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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
Evangeliario


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EDITORIALE
RL

«… perseverando nella stessa allegrezza, seduto al centro del letto, con molta pace e serenità, senza alcun movimento, chiudendo gli occhi come per dormire o per contemplare, diede l’anima al suo Creatore, dopo aver baciato il Crocifisso e l’immagine del nostro beato padre Ignazio, martedì, agli undici di maggio [1610], alle sette ore della sera».

È la testimonianza di De Ursis (Fonti ricciane II, 543) circa la morte, a Pechino, del gesuita Matteo Ricci che era nato a Macerata il 6 ottobre 1552.
Da quattro secoli il nome del grande missionario echeggia in modo eloquente. In tempi recenti e man mano che appare la sua Opera omnia – tradotta e resa pubblica nei «Quaderni Quodlibet» per l’intraprendenza dell’Istituto «Matteo Ricci» dell’Università di Macerata –, il nome risalta in modo ancora più significativo per l’attenzione che il suo pensiero e la sua opera richiamano, e la sua vita viene conosciuta e approfondita. La bibliografia attorno al Ricci è sconfinata. E l’occasione del IV Centenario della sua morte (11 maggio 1610-2010) sta contribuendo a una serie di pubblicazioni, eventi e mostre che destano sorpresa in chi non conosce ciò che ha compiuto questo missionario, e soprattutto in chi non comprende il metodo che egli ha messo in atto per far incontrare la cultura cinese con il Vangelo.
Prescindendo da ciò che offre il web nel suo sconfinato mondo di link (oltre 12 milioni e mezzo di riferimenti!), ci troviamo di fronte a una serie di attenzioni editoriali che sembrano non finire mai. Titoli come quelli apparsi in testate giornalistiche in occasione del IV Centenario lasciano sorpresi per tanta attenzione a un missionario:

– In occasione della mostra in Vaticano (ottobre 2009 - gennaio 2010): «Ai crinali della storia. P. Matteo Ricci (1552-1610) fra Roma e Pechino»; Italia sulle orme di Matteo Ricci («Avvenire», 23.10.2009); Matteo Ricci, l’uomo che portò Cicerone in Cina. Una mostra sul grande gesuita maceratese («Osservatore Romano», 2.08.2009); Matteo Ricci, ambasciatore della fede. Un viaggio nella vita del missionario che aprì gli occhi della Cina sul mondo. Una mostra in Vaticano a 400 anni dalla morte («Corriere della Sera», 27.10.2009); Verso la luce d’Oriente. «Ai crinali della storia» celebra i 400 anni della morte dell’unico occidentale onorato a Pechino («Il Sole 24 Ore», 25.10.2009); Cinese con i cinesi. La lezione di Matteo Ricci. Mostra in Vaticano («Osservatore Romano», 1.11.2009); Così padre Matteo Ricci portò il Vangelo a Pechino («Avvenire», 24.10.2009); Il mandarino di Cicerone («Osservatore Romano» 29.10.2009); Ritorno a Pechino. L’«ambasciatore» Matteo Ricci. Cina e Italia lo celebrano come il ponte tra due civiltà («Corriere della Sera», 7.02.2010); ecc.

– Altre attenzioni: Matteo Ricci. Pechino lo onora per il suo valore intellettuale. Fallì nel diffondere il cattolicesimo, ma è ricordato perché portò la geometria di Euclide e la filosofia («Corriere della Sera», 27.10.2009); Dialogando col Dragone. La volontà di evangelizzare la Cina partendo dalla comprensione dell’altro è la grande eredità lasciata dal gesuita marchigiano («Il Sole 24 Ore», 25.10.2009); Da Macerata in Oriente attraverso Roma («Avvenire», 24.10.2009); Matteo Ricci, ponte di civiltà. Un modello ancora valido nelle sfide di un mondo multiculturale («Corriere della Sera», 23.01.2010); Ricci & C.: missionari, i primi «Global» («Avvenire», 4.02.2010); Dalla «conquista» all’integrazione. Due strategie opposte dell’Europa nei rapporti con i mondi lontani («Corriere della Sera», 7.02.2010); Matteo Ricci l’invenzione della Cina. Spiegò al Celeste Impero che c’erano anche altre civiltà. E lo costrinse a interrogarsi sull’identità nazionale («La Stampa», 7.02.2010); ecc.

I titoli – è vero – sono costruiti un po’ ad effetto; ma nel loro insieme cercano di annunciare in sintesi un contenuto talvolta complesso. Chi conosce più da vicino l’opera di Matteo Ricci non si meraviglia, anche se talora può rimanere perplesso, che tanta attenzione si ponga più sul versante laico e culturale che non su quelle che sono state le vere intenzioni del missionario. Al di là, comunque, delle perplessità, resta emergente il richiamo all’intelligenza di un uomo – e soprattutto di un religioso appartenente alla Compagnia dei figli di sant’Ignazio, i Gesuiti – che aveva ipotizzato e, in pieno accordo con i suoi superiori, messo in atto un percorso culturale per far incontrare il popolo cinese con il Vangelo. Questa è la lezione principale che in contesto ecclesiale emerge, e sulla quale ci soffermiamo.

1. Perché tanta attenzione?

Il lettore che da tempo segue il percorso offerto da «Rivista Liturgica» può forse rimanere perplesso di fronte all’attenzione che s’intende dare a Matteo Ricci nel presente fascicolo. Diciamo subito che non lo facciamo solo per unirci al coro immenso degli ammiratori in occasione del IV Centenario della morte, ma lo accostiamo da un versante particolare, quello che più direttamente può interpellare il discorso liturgico.
Notissima è – almeno nel nome – la questione del «riti cinesi» (tolleranza verso il «culto» [= cerimonie] degli antenati e verso Confucio…). E il titolo «riti cinesi» riconduce sempre l’attenzione a Matteo Ricci. È necessario però precisare subito che il Ricci non ha mai trattato espressamente di liturgia; solo dopo la sua morte è esplosa la questione che ha dato adito a prese di posizione ufficiali da parte del magistero, sia pur con gravi conseguenze per l’evangelizzazione nel contesto della cultura cinese.
Se allora il missionario gesuita non ha trattato dei riti, per quale ragione se ne parla in «Rivista Liturgica»? Il titolo posto in apertura dà già un inizio di risposta: nella problematica relativa all’incontro tra Vangelo e cultura si muove tutto ciò che rientra nel contesto dell’adattamento e soprattutto dell’inculturazione. In questa ottica, Vangelo e culto diventano speculari in ordine a un percorso di fede che ogni cultura è chiamata a realizzare senza dubbio con l’aiuto e con il contributo di altre culture come sono quelle, già evangelizzate, dei missionari che si muovono dalla propria cultura per incontrarsi con altre talora radicalmente diverse da quella di provenienza.
Di tutta questa realtà la grande stampa non si preoccupa; a stento recepisce qualche battuta, ma non entra nel merito, perché cogliere questo aspetto implica confrontarsi con il contenuto del Vangelo e con la dimensione missionaria della Chiesa, con la cultura semitica e greca in cui questo è stato espresso e codificato, e poi mettersi in dialogo – attraverso un’opportuna metodologia – con la cultura destinataria dell’impegno missionario.
È in questa ottica che va accostato il grande lavoro svolto in occasione dei sinodi continentali, con i risultati espressi nelle Esortazioni apostoliche postsinodali Ecclesia in … In questi documenti – del resto mai definitivi data la complessità delle problematiche e delle sfide più o meno sottese – il dialogo fra cultura, Vangelo e fede è affrontato sotto molteplici prospettive. In ogni continente, comunque, i problemi relativi all’incontro tra cultura, Vangelo e fede chiamano in causa la responsabilità propria dell’adattamento e dell’inculturazione.

2. Un’attenzione in ottica «liturgica»

Adattamento e inculturazione sono due aspetti di una stessa sfida che la Chiesa sempre ha avuto davanti a sé. Fin dal tempo della prima Pentecoste, l’incontro con le culture è stato il motore per far sì che ogni popolo e cultura potesse ritrovare nell’incontro con il Vangelo lo specifico positivo del proprio costitutivo culturale. Da qui l’assunzione di concetti provenienti dalla cultura semitica e greca; ma da qui anche l’acquisizione di termini nuovi coniati per esprimere contenuti essenzialmente biblici.
In questo senso l’opera dei Padri della Chiesa costituisce una “pagina” quanto mai ricca ed eloquente. Ma la storia non si è fermata ad essi. In ogni tempo la saggezza dell’opera missionaria, intesa in senso lato, ha saputo coniugare lo specifico rapporto tra Vangelo, culto e cultura dando vita alle grandi famiglie dei riti orientali e occidentali, e successivamente dando forma e significato a metodi di annuncio e a forme celebrative che in parte sono rimaste e in parte sono state riassorbite nelle forme originarie del culto cristiano.
Fare degli esempi è sempre rischioso, ma non ci possiamo esimere in questo ambito dal riferirci all’opera dei santi Cirillo e Metodio che hanno avuto l’approvazione e il plauso della Chiesa di Roma. Numerosi altri aspetti sono forniti dalla storia dell’evangelizzazione con esempi emblematici quando, per esempio, il Vangelo si è incontrato con le culture del nuovo mondo da poco scoperto.
Diversa è la situazione della Cina. Varie famiglie religiose avevano tentato un incontro tra Vangelo e cultura… Il vero incontro, la soluzione del problema scaturisce dall’intuizione e dall’opera del Ricci. Comprendendo bene che solo arrivando alla classe alta della società – e soprattutto all’imperatore – si poteva avere la chiave per un incontro tra Vangelo e cultura, egli mette in atto ciò che poteva contribuire per un dialogo a quel livello. Da qui il discorso prettamente culturale compiuto dal Ricci con la sua opera, a cominciare dal far conoscere i classici dell’Occidente, la geometria, la matematica, l’astronomia, la cartografia, gli orologi, ecc.
Se da una parte tutto questo fa comprendere il tipo di preparazione che veniva compiuta nel Collegio Romano, dall’altra permette di cogliere l’orizzonte culturale che permeava un certo percorso formativo per coloro che dovevano dedicarsi alla teologia: l’accostamento delle scienze non era un metodo solo per essere in linea con la cultura del tempo, ma un’occasione per leggere – e annunciare – il dato teologico in un orizzonte che permetteva di dialogare con la cultura del tempo (al di là del «caso Galileo»…).
Ma tutto questo in quale senso chiama in causa l’ottica liturgica? Al tempo di Matteo Ricci questo rapporto con il culto non emergeva in modo immediato, data la limitata concezione di liturgia e la relativa prassi… L’incontro però della mens semitica e mediterranea in genere con la cultura cinese e buddhista in particolare faceva emergere il bisogno di tradurre in nuove categorie il mistero dell’incarnazione e le sue conseguenze. Da qui dunque l’attenzione che sommessamente stava emergendo anche in contesto cultuale.
Nel sommessamente è racchiuso il fatto dell’impossibilità di fare adattamenti profondi in liturgia – impensabile in quel tempo di Controriforma, almeno per ciò che concerne la celebrazione dell’Eucaristia –; ma vi è nascosto anche il bisogno di trovare modalità espressive per manifestare concetti più facilmente assimilabili, a cominciare dal nome di Dio!
È dunque nella ricerca della terminologia adeguata e nell’individuazione di alcune cerimonie – che subentreranno dopo la morte del Ricci – che si impernierà la problematica dei «riti cinesi»: una problematica che scatenerà una serie di contrapposizioni all’insegna di gelosie e invidie (paradossale – ma non inusuale – in contesto di evangelizzazione!) che porteranno alla chiusura di un progetto di cui ancora oggi se ne portano le brucianti conseguenze. Non per nulla Pio XI attribuì alla «maledetta questione dei riti» una grave responsabilità nel ritardo dell’evangelizzazione della Cina.
Riflettere dunque su una simile problematica implica accostare un aspetto che caratterizza in modo essenziale la realtà liturgica. La riforma promossa dal Vaticano II ha compiuto finora passi eloquenti. Basti vedere tutto ciò che è suggerito o richiesto attorno al capitolo de aptationibus… che caratterizza ogni libro liturgico; basti tener presente l’Istruzione Varietates legitimae (25.01.1994) circa l’inculturazione della liturgia romana. Senza forzare i dati della storia, ci sembra di essere oggi testimoni di un metodo che Matteo Ricci aveva ipotizzato e in parte posto le premesse per attuarlo.

3. Interventi magisteriali

Quanto è accaduto dopo la morte del Ricci è storia abbastanza nota; e ogni presa di posizione da parte del magistero va letta nel contesto in cui i fatti, e le relazioni su di essi, sono state elaborate. Sulla linea della classica opera di G. Minamiki, The Chinese Rites Controversy from Its Beginning to Modern Times (Loyola University Press, Chicago 1985) e di altre ancora, percorrere questa documentazione è un invito a cogliere modalità diversificate attraverso cui la complessa problematica è stata compresa e affrontata. In sintesi ricordiamo le tappe essenziali:

– 1645: Innocenzo X emette un decreto contro l’accettazione dei «riti cinesi».
– 1656: il Sant’Ufficio si dichiara favorevole al fatto che i fedeli cattolici possano partecipare ai riti confuciani e in memoria degli antenati.
– 1659: la Congregazione de Propaganda fide rilancia le posizioni del Sant’Ufficio con un’Istruzione ai vicari apostolici in cui tra l’altro si afferma il dovere di introdurre la fede «che non respinge e non lede i riti e le consuetudini di alcun popolo, purché non siano cattivi, ma vuole piuttosto salvaguardarli e consolidarli».
– 1742: Benedetto XIV chiude definitivamente la questione con il decreto Ex quo singulari (11 luglio).
– 1939: è riconosciuta la serietà dei metodi missionari ricciani attraverso un’Istruzione della Congregazione de Propaganda fide, espressamente approvata da Pio XII (8 dicembre).
– 1982: Giovanni Paolo II ricorda in un discorso letto nel Convegno in occasione del IV Centenario dell’arrivo di Matteo Ricci in Cina, il grande merito nell’opera di inculturazione: «Elaborò la terminologia cinese della teologia e della liturgia cattolica, creando così le condizioni per far conoscere Cristo e incarnare il suo messaggio evangelico e la Chiesa nel contesto della cultura cinese» («Insegnamenti» V [3/1982] 923).
– 1999: E più ancora nell’Esortazione Ecclesia in Asia, al n. 20 Giovanni Paolo II indicava la necessità di «emulare ai nostri giorni la penetrante comprensione dei popoli e delle culture, di cui sono esempio uomini come Giovanni da Montecorvino, Matteo Ricci e Roberto de Nobili…» (6 novembre).
– 2009: Benedetto XVI nella Lettera al vescovo di Macerata in occasione dei festeggiamenti per il IV Centenario di Matteo Ricci tra l’altro scrive: «… il suo esempio resta anche oggi come modello di proficuo incontro tra civiltà… e per la capacità di accostare con pieno rispetto le tradizioni culturali e spirituali cinesi nel loro insieme… come già avevano fatto i Padri della Chiesa nell’incontro del Vangelo con la cultura greco-romana…».

Una storia, per la verità, notevolmente complessa, tale comunque da far vedere che la problematica – al di là di miopi orizzonti o di eccessive paure – ha attraversato il vaglio dei tempi (e degli animi!) per giungere in tempi recenti a dover riconoscere che quelle intuizioni e quei metodi, del resto ampiamente discussi con i superiori religiosi del tempo e da loro approvati, risultavano ben indovinati. Historia magistra? Più che rispondere all’interrogativo c’è da cogliere la lezione che nella sua globalità scaturisce dalla complessità delle situazioni e degli eventi. È la stessa testimonianza del Ricci quando poco prima della morte tra l’altro afferma: «Io vi lascio su una soglia aperta a grandi meriti, ma non senza molti pericoli e travagli» (Fonti ricciane II, 962).

4. Quale lezione per l’oggi?

Può apparire riduttivo o pretestuoso il tentativo di considerare l’interrogativo formulato. Di fatto la risposta scaturisce dall’insieme delle pagine che seguono. Accostate con attenzione esse offrono una panoramica che non offre immediate risposte, ma costringe a confrontarsi con elementi che costituiscono adeguati indicatori anche per l’oggi e per il domani.

– Il complesso filone dei «riti cinesi» contempla come sua base il grande rispetto che Matteo Ricci ha avuto e ha manifestato nei confronti della cultura e della religiosità cinese. La sua tolleranza verso il «culto» (= cerimonie) degli antenati non era accondiscendenza a un atteggiamento in contrasto con il culto cristiano, ma il riconoscimento di una “devozione” agli antenati che s’inscrive, pur con modalità diverse, in ogni cultura che esprime tutto questo con ritualità che non impegnano la fede in un Essere superiore. Lo stesso si dica delle espressioni e atteggiamenti nei confronti di Confucio. È una lezione anche nell’oggi, quando avviene l’incontro tra culture e Vangelo…

– Altrettanto complessa è stata la questione terminologica relativa al nome di Dio, espresso dal Ricci con l’equivalenza del significato proprio della parola «Cielo» e di «Sovrano supremo» usati come ponti per introdurre il concetto di Dio. Si pensi, al riguardo, all’impegno di inculturazione attivato con l’opera: Genuina nozione del Signore del Cielo (Pechino 1603). È una lezione anche per l’oggi, quando avviene l’incontro tra culture, sistemi linguistici e messaggio biblico da tradurre…

– L’incontro tra culture è spesso uno scontro… ma l’annuncio del Vangelo non può mai risolversi in uno scontro ideologico. Al contrario, ciò che di vero è presente in ogni singola cultura costituisce la base su cui innestare un dialogo che si apra all’accoglienza reciproca. L’atteggiamento di Matteo Ricci risulta emblematico in vista del favorire una comunicazione e un dialogo tra uomini, popoli e civiltà… a partire da ciò che di più prezioso una possa offrire all’altra. Il Ricci ha iniziato con le discipline sopra ricordate e con strumenti frutto di intelligenza per guardare poi il cielo e osservare la realtà anche dal versante filosofico. Ma tutto questo a partire da un dato di fatto essenziale: l’amicizia, e da un progetto: realizzare il contatto con l’imperatore perché tutto dipendeva da lui. Di grande interesse l’affermazione del confratello Michele Ruggieri (1543-1607) al padre generale Acquaviva: «In breve, siam fatti cini ut Christo sinas lucrifaciamus» («Ci siamo fatti cinesi per guadagnare a Cristo la Cina»: Opere storiche del P. Matteo Ricci, vol. II, Macerata 1913, p. 416).

– La rilettura della complessa metodologia ricciana in ordine all’evangelizzazione ripropone all’attenzione di chi opera in contesto liturgico il capitolo dell’adattamento e dell’inculturazione. Capitolo sempre aperto, in verità, pur con fasi e accenti diversi. In tempi recenti questa è una pagina che si è notevolmente sviluppata, soprattutto in seguito alle traduzioni della Bibbia, all’attuazione della riforma e del rinnovamento liturgico e alla celebrazione dei sinodi continentali. Ma il cammino attende ancora di proseguire perché ogni popolo possa lodare e invocare Dio valorizzando gli elementi specifici della propria cultura. È la conseguenza propria del mistero dell’incarnazione del Cristo.

5. Il presente fascicolo

Nella complessità della figura di Matteo Ricci è risultato problematico individuare un percorso dal versante specifico degli interessi di «Rivista Liturgica». Quanto appare nelle pagine che seguono – frutto di attenta discussione nel Consiglio di redazione – è la risultante di una prospettiva che coglie aspetti peculiari del grande missionario marchigiano. Eccone pertanto l’impostazione:

Studi. I quattro contributi sembrano muoversi da punti lontani tra di loro. In realtà permettono di cogliere da dove Matteo Ricci si è mosso per giungere all’obiettivo di predisporre una pre-evangelizzazione: dalla geometria alla teologia; il concetto di «rito» nel confucianesimo; la via dell’amicizia e il suo rapporto con la lex orandi; e la questione de ritibus sinensibus.

Note. I tre approfondimenti toccano una dimensione relativa alla predicazione e alla formazione cristiana, un contributo per conoscere meglio Ricci; e finalmente una pagina che invita a riflettere!

Actuositas. Il contributo presenta un doveroso approfondimento della figura e dell’opera di padre Gabriele Allegra, ofm, per la sua immensa fatica di tradurre la Bibbia in cinese.

Orizzonti. Due contributi completano il fascicolo: un approfondimento di indole catechetico-liturgica circa la festa della Cattedra di San Pietro; e un’interessante lettura di una pagina d’arte sacra inculturata in due opere presenti nell’Abbazia del Monte Amiata.


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