Sant'Antonio.org - Il portale della comunità antoniana
Edizioni Messaggero Padova
Homepage      
L'ultimo numero      
Consulta i fascicoli      
Titoli previsti per il 2011      
Abbonamenti      
Mailing list      
Il mio carrello      

 
      Ricerca avanzata





ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


 Stampa pagina           Segnala pagina


 
EDITORIALE
RL

 

«Oro»: termine quasi magico quando lo si pronuncia, tali e tante sono le connotazioni che esso racchiude in vari ambiti della vita: dal parlare ordinario – che spesso fa riferimento a proverbi in cui campeggia la parola –, ai numerosi aspetti che sono chiamati in causa come l’economia, la politica, la medicina, la logica monetaria, lo sport… Se «RL» tocca questo tema non è per entrare nel merito di qualcuno di questi ambiti, ma per cogliere i motivi per cui l’oro nel culto è presente, sotto diverse prospettive.

Nella sua lunga storia «RL» non ha mai trattato questo tema; e se ora lo fa è per evidenziare alcuni aspetti legati principalmente alla dimensione artistica propria del linguaggio cultuale, e soprattutto di quello simbolico che questo metallo racchiude.

In un tempo come il nostro in cui le politiche monetarie e il commercio risentono enormemente della corsa all’oro più che in altri tempi (basti osservare l’aumento esponenziale del prezzo dell’oro) una riflessione sull’oro nel culto può costituire uno stimolo sia per far emergere il senso della sua presenza fin dalle origini del cristianesimo, sia per evidenziarne il significato quando la comunità cristiana è sollecitata nell’offrire dell’oro per un motivo particolare inerente al culto.

Le radici di questo percorso sono da rintracciare nel senso originario che questo metallo ha suscitato per la sua rarità, la sua inossidabilità, il suo splendore: elementi che hanno contribuito lungo le generazioni e le tradizioni religiose a considerarlo simbolo della luce celeste o comunque di una realtà che va al di là dell’ordinario e fa pensare all’immortalità.

 

1. Dalla Genesi all’Apocalisse

 

Sono ben 316 le occorrenze di aurum nel testo latino della Bibbia. Da Gn 2,11 in cui si parla del paradisiaco fiume Pison – nel contesto dell’Eden – che scorre nella regione dove si trova l’oro fino, ad Ap 21,21 che lascia trasparire la nuova Gerusalemme la cui piazza è «di oro puro, come cristallo trasparente», il termine oro è usato in numerosi contesti.

L’arca dell’alleanza è rivestita d’oro; due cherubini d’oro la custodivano (cf. Es 25,10-18). Il tempio di Salomone risplendeva d’oro (cf. 1Re 6,20-30). E alla contrapposizione del vitello d’oro (cf. Es 32,4) si associa il concetto racchiuso in questo metallo: simbolo di Dio, il solo santo. In questa linea è da comprendere il dono dell’oro da parte dei Magi al momento della manifestazione di Gesù al mondo (cf. Mt 2,11); ma anche il simbolo della scienza da considerarsi ben più preziosa dell’oro (Pr 8,10: «Accettate la mia istruzione e non l’argento, la scienza anziché l’oro fino…»), e di quella sapienza che scaturisce dall’accogliere nella propria vita la parola di Dio (Sal 19,11: «…i precetti del Signore sono più preziosi di molto oro fino»).

Sulla stessa linea il passaggio alla realtà della fede in Cristo che è più preziosa dell’oro provato con il fuoco (cf. 1Pt 1,7). Una fede che ha sempre dinanzi quel Figlio dell’uomo che alla fine dei tempi apparirà portando sul capo una corona d’oro (cf. Ap 14,14).

È dall’uso di questa metafora dell’oro nella Bibbia – del resto qui appena accennata – che la liturgia ha saputo trarre ispirazione e instaurare una prassi comune a tutti i riti in cui essa si celebra.

 

2. Il linguaggio dell’oro nella liturgia

 

Senza anticipare quanto il lettore trova ampiamente illustrato nelle pagine del presente fascicolo, qui ci preme riflettere su alcuni dati di fatto che possono costituire come altrettanti richiami per la formazione e più ancora per evitare deformazioni.

Dal dato biblico che accosta l’oro alla divinità, al soprannaturale, deriva l’uso sempre più convinto e diffuso del metallo prezioso nei vari elementi dell’edificio sacro. Quando la comunità cristiana ottiene la libertà di espressione e di costruzione di edifici per il culto, emerge progressivamente l’uso dell’oro soprattutto in quella tecnica tipica del mosaico.

Da questa soluzione iconica sono scaturite pagine di grande valore che oggi fanno parte del patrimonio dell’umanità. La bellezza delle immagini è costantemente arricchita proprio dall’oro che, come sfondo diffuso, rinvia al soprannaturale, alla divinità. Inutile fare esempi, perché il lettore ha ben presenti le infinite espressioni di ieri e di oggi, dalla grande basilica di Santa Sofia a Costantinopoli fino alla Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, o al santuario di San Pio da Pietrelcina.

Non saremmo oggettivi se trascurassimo un capitolo essenziale in cui l’oro ha parte determinante: le icone. Non c’è icona che esprima un mistero della salvezza che non abbia come sfondo l’oro. È il contesto di divinità o di divinizzazione in cui si colloca il mistero raffigurato.

Sempre su questa linea si pensi all’uso dell’oro sui codici liturgici e in particolare sugli evangeliari, per ricordare che tutto va collocato nell’ottica del soprannaturale, di quella Bellezza infinita annunciata, iconizzata, descritta e in una parola celebrata nei santi misteri (cf., ad esempio, il Codex Purpureus di Rossano, del sec. VI).

L’attuale Missale Romanum contempla solo tre occorrenze (di cui due uguali) in cui è presente il termine: a) nella super oblata dell’Epifania, quando la Chiesa invoca: «Ecclesiae tuae, quaesumus, Domine, dona propitius intuere, quibus non iam aurum, thus et myrrha profertur, sed quod eisdem muneribus declaratur, immolatur et sumitur, Iesus Christus»; b) nell’antifona d’ingresso della memoria dei santi Carlo Lwanga e compagni, e nel comune dei martiri, con il testo ispirato a Sap 3,6-7.9: «Tamquam aurum in fornace probavit electos Dominus…».

E si comprende ancora come tutto questo si sia riversato anche nell’ambito delle espressioni della pietà popolare. Immagini, croci, catenine, ex voto, corone… sono tutti elementi, spesso in oro, che denotano la preziosità dell’offerta in rapporto alla preziosità del contenuto soprannaturale cui il simbolo rinvia.

 

3. Educare al linguaggio dell’oro nel culto

 

Di fronte a questi dati di fatto che coinvolgono la sensibilità del fedele e la cultura di chiunque si accosti a questi segni e simboli emerge la sfida dell’educazione al linguaggio dell’oro, perché l’uso del metallo prezioso nel culto non sia visto come una fonte di inganno, ma come richiamo ad una realtà il cui prezzo va ben al di là e al di sopra del valore dell’oro stesso.

Qui l’educatore è chiamato in causa. Che esso sia catechista o animatore, parroco o architetto, artista o iconografo, gioielliere o artigiano, responsabile di santuario o economo, liturgista o guida turistico-religiosa, se non ha presenti le coordinate essenziali del significato dell’oro nel culto rischia solo di deformare le coscienze e soprattutto di venir meno di fronte a una responsabilità che prima ancora di essere religiosa è culturale.

In questa linea si pone la sfida di itinerari educativi, spesso continuamente in progress, che chiamano in causa le diverse deontologie professionali con motivazioni diverse. Ed è così che

  • il catechista o l’animatore spirituale e culturale ha bisogno di una formazione biblica per cogliere il significato dell’oro con i suoi numerosi riferimenti nella tradizione del Dio di Abramo, di Mosè, di Gesù Cristo, della Chiesa;
  • il direttore del museo diocesano ha il dovere di valorizzare elementi tipici del culto (si pensi a ostensori, pissidi, calici, vasi sacri di qualunque genere e abiti liturgici…) come lezione che scaturisce dal patrimonio culturale di una particolare Chiesa locale;
  • l’artista che si accinge a produrre una statua o un’icona o, soprattutto, un mosaico… troverà nella tradizione esempi eloquenti non per essere copiati pedissequamente, ma per essere ricreati nel contesto cultuale odierno e rilanciati come una pagina di fede espressa oggi per il presente e per il futuro quale modalità di declinazione del mistero in contesto musivo;
  • l’artigiano che si appresta a modellare un tema religioso avrà bisogno di conoscere bene il senso spirituale del progetto che ha in mente per trasferirlo nella realtà; solo educando a meditare il soggetto anche l’artigiano diviene un educatore, perché chi si accosta all’oggetto non colga solo il segno, ma si appropri soprattutto del simbolo;
  • la guida turistica ha una notevole responsabilità: le sue parole possono costituire un valore qualora sappiano presentare con competenza significati spesso sconosciuti relativi appunto all’oro o anche al suo colore, come quando si passa davanti a una tavola del ’300 o del ’400 e si è come abbagliati dall’oro del fondo, ma non si hanno quegli occhiali culturali per “leggere” la collocazione del mistero della fede in quel contesto;
  • il responsabile del santuario può fare opera di formazione o di disinformazione qualora sappia mettere o meno a disposizione dei fedeli oggetti d’oro che sappiano dare un senso di veritas al segno della fede, senza mai trascurare i risvolti propri dell’attenzione a chi è nella povertà; ed è qui che s’inserisce il riferimento all’uso dell’oro etico cui si accennerà più avanti.

E al liturgista quale responsabilità rimane? Grande e unica, qualora sia educatore convinto e prima ancora formato per saper affrontare la sfida che è posta nelle sue competenze. Da qui la responsabilità di saper educare a tutti i linguaggi liturgici in cui è presente l’oro; e saper educare soprattutto alla Bellezza, a quella bellezza che ogni fedele ha bisogno di sperimentare nel momento del culto o delle sue devozioni: un’educazione alla bellezza che non dimentica lo stretto rapporto che sempre deve intercorrere tra etica ed estetica.

L’elenco potrebbe continuare e l’esemplificazione si presterebbe a toccare anche altri ambiti. Ma ci fermiamo qui per ovvi motivi, ben consapevoli che una simile riflessione non si può racchiudere nelle sole pagine del presente fascicolo.

4. «Aurum est ipsa divinitas»?

Che l’oro sia considerato come una divinità è un dato di fatto. Lo dicevano gli antichi; lo conferma l’esperienza di ogni tempo e cultura. Rapporti sociali di vario genere e risvolti in ambito religioso fanno sì che il metallo prezioso possa di fatto costituire un elemento di riflessione tale da aiutare a cogliere valori e limiti, sempre in vista di una sapienza di vita.

Percorrere, infatti, i valori e i segni che la religione ha legato all’oro è, in un certo senso, recuperare la dimensione “religiosa” dell’oro stesso. A partire però dal fatto che la religione ha lo scopo di veicolare valori etici profondi, ne deriva la conseguenza che far parlare i segni costituisce l’occasione per raccogliere messaggi, rilanciare sfide, individuare prospettive che aprano su orizzonti tali da illuminare il cuore della persona, in qualunque cultura essa si trovi.

Non tutte le religioni considerano l’oro come un metallo capace di trasmettere valori al di là del “valore intrinseco” che esso racchiude. L’islam, ad esempio, rifugge da questo particolare segno. Le altre grandi espressioni religiose, invece, trovano nel segno dell’oro numerosi motivi per esprimere il proprio rapporto con il soprannaturale o con quelle realtà della vita che rinviano a ulteriori orizzonti. Ciò è determinato dal fatto essenzialmente culturale racchiuso nelle tante valenze di significato proprie dell’oro.

L’uso dell’oro nel culto denota un insieme di significati che invitano non a soffermarsi sui singoli oggetti, ma ad accoglierne il valore simbolico e saperlo collocare nell’insieme della celebrazione cristiana o in margine ad essa. Le due esemplificazioni relative all’oro nei codici medievali e nei canti della liturgia non sono altro che sottolineature di una realtà dai confini ben più vasti. In questa linea, ad esempio, avremmo dovuto considerare i documenti musivi: in essi lo sfondo d’oro (si pensi al primo oro giunto dal nuovo mondo, che è servito – secondo la tradizione – per decorare la basilica di Santa Maria Maggiore a Roma) costituisce la pagina essenziale per collocare ogni espressione iconica nella grande storia dell’arte cristiana che tenta di rinviare alla Bellezza assoluta che è Dio attraverso le tante forme espressive della bellezza umana. Un altro spazio avremmo dovuto riservarlo a quel capitolo della religiosità e pietà popolare in cui trovano ampia risonanza gli oggetti di devozione (ex voto, corone, medaglie, croci, catenine…). L’interesse per questi oggetti non risiede nella loro particolare preziosità o bellezza, ma nella permanenza di forme e valori simbolici legati alle culture popolari.

Dall’insieme deriva uno spaccato che rivela un forte interesse per l’oro da parte delle varie religioni. Questo costituisce però un elemento in più per cogliere come il fatto religioso si rivolga al linguaggio dell’oro per esprimere un aspetto peculiare della fede.

I riflessi li possiamo cogliere nei numerosi risvolti culturali che appaiono evidenti per chiunque si accosti a questi contributi. Esempio eloquente è la pagina strettamente culturale che permette di cogliere i tanti significati che l’oro manifesta attraversando le principali culture di ieri e di oggi.

In questo panorama oggi si affaccia la peculiare importanza dell’oro “etico” o “responsabile”, così chiamato perché prodotto senza ricorrere all’uso del cianuro o del mercurio; nel rispetto della persona che vi lavora e dell’ambiente in cui è prodotto, l’oro “etico” permette di diffondere una nuova cultura del metallo prezioso. Il maggior prezzo sul mercato rispetto alla produzione ordinaria e più diffusa costituisce un richiamo positivo per un impegno “etico”, che mentre chiama in causa la coscienza della persona e delle istituzioni, rinvia a quel rispetto della natura di cui l’oro è una delle più eloquenti espressioni. In un simile contesto l’uso “religioso” dell’oro può essere un richiamo per sensibilizzare all’acquisto di oggetti plasmati in oro “etico” (si pensi a tutti i regali in oro che si fanno in occasione di celebrazione di sacramenti, a cominciare dagli anelli nuziali…).

«Aurum est ipsa divinitas» dunque? Sì, l’oro rimane sempre la “divinità” cui tutte le economie si inchinano; ma la sua attenzione alle realtà “umane” è commisurata al tipo di sguardo più o meno “etico” e “responsabile” con cui la persona si accosta all’oro!

 

5. Il presente fascicolo

 

Tra i numerosi ambiti che potevano essere evidenziati sono stati scelti quelli più pertinenti al rapporto tra culto e cultura. È in questo orizzonte che vanno accostati i vari contributi.

â–º Studi. I cinque contributi che caratterizzano la struttura del fascicolo rispondono a una logica essenzialmente formativa. Ci si muove da una pagina relativa all’oro nella Bibbia, ma riletta in una chiave peculiare, per entrare subito nel contesto della liturgia. Qui i linguaggi dell’oro sono evidenziati sia in generale, sia secondo lo specifico dell’oro nei codici liturgici del Medioevo e dell’oro nei canti. Completa l’orizzonte una pagina di indole culturale che permette di cogliere una infinità di risvolti circa il significato dell’oro mentre se ne coglie il percorso etimologico.

â–º Orizzonti. Il titolo della rubrica già denota l’invito ad accostare temi di attualità. Nello specifico, il primo studio sviluppa ulteriormente un argomento già trattato in «RL» circa il perfidis Judaeis (cf. «RL» 95/1 [2008] 155-176), e qui dibattuto con materiali d’archivio inediti. Il secondo evidenzia l’esperienza del corpo come uno dei linguaggi essenziali della liturgia.

â–º Attualità. La “parola” di Paolo nell’anno liturgico sembra un tema ormai superato considerando che l’anno paolino è concluso. Di fatto quell’anno è stato – o avrebbe dovuto essere – un’occasione per rilanciare la parola di Paolo sempre presente nell’anno liturgico, a condizione che essa venga valorizzata con accorte scelte pastorali e liturgiche.

â–º Indici. L’elenco degli Autori che hanno dato la loro fattiva opera al discorso liturgico è eloquente e insieme emblematico: eloquente per l’impegno profuso da tante persone; emblematico per l’ampiezza di orizzonte che «RL» tiene presente nel cooptare collaboratori da più parti, pur nella dialettica delle prospettive; ma è da questa dialettica, oggettivamente modulata con profondità scientifica, che la scienza va avanti, e con la scienza liturgica viene animata la vita della Chiesa. L’indice generale dell’annata 2009 presenta tutti i termini di questo orizzonte che affidiamo alla storia, ma prima ancora all’attenzione di chi intende documentarsi per un corretto servizio alla liturgia.

Un altro anno si chiude; un anno “editoriale” che ha visto lo sviluppo di temi che sono stati studiati per rispondere all’attualità di urgenze o per offrire elementi di riflessione e di educazione che toccano il tessuto ecclesiale. Con lo stesso impegno ci predisponiamo a inaugurare e a vivere il 2010, 97o anno di edizione di «RL».

A tutti coloro che ci hanno accompagnati e sorretti con il loro fattivo contributo – a cominciare dai tre enti che garantiscono il prosieguo del servizio, e dai membri del Consiglio di redazione – diciamo il nostro «grazie». A coloro che ci rinnovano la loro fedeltà come abbonati e soprattutto come attenti lettori diciamo: «Continuiamo a camminare insieme».

L’ultima parola è un augurio che tutta la redazione di «RL» porge al prof. don Franco Magnani, presbitero della Chiesa di Mantova, appena nominato Direttore dell’Ufficio liturgico nazionale della Conferenza episcopale italiana. Docente presso l’Istituto di Liturgia Pastorale dell’Abbazia di «Santa Giustina» in Padova, oltre che nel Seminario e nell’Istituto superiore di scienze religiose della propria diocesi, membro del Consiglio di redazione di «RL», don Franco assume questo ulteriore impegno con grande spirito di servizio! È l’atteggiamento che caratterizza chiunque è chiamato a contribuire alla vita e alla vitalità della Chiesa. E «RL» accompagna don Franco con stima e solidarietà.

 

 


 Vai inizio pagina           Stampa pagina           Segnala pagina


© 2012 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice
Via Orto Botanico 11 - 35123 Padova (Italy) - P.Iva 00226500288
Tel. +39 049 8225 777 (8:30 - 12:30; 13:30 - 17:30) - Fax +39 049 8225 650
email:rivlit@santantonio.org