1. Prologo: la riforma liturgica, opera corale
Scrivere di padre Cipriano Vagaggini nel centenario della nascita e nel decimo anniversario del suo passaggio alla vita eterna non è cosa semplice, per di più se l’oggetto dello studio è il suo contributo alla riforma liturgica conciliare, sia in ordine agli altiora principia, contenuti nella Costituzione liturgica, sia in ordine alla loro traduzione pratica nella riforma, avviata da papa Paolo VI subito dopo la promulgazione di Sacrosanctum concilium (= SC). La riforma seguita all’evento conciliare non può infatti essere considerata opera di un gruppo ristretto di esperti che ha operato a tavolino, per cui si possa facilmente risalire con precisione al contributo dell’uno o dell’altro. Essa, nell’intento di Paolo VI e nel suo svolgimento, è stata opera corale, che ha visto in ideale comunione di intenti il papa, i numerosi cardinali e vescovi coinvolti, l’ancor maggior numero di consultori ed esperti[1]. Così si esprimeva Paolo VI nel discorso per la chiusura del secondo periodo del concilio (4 dicembre 1963):
«Perché ciò avvenga facilmente, non vogliamo che nessuno vada contro le regole delle preghiere pubbliche della Chiesa, introducendo modifiche private o riti personali; non vogliamo che nessuno si arroghi il potere di applicare a suo arbitrio la Costituzione sulla sacra liturgia che oggi promulghiamo, prima che in merito siano divulgate norme opportune e fisse e siano legittimamente approvati i mutamenti che avranno predisposto le Commissioni da istituire appositamente dopo il concilio. Questa nobile preghiera della Chiesa risuoni con voce concorde in tutto il mondo: nessuno la turbi, nessuno la violi»[2].
Il merito di Paolo VI fu proprio quello di aver condotto con saggezza e prudenza tutta la fase di attuazione evitando, per quanto fu possibile, tensioni e contrapposizioni. Un merito che gli ha ampiamente riconosciuto Benedetto XVI, ricordandone il trentesimo anniversario della morte:
«Man mano che il nostro sguardo sul passato si fa più largo e consapevole, appare sempre più grande, direi quasi sovrumano, il merito di Paolo VI nel presiedere l’assise conciliare, nel condurla felicemente a termine e nel governare la movimentata fase del post-concilio. Potremmo veramente dire, con l’apostolo Paolo, che la grazia di Dio in lui “non è stata vana”: ha valorizzato le sue spiccate doti di intelligenza e il suo amore appassionato alla Chiesa e all’uomo. Mentre rendiamo grazie a Dio per il dono di questo grande papa, ci impegniamo a fare tesoro dei suoi insegnamenti»[3].
Questo impegno «quasi sovrumano» di Paolo VI ha trovato leale e operosa collaborazione nel Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia. Esso, come dichiarava lo stesso pontefice, fu composto da «uomini autorevolissimi ed espertissimi, sapientemente compaginati fra loro, provenienti da varie parti del mondo e portanti i frutti dei loro studi e della loro pietà»[4]. Frutti che lo stesso papa presagiva felici e copiosi:
«La Chiesa, che dopo il concilio guarda all’attività che deve compierne l’opera e metterne in esecuzione i decreti, può essere lieta di cotesta pia e nobile fatica, sia quanto allo spirito di fedeltà alle prescrizioni conciliari, che tutta la informa e la muove, sia quanto alla mole del lavoro in via di esecuzione, e sia anche quanto alla celerità, con cui il lavoro è compiuto, per quanto la sua natura delicata e complessa e l’esigenza di perfezione, con cui dev’essere condotto a buon termine, lo consentono»[5].
Proprio per questo il papa manifestava loro piena fiducia:
«Continuate laboriosi e fidenti, diciamo; e vi assista il sapere che la nostra fiducia e la nostra benevolenza vi è assicurata»[6].
2. Il contributo di Cipriano Vagaggini
Analizzare con soddisfacente completezza l’apporto di C. Vagaggini come perito al concilio e al Consilium ad exsequendam necessiterebbe di una pubblicazione a se stante. In questa sede cercheremo di offrire un iniziale approccio al tema, ma al tempo stesso sufficientemente rivelatore del contributo del nostro autore.
Prima di tutto notiamo che il nome di Vagaggini compare tra i membri della Commissione liturgica per la preparazione del concilio (1959-1962), tra i periti per la liturgia al concilio stesso (1962-1965) e tra quelli chiamati a dare attuazione alla riforma liturgica (1963-1967)[7].
2.1. La fase preparatoria
La Commissione liturgica preparatoria venne costituita nel giugno 1960, presieduta dal card. Gaetano Cicognani. Nominato il segretario, nella persona del padre Annibale Bugnini, venne subito avviato il lavoro, che vide all’opera 65 membri e consultori, che si suddivisero in 13 sottocommissioni. Padre Vagaggini fu segretario della prima sottocommissione: De mysterio sacrae liturgiae eiusque relatione ad vitam Ecclesiae e consultore della quinta: De sacramentis et sacramentalibus e della decima: De linguae aptatione ad traditionem et ingenium populorum.
Non c’è bisogno di sottolineare il fatto che la prima sottocommissione fu sicuramente la più importante. Venne costituita con il compito di introdurre tutto il futuro documento sulla liturgia con un capitolo di carattere teologico-ascetico sul mistero della liturgia nella vita della Chiesa. Il lavoro della sottocommissione sfociò nel primo capitolo dello schema di Costituzione. Non abbiamo documenti certi per individuare lo specifico apporto di Vagaggini, procediamo quindi a un saggio di confronto tra il pensiero del nostro autore, espresso soprattutto nella sua opera Il senso teologico della liturgia[8], e alcune tematiche presenti nel primo capitolo della Costituzione liturgica.
2.1.1. Liturgia e «storia sacra»
Possiamo constatare con immediata evidenza che l’approccio conciliare alla liturgia si discosta dal tradizionale metodo dei manuali preconciliari che, dalla generale riflessione sulla natura del culto e sulle sue forme di attuazione, giungevano a definire la liturgia come il culto pubblico e ufficiale che la Chiesa rende a Dio[9]. SC 5-7 pone invece come punto di partenza della riflessione teologica sulla liturgia la volontà salvifica universale di Dio, che trova attuazione nella storia dell’uomo e compimento negli eventi pasquali di Cristo morto e risorto, dai quali è scaturito il mirabile sacramento della Chiesa. Notiamo immediatamente come il ricentramento cristologico della liturgia avviene a partire dalla categoria teologica di «storia della salvezza»[10]. A questo punto non sfuggirà, nemmeno al lettore più distratto, che il primo capitolo del volume di Vagaggini inserisce e avvia la riflessione sulla liturgia a partire da quello che egli chiama il «mondo della rivelazione»:
«La liturgia, infatti, non è altro che una certa fase e un certo modo in cui si attua tra noi il senso della rivelazione. Per questo è indispensabile considerare sempre la liturgia sullo sfondo generale della storia sacra perché la storia sacra è appunto la visuale generale propria in cui la rivelazione considera ogni cosa»[11].
Fuori da questa storia, la liturgia è incomprensibile. Vagaggini individua alcune tappe di questa storia, che rimane comunque unitaria, per cui le singole fasi sono tra loro intrinsecamente connesse: le antecedenti preparano le susseguenti. Al centro abbiamo il mistero di Cristo, la cui apparizione sulla terra segna l’inizio degli ultimi tempi:
«Capire che tutta la storia sacra è mistero di Cristo, che in essa prima di lui tutto tende a lui, e dopo di lui tutto deriva da lui; capire che dopo la sua venuta non c’è da aspettare niente di radicalmente nuovo, ma c’è solo da riprodurre nelle creature fino alla fine dei tempi, il suo mistero, far sì che esse vi partecipino e si dissetino alla sua pienezza, è capitale per entrare nel mondo della liturgia. La liturgia, infatti, non è altro che un certo modo per cui Cristo, nel presente tempo intermedio che corre dalla pentecoste alla parusia, in questo tempo escatologico già in atto, comunica la pienezza della sua vita divina alle singole anime, riproduce in esse il suo mistero, le attrae nel suo mistero»[12].
Il tempo intermedio dalla pentecoste alla parusia è poi il tempo della Chiesa, in essa
«Cristo, mandando visibilmente gli apostoli e i loro successori nella gerarchia, muniti di specifici poteri di santificazione, di magistero e di governo, e mandando nello stesso tempo invisibilmente lo Spirito Santo… realizza il suo mistero nelle anime e adempie così il senso della storia[13]. La Chiesa è appunto quel quadro di vita umano e divino, visibile e invisibile, spirituale e pur socialmente strutturato, voluto da Cristo e da lui sempre sostenuto e vivificato, per mezzo dello Spirito che gli comunica»[14].
Da qui la sua definizione di liturgia, che attinge dalla Mediator Dei di Pio XII[15] e che ritroviamo in SC 7:
«La liturgia è il complesso dei segni sensibili e di cose sacre, spirituali, invisibili, istituiti da Cristo o dalla Chiesa, efficaci, ognuno a suo modo, di quello che significano [per signa sensibilia significatur et modo singulis proprio efficitur sanctificatio hominis] e per i quali Dio (il Padre per appropriazione), per mezzo di Cristo capo, e nella presenza dello Spirito Santo, santifica la Chiesa, e la Chiesa nella presenza dello Spirito Santo, unendosi a Cristo suo capo e sacerdote [omnis liturgica celebratio, utpote opus Christi sacerdotis, eiusque corporis quod est Ecclesia], per mezzo di lui rende come corpo il suo culto a Dio (al Padre per appropriazione) [et a mystico Iesu Christi corpore, capite nempe eiusque membris, integre cultus publicus exercetur]»[16].
2.1.2. Liturgia disciplina teologica
L’eco della teologia liturgica di Vagaggini risuona anche nelle indicazioni sul valore e sul ruolo della liturgia come disciplina teologica. SC 16 afferma che la liturgia deve essere computata tra le discipline necessarie e più importanti e nelle facoltà teologiche tra le materie principali[17]. Questa indicazione deriva dal fatto che, come scrive Vagaggini, la liturgia è disciplina teologica e «quest’aspetto teologico costituisce la parte essenziale e di gran lunga prevalente della liturgia»[18]. Da qui la tesi
«della necessaria prevalenza del punto di vista teologico come punto di vista determinante, sintetizzante e coordinativo anche per l’insegnamento della liturgia che voglia essere un’iniziazione integrale a questa materia nei suoi diversi aspetti»[19].
Il citato articolo della Costituzione liturgica, oltre all’aspetto teologico aggiunge quelli storico, spirituale, pastorale e giuridico. Questi aspetti sono richiamati anche dal Vagaggini. Per il nostro autore il punto di vista storico è la base e il presupposto dell’elaborazione del pensiero liturgico, l’aspetto ascetico richiama il valore di vita spirituale della liturgia, l’aspetto giuridico è sussidiario allo studio del pensiero liturgico teologico e quindi dei problemi pastorali che solleva la liturgia. Egli si dilunga poi sull’aspetto pastorale, che vede strettamente correlato all’oggetto stesso della scienza liturgica:
«La scienza liturgica ha per oggetto un’azione, la liturgia essendo un’azione; ora la scienza di un’azione comporta necessariamente lo studio, almeno teorico, del modo in cui realizzarla all’atto pratico»[20].
Se poi ricordiamo che Vagaggini fu anche consultore della Congregazione per l’educazione cattolica fino al 1979, non possiamo non notare la ripresa di questo tema nell’Istruzione In ecclesiasticam futurorum[21] sulla formazione liturgica nei seminari. È significativo notare infatti come il documento abbini sempre lo «studio» della liturgia alla «prassi» liturgica della comunità del seminario. Possiamo dire che istituisce un nesso profondo tra la liturgia in quanto scienza e la liturgia intesa come esperienza celebrativa. Nella vita del seminario e nella redazione degli ordinamenti che la regolano, vanno curati a un tempo lo studio della liturgia e l’impostazione della vita liturgica della comunità (n. 6).
Si comprende bene come il documento abbia un orizzonte di comprensione della liturgia che la colloca nella sfera dell’azione. È la prospettiva della Costituzione liturgica conciliare che associa, senza confonderle, liturgia e vita. Lo studio della presenza dei misteri della salvezza nell’azione rituale della Chiesa non può essere dissociato dal viverne la concreta esperienza nella vita liturgica della comunità del seminario[22].
2.1.3. «Actuosa participatio» e lingua latina
L’attenzione alla dimensione pastorale della liturgia è fortemente presente nella Costituzione liturgica conciliare, che la declina attorno alla fondamentale questione della partecipazione plena, conscia e actuosa dei fedeli alle celebrazioni liturgiche (SC 14). Tale desiderio della Chiesa (valde cupit Mater Ecclesia) ha trovato poi eco in due questioni fondamentali: la lingua liturgica e l’adattamento all’indole e all’ingegno dei diversi popoli.
Come abbiamo indicato sopra, Vagaggini fu presente come consultore anche nella Sottocommissione decima che si occupò di queste questioni. Ci limitiamo alle considerazioni del nostro autore sul problema della lingua da utilizzare nelle celebrazioni liturgiche. Notiamo in lui un grande equilibrio, lontano da ogni estremismo. Dopo una sintetica esposizione dell’evoluzione storica della questione, egli osserva:
«Sebbene la Santa Sede inculchi continuamente, in linea di massima, il principio del latino come lingua liturgica, è tuttavia molto lontana da quella rigidità che alcuni estremisti fautori di tesi opposte le attribuiscono. Non sembra azzardato concludere che ci s’incammina, lentamente e prudentemente sì, come è giustamente della Santa Sede in simili materie, ma sicuramente, non già a un’estromissione del latino, come alcuni inavvedutamente sembrano temere… ma a una più larga immissione del volgare limitato a quelle celebrazioni liturgiche alle quali il popolo deve prendere una parte che tutti desiderano attiva e sentita»[23].
Vagaggini ha anche ben presenti le motivazioni che alcuni suoi contemporanei portavano per negare la possibilità dell’uso della lingua volgare. Una di queste era che il latino avrebbe preservato il carattere sacro e il senso del mistero. Ad essi Vagaggini risponde sapientemente:
«In regime cristiano, il carattere sacro, venerando e misterioso, di cui deve essere penetrato il fedele che partecipa alla liturgia, ha fondamenti ben più solidi e profondi della misteriosità a fior di pelle proveniente dall’antichità e dall’incomprensione della lingua, perché proviene dallo stesso mistero di Cristo sempre in atto che si compie sotto il velo dei segni sensibili ed efficaci della santificazione e del culto della Chiesa… L’essenziale è che il fedele sia messo in contatto e introdotto in questo mistero e in questa sacralità che non scompaiono, ma anzi sono maggiormente accentuate, dinanzi a chi, comprendendo la lingua liturgica, intuisce più facilmente la realtà spirituale di cui è portatrice. Altrimenti, bisognerebbe dire che il carattere sacro, venerando, misterioso della liturgia non esisteva per i primi cristiani e non esiste oggi per il clero che comprende il latino…»[24].
Il nostro autore, infine, con spiccata sensibilità pastorale, è anche consapevole che l’uso della lingua volgare non risolve ogni problema della pastorale liturgica e della partecipazione del popolo alla liturgia. È sempre necessaria la catechesi. Infatti, «passato il primo effetto di novità psicologica, senza un’intensa catechesi ci si ritroverebbe sempre daccapo»[25]. La catechesi rimane dunque il mezzo principale e indispensabile per «elevare il popolo alla liturgia e ottenere da lui quella partecipazione attiva che sia anche sintonia d’animo… La lingua volgare è un mezzo non indifferente che vi può aiutare; ecco tutto»[26].
Alla luce di queste considerazioni possiamo comprendere meglio le indicazioni del concilio che, da un lato, ribadisce l’uso della lingua latina nei riti latini e, dall’altro, concede l’uso del volgare specialmente nelle letture, nelle monizioni, in alcune preghiere e canti (SC 36). In particolare, nelle messe con il popolo, si concede ulteriore spazio alla lingua parlata non solo nelle letture, ma anche nelle parti che spettano al popolo, aprendo infine la possibilità di un uso ancora più ampio, applicando anche alla lingua quanto previsto da SC 40 per un adattamento più radicale della liturgia (profundior liturgiae aptatio)[27].
2.2. Vagaggini e il «Consilium»
Il contributo di Vagaggini non si è limitato alla fase preparatoria del concilio, ma si è prolungato anche a quella di attuazione. Fu membro del Consilium fin dal gennaio 1965, in particolare divenne relatore del gruppo sulla concelebrazione e del coetus XI De lectionibus biblicis in missa[28]. Venne inoltre chiamato tra i cosultori che prepararono l’istruzione Eucharisticum mysterium (25 maggio 1967), che intese calare in campo pratico l’insegnamento teologico dell’enciclica Mysterium fidei (3 settembre 1965).
Sempre nel campo della celebrazione eucaristica Vagaggini elaborò riflessioni e schemi di possibili nuove preghiere eucaristiche da introdurre accanto al Canone Romano. Il suo lavoro, con annessa documentazione, fu poi pubblicato in un volumetto[29]. Infine, si occupò della questione riguardante i ministeri: a lui venne affidato il compito di presentare una panoramica dei problemi annessi.
2.2.1. «De lectionibus biblicis in missa»
Tra i frutti più significativi e pastoralmente più fecondi della riforma liturgica è senz’altro da annoverare il nuovo Ordo lectionum missae, promulgato il 25 maggio 1969. La Costituzione liturgica aveva prescritto di introdurre una lettura più abbondante, più varia e più selezionata della Sacra Scrittura (SC 35), così da offrire ai fedeli una mensa più abbondante della parola di Dio (SC 51).
Come abbiamo sopra segnalato, padre Vagaggini fu chiamato a essere relatore del gruppo di studio undicesimo, al quale venne affidato uno dei compiti più ardui di tutta la riforma: la riorganizzazione delle letture della messa. Il lavoro venne svolto con la collaborazione di biblisti, di storici della liturgia e di esperti di ecumenismo. In forma di liturgia comparata vennero infatti confrontati Lezionari in linea sia diacronica, esaminando i cicli delle letture delle antiche liturgie, sia sincronica, valutando le scelte delle altre Chiese e comunità ecclesiali. Il risultato fu l’odierno Lezionario.
Riteniamo che il contributo del Vagaggini, più che sul versante del ciclo delle letture, vada ricercato nei principi teologici che lo hanno ispirato. Principi esposti nei Praenotanda dell’Ordo lectionum missae[30]. Al primo posto troviamo l’unità dei due Testamenti e della storia della salvezza, incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale[31]. Sappiamo come questo tema sia fortemente presente nell’opera di Vagaggini. Egli infatti afferma:
«La liturgia legge la Scrittura alla luce del principio supremo dell’unità del mistero di Cristo, e dunque dei due Testamenti e di tutta la storia sacra, unità organico-progressiva sotto il primato del Nuovo Testamento sull’Antico e delle realtà escatologiche sulla realtà dell’economia attuale»[32].
Questo climax che, partendo dall’Antico Testamento, giunge alle realtà escatologiche viene chiamato dal Vagaggini «approfondimento». Esso si ottiene mettendo in relazione il testo biblico proclamato nella liturgia con le realtà accadute nella vita storica del Redentore, con le realtà del mistero di Cristo, che si verificano in modo reale e mistico ogni giorno nelle anime, con le realtà future dell’escatologia. La liturgia quindi dà un «prolungamento» di senso al testo biblico[33]. È quello che oggi chiamiamo ermeneutica liturgica della Sacra Scrittura[34].
L’altro grande principio presente è quello della lettura tipologica della Scrittura, che ha guidato la scelta delle pericopi veterotestamentarie nelle domeniche del tempo ordinario, individuate in riferimento alle rispettive pericopi del Vangelo[35]. Vagaggini ha pagine interessanti sulla tipologia[36], che presenta come la lettura specificamente cristiana della Scrittura. La tipologia costituisce anche il modo «liturgico» per eccellenza di leggere la Bibbia, è infatti «il modo in cui fu letta da Cristo, dagli apostoli, dalla primeva catechesi cristiana, dai Padri della Chiesa»[37].
2.2.2. «De concelebratione»
Vagaggini si occupò anche di questioni decisive riguardanti la celebrazione dell’eucaristia. Pensiamo al suo contributo alla redazione dell’Eucharisticum mysterium e alla questione della preghiera eucaristica con la revisione del Canone Romano e l’introduzione di nuove anafore. Qui ora prendiamo in considerazione un aspetto particolare[38], quello della concelebrazione. Il nostro autore infatti fu relatore anche del coetus XVI De concelebratione et de communione sub utraque specie, incaricato di attuare il mandato di SC 58 e 55. Il rito della concelebrazione fu il primo rito completamente nuovo della riforma liturgica, pubblicato il 7 marzo 1965[39].
Ne Il senso teologico della liturgia è presente solo un breve cenno alla questione della concelebrazione, che comunque Vagaggini ritiene sia da contemplarsi tra gli aspetti da tenere presente in un’eventuale riforma liturgica in quanto connessa con la rivalorizzazione dell’aspetto comunitario e gerarchico della messa[40]. Egli riprende però il tema in un articolo, apparso subito dopo la pubblicazione del Decreto Ecclesiae semper [41]. Nelle sue considerazioni, non prive di qualche annotazione critica[42], egli richiama il valore liturgico, teologico e spirituale di questa speciale forma di celebrazione, che individua soprattutto nel fatto che la concelebrazione è espressione eloquente dell’unità del sacrificio del Nuovo Testamento, dell’unità del sacerdozio e della natura comunitaria della messa, come azione di una comunità gerarchicamente strutturata[43].
3. Conclusioni
Al termine di questa prima disamina sulla partecipazione di C. Vagaggini ai fermenti che hanno preceduto e seguito il concilio Vaticano II è difficile proporre delle conclusioni definitive, o anche solo tendenzialmente tali. Riteniamo però di aver sufficientemente mostrato come Vagaggini abbia offerto un contributo per certi aspetti determinante all’elaborazione della riflessione conciliare e alla sua pratica attuazione.
Questo è avvenuto sia sul versante del dibattito teologico-pastorale, dove il teologo, in spirito di comunione, esercita la sua libertà di ricerca, sia su quello propriamente istituzionale, dove si rendono necessarie doti di equilibrio e prudenza, ma anche di coraggio e fiducia nell’azione dello Spirito. Riteniamo che queste doti non mancarono a Vagaggini, che siamo invitati a riscoprire e ad annoverare tra i padri nobili del rinnovamento liturgico.
[1] Per conoscere il metodo di lavoro e la vastità del coinvolgimento attuato, oltre alla nota opera di A. Bugnini , La riforma liturgica (1948-1975), CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1997 2, cf. P. Marini (ed.), Elenco degli «schemata» del «Consilium» e della Congregazione per il culto divino (marzo 1964 - luglio 1974), in «Notitiae» 18 (1982) 455-772. L’opera certosina di catalogazione di P. Marini può offrire una visione della mole di lavoro nel suo complesso e nel suo sviluppo cronologico, ma anche la possibilità di seguire la successione progressiva verificatasi nella preparazione dei nuovi libri liturgici e nei documenti della riforma. Gli schemata infatti sono una testimonianza concreta della vitalità e del funzionamento del Consilium e della Congregazione per il culto divino, che hanno attuato la riforma.
[2] «Quod ut feliciter contingat, nolumus ullus regulae pubblicarum Ecclesiae precum refragetur, immutationes privatas vel ritus singulares inducendo; nolumus ullus sibi sumat potestatem Consitutionem de sacra liturgia, quam hodie promulgamus, suo arbitrio usurpandi, antequam normae opportunae et certae hac de re edantur, atque immutationes legittime approbentur, quas Consilia ad hoc instituenda post concilium apparaverint. Haec igitur praeclara Ecclesiae praecatio concordi modulatione per totum resonet orbem terrarum: nemo eam perturbet, nemo violet». Paulus PP. VI, Allocutio secunda Ss. Concilii periodo exacta, in Concilio Vaticano II. Costituzioni, decreti, dichiarazioni. Testo ufficiale e traduzione italiana, LEV, Città del Vaticano 1998, pp. 1196-1197.
[3] Benedetto XVI, Angelus, Bressanone 3 agosto 2008 (cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2008/documents/hf_ben-xvi_ang_20080803_it.html [5.5.2009]).
[4] «Ecce revera collegium amplissimum, constans e viris gravissimis et peritissimis, qui inter se sapienter coniuncti et e variis orbis terrarum partibus oriundi, fructus proferunt studiorum et pietatis suae, ut una simul opus summi momenti perficiant, id est ut textus liturgicos Ecclesiae recognoscant, novo ordine constituant normas formasque, quibus eadem Ecclesia germani cultus divini sancta mysteria celebret, populum fidelem instituat ad iis participandum, ad preces publicas et communitatis proprias fundendas, ad vitam ducendam spiritualem, eamque impensiorem reddat et virtute sanctificatrice uberius alitam». Allocutio Summi Pontificis Pauli PP. VI ad «Consilum» (13 ottobre 1966), in «Notitiae» 2 (1966) 297-311 anche in http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/speeches/1966/documents/hf_p-vi_spe_19661013_sacra-liturgia_it.html (5.5.2009).
[5] «Gaudeamus etiam de accurato et recte disposto labore in quo Consilium versatur eo cum studio se devovendi, quod aliis in exemplum praelucet, et iis cum effectibus, qui iam sunt felices et copiosi et quos tales futuros esse licet presagire. Ecclesia, quae post celebratum Concilium ad opus attendit, quo huius incepta compleantur ac decreta ad usum deducantur, laetatur de hoc pio ac nobili labore, quatenus pertinet sive ad fidelitatem erga praescripta Concilii, qua totus conformatur ac ducitur, sive ad magnitudinem negotiorum, quae expediuntur, sive ad celeritatem, qua opus fit, quantum eius ratio difficilis et multiplex atque necessitas perfectionis, qua res oportet absolvantur, id sinit». Ibid., p. 301.
[6] «Quemadmodum diximus, pergite naviter atque fidenter; et adiuvet vos persuasio vobis non deesse, immo certam esse fiduciam et benevolentiam Nostram». Ibid., p. 303.
[7] Non dimentichiamo, inoltre, che dal 1969 al 1980 fu membro della Commissione teologica internazionale e che per il quinquennio 1974-1979 fu consultore della Congregazione per l’educazione cattolica e i seminari. Cf. Bugnini, La riforma liturgica, cit.; A. Bugnini, Lettera all’editore, in G.J. Békés - G. Farnedi (edd.), Lex orandi lex credenti. Miscellanea in onore di P. Cipriano Vagaggini, Editrice Anselmiana, Roma 1980, pp. 11-15.
[8] C. Vagaggini, Il senso teologico della liturgia. Saggio di liturgia teologica generale, Paoline, Roma 1958 2 (= STL).
[9] Cf. alcune definizioni: «La liturgie, dans son acception actuelle qui n’est pas fort ancienne, peut se définir le culte pubblic et officiel que l’Église chrétienne rend à Dieu»: F. Cabrol, Liturgie, in Dictionnaire de théologie catholique, vol. IX/I, Letouzey et Ané, Paris 1926, p. 787; «La liturgie est le culte extérieur que l’Église rend à Dieu»: M. Festugiere, Qu’est-ce que la liturgie? Sa définition, se fins, sa mission. Un chapitre de théologie et de sociologie surnaturelle, Abbaye de Maredsous, Paris 1914, p. 28; «Quia omnes functiones sacri ministerii nomine cultus divini comprehendi possunt, liturgia definiri potest “cultus publicus ab Ecclesia praestitus”... Brevissime definitio est: cultus publicus familiae Dei»: M. Gatterer, Annus liturgicus cum introductione in disciplinam liturgicam, Felizian Rauch, Oeniponte 1935 5, pp. 4-5.
[10] Cf. G. Pasquale, La teologia della storia della salvezza nel secolo XX, EDB, Bologna 2002.
[11] STL, p. 17. cf. anche la relazione C. Vagaggini, De loco et momento historiae salutis in methodo theologica integra delineata a Concilio Vaticano II, in A. Schönmetzer (ed.), Acta Congressus internationalis de theologia Concilii Vaticani II, Typis polyglottis vaticanis 1968, pp. 499-504.
[13] Cf. le assonanze con SC 6: «Ideoque, sicut Christus missus est a Patre, ita et ipse apostolos, repletos Spiritu Sancto, misit, non solum ut, praedicantes Evangelium omni creaturae, annuntiarent Filium Dei morte sua et resurrectione nos a potestate satanae et a morte liberasse et in regnum Patris transtulisse, sed etiam ut, quod annuntiabant, opus salutis per sacrificium et sacramenta, circa quae tota vita liturgica vertit, exercerent».
[14] STL, pp. 27-28. Non sfugge un certo parallelismo con SC 2, dove viene detto a proposito della natura della Chiesa: «… cuius proprium est esse humanam simul ac divinam, visibilem invisibilibus praeditam, actione ferventem et contemplationi vacantem…».
[15] Pio XII, Lettera enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947), in Enchiridion delle encicliche 6. Pio XII (1939-1958), Edizioni bilingue, EDB, Bologna 1995 (2003 2), nn. 430-632.
[16] STL, p. 33. Nel testo, tra [ ], inseriamo in corsivo le corrispondenti espressioni di SC 7. Cf. anche C. Vagaggini, Commento al proemio e agli articoli 5-13 della Costituzione del Vaticano II sulla liturgia, in F. Antonelli - R. Falsini (edd.), Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, OR-Vita e Pensiero, Milano 1964, pp. 143-160.
[17] La liturgia, secondo le indicazioni della Costituzione apostolica allora in vigore, la Deus scientiarum Dominus (Pio XI, 24 maggio 1931), e dei successivi documenti applicativi, era materia secondaria e in posizione ancillare rispetto agli altri trattati.
[18] STL, p. 499. Cf. anche il successivo articolo C. Vagaggini, Liturgia e nuova strutturazione degli studi teologici, in «Rivista di pastorale liturgica» 6 (1970) 540-543.
[20] In questo contesto Vagaggini esemplifica questa correlazione tra teologia e pastorale: «Scoperto il carattere comunitario della messa, ne deriva spontaneamente una serie di questioni come ricondurre la massa dei fedeli a viver nuovamente la messa come atto comunitario. E in genere, scoperta la vera natura e la ricchezza della liturgia e constatata la separazione tra popolo e liturgia, si pone necessariamente la questione come ricondurre il popolo alla liturgia e la liturgia al popolo». STL, p. 500.
[21] Cf. Sacra Congregazione per l’educazione cattolica, Istruzione In ecclesiasticam futurorum (3 giugno 1979), in Centro di azione liturgica (ed.), Enchiridion liturgico, Piemme, Casale M. 1989, pp. 57-91.
[22] Cf. a questo proposito tutta la quinta parte di STL dedicata a «liturgia e vita» (pp. 505-726). Prima dell’Istruzione egli si occupò del tema in diverse occasioni: C. Vagaggini, L’eucaristia come centro della vita liturgica e l’insegnamento della teologia, in «Seminarium» 19 (1968) 49-67; Id., Formazione sacerdotale e formazione alla preghiera, in «Seminarium» 10 (1969) 25-58.
[23] STL, p. 716. Vagaggini aveva interpretato bene la linea di tendenza della Santa Sede su questo tema. Dal 1947, infatti, la Congregazione dei riti aveva dato avvio a una serie di concessioni sull’uso della lingua volgare. Particolarmente emblematica la concessione del Messale in lingua cinese del 14 aprile 1949, che prevedeva l’uso del cinese mandarino «a principio missae usque ad initium canonis et a postcommunione usque in finem missae; dum Canon manet in lingua latina, tamen partes quae alta voce recitantur (Pater noster, Pax Domini et Agnus Dei) iterum sunt in lingua sinensi». Cf. C. Braga - A. Bugnini, Documenta ad instaurationem liturgicam spectantia (1903-1963), CLV-Ed. Liturgiche, Roma 2000, p. 663.
[24] STL, p. 713, nota 104.
[27] Cf. SC 54: «Sicubi tamen amplior usus linguae vernaculae in missa opportunus esse videatur, servetur praescriptum art. 40 huius Constitutionis». Sulla necessità della catechesi liturgica cf. SC 35 e 48.
[28] Il gruppo aveva inizialmente come relatore G. Diekmann, che però nel giugno del 1965 chiese di essere sostituito a causa dei suoi impegni in patria (USA) e della difficoltà ad assicurare un’assidua presenza a un lavoro di équipe. A Diekmann subentrò, dunque, Vagaggini.
[29] C. Vagaggini, Il Canone della messa e la riforma liturgica, LDC, Torino - Leumann 1966.
[30] Come sappiamo, questi Praenotanda hanno conosciuto una seconda edizione, più ricca e meglio articolata, nel 1981 (cf. M. Sodi [a cura], Ordinamento generale del Lezionario Romano. Annunciare, celebrare e vivere la parola di Dio, EMP, Padova 2007). Qui invece citiamo dalla prima edizione: Ordo lectionum missae (= OLM), Praenotanda, in Enchiridion Vaticanum 3 (EDB, Bologna 1982 12), pp. 690-735.
[31] OLM 3a: «Quaelibet missa tres exhibet lectiones: primam ex Antiquo Testamento, alteram ex Apostolo (…), tertiam ex Evangelio. Hac ratione optime illustratur unitas utriusque Testamenti et historia salutis, cuius centrum est Christus in suo paschali mysterio recolendus: quod unum e praecipuis obiectis catecheseos esse debet».
[33] Cf. STL, pp. 354-363.
[34] Cf. A. Lameri, L’anno liturgico come itinerario biblico, Querianiana, Brescia 1998, pp. 31-44.
[35] OLM 3c: «Optima compositio harmonica inter lectiones Veteris et Novi Testamenti tunc habetur, quando eadem ab ipsa Scriptura innuitur, quatenus scilicet doctrina et facta quae exponuntur in textibus Novi Testamenti relationem plus minusve explicitam habent ad doctrinam et facta Veteris Testamenti. In praesenti Ordine lectionum, textus Veteris Testamenti seliguntur imprimis ob eorum respondentiam ad textus Novi Testamenti, praesertim vero Evangelium, qui in eadem missa leguntur». (cf. anche OLM 17,2).
[36] Cf. STL, pp. 363-367.
[38] Per le questioni inerenti al Canone Romano cf. in questo stesso fascicolo il contributo di G. Di Napoli, Dall’ipotesi di revisione del Canone Romano all’elaborazione di nuove preghiere eucaristiche: l’apporto determinante di Cipriano Vagaggini, alle pp. 385-396.
[39] Sacra Congregatio rituum, Decretum generale Ecclesiae semper quo ritus concelebrationis et communionis sub utraque specie promulgantur (7 marzo 1965), in Enchiridion Vaticanum 2 (EDB, Bologna 1981 12), pp. 396-403.
[40] «Un altro problema oggi discusso è quello della concelebrazione da ristabilire o meno, almeno come facoltativa, specialmente il giovedì santo e in alcune circostanze speciali come nei monasteri, nei convegni e nei corsi di esercizi spirituali dove sono molti sacerdoti» (STL, p. 712).
[41] C. Vagaggini, Il valore teologico e spirituale della messa concelebrata, in «Rivista Liturgica» 52 (1965) 189-218.
[42] «E quanta meraviglia desta – è pur necessario confessarlo! – che il Decreto Ecclesiae semper, che pur vuole illustrare i motivi teologici e spirituali della concelebrazione, non faccia parola del presbyterium e dell’unità che lega i suoi membri attorno al vescovo: tutte realtà così profondamente espresse e nutrite appunto nella concelebrazione, e così rispondenti alle visuali del Concilio Vaticano II» ( Ibid., p. 200).
[43] Cf. Ibid., pp. 196-197.
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