permette alla Parola di farsi carne nella povertà e nei limiti di chiunque si apre all’ascolto. Qui si comprendono tutti quegli elementi propri dell’animazione finalizzati all’ascolto; dal silenzio alla ministerialità, ai segni, agli atteggiamenti… è tutto un linguaggio che porta a un ascolto attivo che si tradurrà poi in scelte di vita, in autentici segni sacramentali per fare della vita il perenne sacramento dell’incontro tra Dio e il suo popolo.
Cogliere il senso dell’omelia in queste prospettive è mettersi finalmente sulla lunghezza d’onda della Chiesa che in più modi e in varie occasioni ha richiamato l’attenzione di tutti sul ruolo davvero strategico dell’omelia. Tutto si riconduce a quell’oggi pronunciato dal Signore Gesù nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,16-23): un oggi che la Chiesa continua ad attuare nell’insieme della celebrazione, a cominciare dal ruolo sacramentale della liturgia della Parola (si veda, al riguardo, l’uso di hodie nell’attuale Missale Romanum dove ricorre ben 97 volte).
Su questo dato di fatto si pone allora il vero senso dell’invito a partecipare alla liturgia della Parola anche per coloro che non possono partecipare in pienezza con la comunione sacramentale; e anche a coloro che partecipano alle assemblee domenicali in assenza di presbitero facendo comunione con Dio Trinità Ss.ma attraverso quella comunione così unica quale si attua attraverso il «sacramento» della «Parola».
Da qui si delineano molte conseguenze. Gli studi che caratterizzano il presente fascicolo offrono una radiografia eloquente mentre invitano alla riflessione, al confronto, all’operatività. È con questo auspicio che l’omelia può ritrovare il suo senso e soprattutto la sua altissima funzione e missione.
 
6. Il presente fascicolo
 
Tra i numerosi ambiti che potevano essere evidenziati sono stati scelti quelli più pertinenti allo specifico individuato, soprattutto miranti al rapporto tra celebrazione e ministerialità. È in questo orizzonte che vanno accostati i vari contributi.
  • Studi. I cinque studi si muovono da un orizzonte teologico per toccare alcune conseguenze che, nel loro insieme, mirano solo a evidenziare il proprium dell’esperienza  sacramentale favorita e sorretta dall’omelia nel contesto della liturgia della Parola e più ancora del sacramento.
  • Note.Le altrettante note possono sembrare collaterali al discorso centrale; e di fatto lo sono nella misura in cui contribuiscono, però, a dare forma e supporto all’idea portante sopra espressa.
  • Actuositas.Il precedente fascicolo di «Rivista Liturgica» ha posto in evidenza tutti i libri liturgici realizzati in seguito alla riforma del Vaticano II. Come già anticipato, siamo ora in grado di segnalare ai lettori la pubblicazione dell’editio emendata del Missale Romanum già apparso nel 2002. Questa edizione (2008) corregge numerosi errori della tertia typica, opera alcuni aggiustamenti e soprattutto aggiunge ulteriori testi che le nuove edizioni nazionali dei Messali dovranno tenere in attenta considerazione.
  • Note bibliografiche.Una recente pubblicazione è oggetto di una nota critica. Il silenzio da parte nostra su certi modi di «leggere» o di «interpretare» la situazione della liturgia avrebbe potuto apparire quasi come connivenza o come timore di affrontare una dialettica che, invece, è quanto mai essenziale in questi tempi in cui si auspica un’ermeneutica della continuità a svantaggio, talora, di un dato di fatto qual è la lettera e la mens di un concilio e di tutta una riforma liturgica «firmata» da due Pontefici.
  • In memoriam. L’annata si conclude con il pensiero orante e riconoscente per due liturgisti che hanno chiuso i loro occhi a questo mondo per aprirli all’abbraccio benedicente di quel Signore che hanno studiato, cantato e fatto conoscere vivo nei santi misteri. Il ricordo di padre Falsini e di padre Gelineau vive in benedizione nelle loro opere, nella genialità del loro servizio, nella sincerità dei loro scritti e nell’armonia di numerose produzioni musicali per la liturgia.
  • Indici.L’elenco degli autori che hanno dato la loro fattiva opera al discorso liturgico è eloquente e insieme emblematico. Eloquente per l’impegno profuso da tante persone; emblematico per l’ampiezza di orizzonte che «Rivista Liturgica» tiene presente nel cooptare collaboratori da più parti, pur nella dialettica delle prospettive; ma è da questa dialettica, oggettivamente declinata con profondità scientifica, che la scienza va avanti, e con la scienza liturgica viene animata la vita della Chiesa. L’indice generale dell’annata 2008 presenta tutti i termini di questo orizzonte che affidiamo alla storia, ma prima ancora all’attenzione di chi intende documentarsi per un corretto servizio alla e per la liturgia.
Un altro anno si chiude; un anno editoriale che ha visto lo sviluppo di temi talvolta cruciali, e comunque studiati sempre per rispondere all’attualità di urgenze che toccano il tessuto ecclesiale. Con lo stesso impegno ci predisponiamo a inaugurare e a vivere il 2009: 96o anno di edizione della «Rivista Liturgica».
A tutti coloro che ci hanno accompagnati e sorretti con il loro fattivo contributo – a cominciare dalle Edizioni Messaggero Padova, dall’Abbazia di «S. Giustina» (Pd) e dall’Abbazia di Finalpia (Sv), che garantiscono il prosieguo del servizio, e dai membri del Consiglio di redazione – diciamo il nostro «grazie». A coloro che ci rinnovano la loro fedeltà come abbonati e soprattutto come attenti lettori diciamo: «Continuiamo a camminare insieme», pur nella dialettica delle opinioni, soprattutto quando questa non appare così trasparente e lucida come da tempo siamo stati abituati a constatare. Lasciamo alla storia il giudizio dal momento che il tempo è galantuomo!


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