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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


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EDITORIALE
RL

Il fascicolo è dedicato al rito ambrosiano, cioè alla tradizione liturgica che innerva il culto e l’azione pastorale della Chiesa di Milano, segnando, al contempo, la sua piena appartenenza alla Chiesa cattolica e la sua caratteristica modalità di esserlo.
L’aggettivo «ambrosiano» riporta a sant’Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 al 397. Con riferimento ai riti di iniziazione praticati dalla sua Chiesa, una catechesi mistagogica della settimana in Albis – giuntaci sotto il suo nome, ma da alcuni attribuita ad altro vescovo seguace di analoghe consuetudini rituali – affermava:

«Desidero seguire in tutto la Chiesa romana, ma tuttavia anche noi abbiamo, come gli altri uomini, il nostro modo di pensare; quindi, ciò che altrove si osserva con fondate ragioni, anche noi lo conserviamo con fondate ragioni – In omnibus cupio sequi ecclesiam Romanam, sed tamen et nos hominis sensum habemus; ideo quod alibi rectius servantur, et nos rectius custodimus» (De Sacramentis III, 5).

Così dicendo, il catecheta-omileta, mentre manifestava il suo profondo attaccamento alla Chiesa romana, dichiarava plausibile, anzi ragionevole, che la Chiesa da lui presieduta seguisse consuetudini rituali proprie (nel caso specifico, la lavanda dei piedi postbattesimale). Più in generale, dalle sue parole si evidenzia un’ecclesiologia di comunione tra le Chiese, la quale, radicata nella professione dell’unica fede, ammette e anzi favorisce la diversità delle espressioni canoniche e liturgiche, apportatrici di sensibilità spirituali, teologiche ed ecclesiologiche complementari.
A distanza di tanti secoli, il rito ambrosiano continua ad appellare al suo santo patrono, sia perché ritrova nei suoi scritti le premesse feconde per quelli che sono stati i suoi futuri sviluppi fino a oggi, sia perché nella visione ecclesiologica che ha animato il suo episcopato, ritrova l’intima ragione della sua permanente vitalità.

1. Nell’ambito della Chiesa «latina» di Occidente

Per familiarizzare con il rito ambrosiano secondo una corretta metodologia, dobbiamo metterci nell’ottica di una delle Chiese latine d’Occidente. Ciò significa che la lingua di espressione e il quadro ecclesiologico di riferimento sono rimasti in un dialogo diretto e costante con la consuetudine romana, mentre si andava sviluppando una peculiare elaborazione di riti, testi, tempi e feste in ragione di altre significative interazioni ecclesiali (con l’Oriente cristiano, con la tradizione gallicana, ecc.) e di specifiche emergenze teologiche, liturgiche e pastorali.
A varie riprese nel corso dei secoli si è provato a rimettere in discussione l’autonomia rituale ambrosiana – sia di fatto che di diritto – ma sempre la consuetudine milanese ne è uscita confermata, riconosciuta nella sua legittimità e, alla fine, rafforzata.
È importante e illuminante il confronto con quanto ha scritto Achille M. Triacca – riprendendo anche il pensiero di Cesare Alzati – nella voce «Liturgia ambrosiana» del rispettivo Dizionario di liturgia ambrosiana (a cura di M. Navoni, Ned, Milano 1996, p. 281):

«La sopravvivenza della liturgia ambrosiana, sia pure attraverso diverse redazioni e peripezie, costituisce […] un fatto decisamente unico nell’Occidente cristiano, a cui si può affiancare la sporadica presenza della liturgia mozarabica. Se poi si considera l’avvicendarsi delle condizioni socio-politiche che hanno interessato l’area della diffusione della liturgia ambrosiana attraverso i millesettecento anni della sua esistenza, allora si può condividere quanto ha scritto Cesare Alzati: “I secoli sono davvero tanti: abbiamo avuto Goti, Bizantini, Longobardi, Franchi, l’impero medievale e poi, in età moderna, l’avvicendarsi delle dominazioni straniere: Francesi, Spagnoli, gli Asburgo di Austria, la rivoluzione e Napoleone, di nuovo gli Asburgo e quindi lo Stato piemontese; le istituzioni civili sono state macinate dal tempo, le stesse istituzioni ecclesiastiche si sono notevolmente trasformate: ma la liturgia, essa sola, si è conservata ed è rimasta. Un fenomeno che non può non far riflettere”. E, a ben riflettere, ci si accorge che la liturgia ambrosiana sopravvive in forza della sua stessa vitalità, per cui si adatta al genio dei popoli che la celebrano, a sua volta assorbendo da questi quanto è assumibile […]. I fenomeni delle riforme e delle revisioni a cui la liturgia ambrosiana è stata sottoposta, nonché i tentativi di sopraffazione che ha subito non passivamente ma in modo attivo, sono altrettante testimonianze della sua intima consistenza e forza».

2. Un mandato ecclesiale: conservare e incrementare, custodire e rinnovare

A riprova delle parole appena citate sta la complessa e affascinante vicenda conciliare e postconciliare del rito ambrosiano; vicenda tuttora in atto, come attesta la recente promulgazione del Lezionario ambrosiano per i tempi liturgici.
Al concilio Vaticano II, la Chiesa milanese – che ha visto confermato il rito ambrosiano come «rito legittimo», con gli stessi diritti e lo stesso onore degli altri riti – ha ricevuto il duplice mandato di «conservare» e «incrementare», «custodire» e «rinnovare», attraverso una riforma generale, il proprio peculiare patrimonio liturgico.
Dopo qualche iniziale incertezza, dovuta alla complessità del compito da realizzare e ai dubbi avanzati da una parte significativa dello stesso clero ambrosiano, il mandato conciliare fu tradotto così dall’allora arcivescovo di Milano, il card. Giovanni Colombo:

«Il rito ambrosiano è una ricchezza della nostra tradizione, che a nessun costo vorremmo perdere: tuttavia la sua conservazione esige una vivacità intelligente. A questo proposito esprimo il mio pensiero con due norme: 1. Nessuna inutile differenza in rapporto al rito romano nel lezionario, nel dialogo liturgico, nei riti e nei canti, se non è rigorosamente richiesta dalla natura del rito ambrosiano; 2. Custodire e vivificare con amorosa e gelosa consapevolezza tutti i genuini valori liturgici del nostro rito, perché così vuole lo spirito del concilio; perché il rito ambrosiano appartiene al patrimonio prezioso della Chiesa e può esserle ancora un giorno molto utile, come lo è già stato recentemente per le luminose ispirazioni (e non solo ispirazioni) derivate dal nostro rito al rinnovamento liturgico» (in «Rivista Diocesana Milanese» 56 [1967] 310-311).

Era l’avvio di un cammino che, se nel suo procedere – come è avvenuto per il Lezionario ambrosiano – avrebbe anche ripensato profondamente alcune delle indicazioni iniziali, ha salvato il rito ambrosiano dal diventare un semplice reperto archeologico consegnandolo vivo alla Chiesa di oggi e di domani.
Ad avvalorare la decisione presa dalla Chiesa ambrosiana vennero le parole illuminate di Paolo VI durante l’udienza ai fedeli della diocesi di Milano in data 14 aprile 1970:

«In quest’epoca di rinnovamento liturgico il rito ambrosiano può e deve continuare. Si segua questa norma: adeguarsi senza uniformarsi. L’uniformismo sarebbe impoverire la Chiesa e sarebbe contrario alla lettera e allo spirito del Concilio. La vitalità del rito ambrosiano ha giovato molto in passato e gioverà ancora per l’avvenire non solo per la diocesi milanese, ma per la Chiesa universale».

Le parole del Pontefice non solo incoraggiavano il lavoro di riforma intrapreso, ma anzi ne stimolavano un più celere cammino di attuazione, mettendo in evidenza oltre al bene per la Chiesa di Milano, il risvolto ecclesiologico per la Chiesa universale: nella comunione della Chiesa cattolica la diversità rituale del rito ambrosiano è da considerarsi un dono per tutta la Chiesa e, osiamo completare noi, per tutto l’ecumene cristiano.

3. Una «tradizione» è sorretta dalla celebrazione e dallo studio

Una tradizione liturgica vive negli atti della sua celebrazione. Sono le concrete assemblee che oggi celebrano in rito ambrosiano a tenerlo vivo e a farlo conoscere nella sua ricchezza teologica e spirituale e nella sua portata misterica e sacramentale.
Alla liturgia celebrata si deve però accompagnare la liturgia studiata: quel momento riflessivo di carattere storico-teologico e antropologico-rituale necessario all’intelligenza degli atti liturgici posti dalla Chiesa, e dei libri liturgici che ne custodiscono l’ordinamento, i testi e le melodie.
Gli studi di cui è composto il fascicolo non esauriscono la ricchezza del rito ambrosiano di ieri e di oggi. Il loro scopo, più discretamente, è quello di offrire un valido contributo per una seria conoscenza di base, dalla quale prendere le mosse per ulteriori approfondimenti.
Per la sua stretta attualità, si segnala in particolare la presentazione del recente Lezionario ambrosiano per i tempi liturgici. La diversa modalità ambrosiana di ordinare la proclamazione della parola di Dio non è infatti, come ha ripetuto di recente il card. Dionigi Tettamanzi nell’omelia dell’8 settembre 2008, «una semplice sostituzione di un libro liturgico con un altro»; al contrario, essa è un invito «a un cambio di mentalità» ed è un grande stimolo «a trovare nuovi stili omiletici, capaci di mostrare in atto la feconda circolarità tra parola, mistero liturgico e vita spirituale e morale».

4. Il presente fascicolo

Nell’omelia del 4 novembre 2004, in occasione della solennità di san Carlo Borromeo il card. Tettamanzi, arcivescovo di Milano, tra l’altro annunciava:

«Saremo impegnati ad affrontare alcuni importanti capitoli ancora aperti: il secondo ciclo di letture per la Liturgia delle ore; il Lezionario ambrosiano; l’iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adulti. E ancora dovremo valutare le modalità di revisione di alcuni libri liturgici già pubblicati, quali il Messale e la Liturgia delle ore».

Quanto racchiuso nelle pagine che seguono offre un’occasione preziosa per un’adeguata informazione, per un confronto, per una maggior conoscenza e per ulteriori approfondimenti.

â–º Studi. I sei contributi collocati in questa rubrica offrono l’orizzonte della ricerca e del lavoro che è stato condotto attorno al Lezionario, alla Liturgia delle ore, al canto, alle preghiere eucaristiche, e al linguaggio rituale.

â–º Orizzonti. La conoscenza «geografica» del rito ambrosiano costituisce la premessa per approfondire lo specifico storico e culturale e il radicamento delle espressioni rituali della Chiesa milanese. In questa linea interessante emerge anche il discorso sul rapporto tra rito ambrosiano e religiosi che operano all’interno di quella Chiesa.

â–º Note bibliografiche. La riforma del Lezionario ambrosiano ha annoverato finora numerosi studi e pubblicazioni che meritano un’opportuna segnalazione. Nel contesto il lettore può avere già il quadro completo di ciò che è stato finora pubblicato circa i volumi del Lezionario, in attesa di quanto verrà completato. Il semplice confronto con i titoli dei vari volumi non rende ragione, però, delle intelligenti e accurate scelte editoriali che sono state operate e che meritano un plauso!

Nella stessa omelia il card. Tettamanzi affermava, sempre riguardo al rito ambrosiano:

«È un tesoro prezioso che la millenaria tradizione della nostra Chiesa ci ha consegnato, un tesoro che a nostra volta siamo chiamati a trasmettere alle generazioni future. Il Signore ci doni di poter fare tutto questo nel rispetto di un delicato equilibrio tra la fedeltà intelligente alla tradizione e la spinta verso un rinnovamento prudente e coraggioso».

Ci sembrano queste le migliori affermazioni per invitare a una lettura attenta di quanto racchiuso nel presente fascicolo.

 


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