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Esorcismo


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QUALE PREDICAZIONE NEL RITO DELLE ESEQUIE? OMELIA O ELOGIO?
Fabio Trudu

Se è vero che ogni celebrazione liturgica coinvolge l’uomo integralmente, in tutte le dimensioni della sua umanità – corporea, spirituale, esistenziale, relazionale – ciò risulta ancora più vero nella celebrazione delle esequie, dove il contatto con la morte tocca le corde più profonde della vita umana e del suo senso. L’adagio teologico «sacramenta propter hominem», riferito propriamente ai sacramenti ma qui esteso a tutta la realtà liturgico-sacramentale, ricorda che non vi è nulla del vissuto umano che ne rimanga fuori. La dialettica che il titolo di questo contributo sottintende – «omelia o elogio?» – vuole porre a tema, senza darlo per scontato, un annuncio della fede cristiana che non prescinda dalla vita delle persone, ma che al contrario assuma seriamente questa stessa vita e la indirizzi verso un senso alto e altro.
Alcune pubblicazioni degli ultimi anni sui funerali, sia a livello di studio sia con un taglio più pastorale, manifestano l’evidenza del legame tra vita e liturgia proprio nei riti della morte e, al tempo stesso, la necessità che questo rapporto non venga disatteso nella pratica liturgica e pastorale. Indice di questa prospettiva è l’attenzione alle diverse situazioni in cui si trova la persona concreta, che si tratti del defunto o dei suoi familiari o dei partecipanti al rito esequiale. In un’ottica pastorale si situano i due volumi di Pierre Vibert[1] e il recentissimo sussidio di Roberto Laurita[2]. Senza entrare nel merito del valore e dei limiti di simili strumenti pastorali[3], qui si vuole rimarcare la rilevanza che il vissuto della persona possiede nel momento della morte e dei suoi riti; basta scorrere anche solo l’indice del libro di Laurita per cogliere la varietà di tipologie dell’omelia[4], oppure notare come Vibert ponga come primo atto del sacerdote o ministro delle esequie la conoscenza del «defunto nella sua vita umana» e «nel suo rapporto con la fede e la Chiesa»[5].
La stessa «Rivista Liturgica» ha pubblicato nel 2006 un fascicolo intitolato: Le esequie cristiane: una celebrazione per quale «memoria»?. L’Editoriale si domanda criticamente di quale evento o persona i riti funebri celebrino la memoria, confrontando il senso delle esequie cristiane con altre ritualità laiche, che diventano poco per volta sempre meno insolite quali, per esempio, i vari «salotti funerari», le «sale del commiato», i «giardini delle rimembranze»[6]. Riguardo al riferimento della celebrazione alla persona e alla vita del defunto, ancora l’Editoriale sollecita una riflessione e adeguate attenzioni nell’omelia e nell’eventuale ricordo al momento del commiato:

– l’omelia come momento strategico di «consolazione nella fede» del Risorto (e non come elogio del defunto);

– il ruolo dell’elogio, nel caso si ritenga opportuno, collocato prima dei riti conclusivi, e tale da affidare un messaggio di vita ai presenti[7].

Nello medesimo fascicolo di «Rivista Liturgica» il nostro tema è stato sviluppato in un contributo di Paolo Sartor[8]: l’omelia in occasione dei funerali, accanto agli altri interventi di parola, è considerata criticamente nella tensione «tra oggettività dell’annuncio e soggettività dell’elogio»[9].
Il presente contributo intende valorizzare questa polarità della celebrazione esequiale tra l’oggettivo e il soggettivo, tra la memoria e il ricordo. Qui la memoria, nella pregnanza teologico-liturgica del termine, fa riferimento all’evento fondativo che si celebra in ogni azione liturgica, cioè al mistero pasquale di Cristo; mentre il ricordo è da riferirsi alla persona del defunto che la comunità accompagna nella fede e nella speranza (ma anche questo è da verificare nei partecipanti al rito liturgico), nel passaggio dalla vita terrena a quella eterna. Questa polarità è assunta come punto di partenza, cioè non come un presupposto acquisito in modo acritico, ma come una tensione che porta a vedere in che modo la storia di ogni singolo cristiano sia inserita nel mistero pasquale e, viceversa, come questo stesso mistero abbracci la vita e la morte di ogni discepolo di Cristo. Di questo scambio impari si fa interprete e attuazione l’intera celebrazione delle esequie e, in particolare, l’omelia.

1. L’omelia nella celebrazione liturgica

1.1. Indicazioni generali

I principali testi magisteriali indicano costantemente le due proprietà che caratterizzano l’omelia: essa è parte integrante della celebrazione liturgica, «pars ipsius liturgiæ», ed è pronunciata a partire dal testo sacro, «ex textu sacro» (Sacrosanctum Concilium [= SC], n. 52). Il testo dell’Ordinamento generale del Messale Romano, al n. 65, esplicita con maggiore ampiezza queste peculiarità con una notazione interessante per la nostra prospettiva.

«L’omelia fa parte della liturgia ed è vivamente raccomandata: è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della sacra Scrittura, o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta»[10].

Le ultime parole del testo fanno risuonare i due poli che suscitano le nostre riflessioni e offrono una chiave interpretativa per l’omelia nelle esequie: il «mistero che viene celebrato» e le «particolari necessità di chi ascolta».
In quanto parte integrante della celebrazione, l’omelia è essa stessa un atto liturgico. Non è una mera spiegazione dei testi biblici né una catechesi, ma un gesto-parola che condivide i caratteri propri della liturgia, quindi è annuncio e attuazione, memoria e profezia. Non è pertanto un elemento accessorio, ma in quanto inserita e in relazione con tutta la celebrazione, l’omelia si pone come un momento di raccordo tra la Parola e il sacramento, poiché evidenzia l’efficacia della parola di Dio che si attua nell’azione sacramentale, annuncia l’oggi della salvezza che si dona alla comunità celebrante.
Il contenuto dell’omelia è desunto «dal testo sacro», intendendo non solo la parola biblica che viene proclamata nelle letture o cantata nei salmi e nelle antifone; non si intende nemmeno solo la parola orante dei testi eucologici o di altri testi liturgici; accanto a questi interventi di parola si fanno comprendere nel «textus sacrus» anche i gesti e i simboli rituali, in genere il linguaggio non verbale. Se la parola di Dio assume un ruolo fondamentale nella predicazione omiletica, essa è da porre in relazione con gli altri elementi rituali del linguaggio sia verbale che non verbale: la parola di Dio interpreta i simboli e i riti e, allo stesso tempo, questi diventano un criterio interpretativo della Parola.
Diverse sono le componenti e i compiti dell’omelia, che sinteticamente possiamo racchiudere in quattro verbi: annunciare, spiegare, esortare, coinvolgere. Le prime tre dimensioni – kerygmatica, catechetica, parenetica – tendono alla dimensione mistagogica, cioè a coinvolgere e far entrare nella celebrazione del mistero. Proprio perché parte dell’azione liturgica, l’omelia si configura essa stessa come un momento celebrativo. In una corretta accezione quindi non potrà essere solo annuncio o catechesi, o ancora meno solo un’esortazione di natura morale, predicazione che potrebbe reggersi anche al di fuori di un contesto liturgico. Questi aspetti sono però compresi nell’omelia, anche se concretamente non saranno da sviluppare sempre tutti nella stessa misura, in quanto confluiscono nella prospettiva mistagogica, che conduce i fedeli nel cuore del mistero che si celebra e a una piena partecipazione all’azione liturgica, che infine confluisce in una vita modellata da quello stesso mistero.

1.2. Indicazioni dal Rito delle esequie

I Prænotanda del Rito delle esequie[11] non danno indicazioni esplicite sull’omelia, il che sorprende data l’importanza che questo intervento di parola riveste in una celebrazione esequiale. Qualche richiamo indiretto può essere ravvisato in RE 11 a proposito della parola di Dio proclamata che poi si prolunga nel discorso omiletico.

«In qualsiasi celebrazione per i defunti, sia esequiale che comune, grande importanza vien data, nello svolgimento del rito, alla lettura della parola di Dio; è infatti la parola di Dio che proclama il mistero pasquale, dona la speranza di incontrarci ancora nel regno di Dio, ravviva la pietà verso i defunti ed esorta alla testimonianza di una vita veramente cristiana».

Ciò che viene privilegiato è il dato oggettivo dell’annuncio della fede che suscita atteggiamenti quali la speranza e la testimonianza cristiana, lasciando però sottinteso qualsiasi riferimento al concreto vissuto del defunto o dei partecipanti al rito. In questa direzione sono invece puntuali le indicazioni di RE 18 a proposito del tenore complessivo della celebrazione: le attenzioni qui sollecitate suonano come opportune e coerenti anche per l’omelia, quando questa dovrà calibrare contenuti e parole pensando alla persona del defunto e dei suoi familiari, tenendo conto anche di tutti i partecipanti che potranno essere cristiani assidui o saltuari, non cristiani o anche non credenti. Riporto per intero questo prezioso testo dei Prænotanda al n. 18:

«Nel predisporre e nell’ordinare la celebrazione delle esequie, i sacerdoti tengano conto non solo della persona del defunto e delle circostanze della sua morte, ma anche del dolore dei familiari, senza dimenticare il dovere di sostenerli, con delicata carità, nelle necessità della loro vita di cristiani. Particolare interessamento dimostrino poi per coloro che in occasione dei funerali assistono alla celebrazione liturgica delle esequie o ascoltano la proclamazione del Vangelo, siano essi acattolici o anche cattolici che mai o quasi mai partecipano all’Eucaristia, o danno l’impressione di aver perduto la fede: i sacerdoti sono ministri del Vangelo di Cristo, e lo sono per tutti».

Qui l’annuncio del mistero pasquale viene posto in relazione con il contesto storico e umano in cui viene proposto, senza che nessuno ne venga escluso, anzi sottolineando il compito dei sacerdoti di annunciare il Vangelo a tutti tenendo nella debita considerazione, per quanto possibile, la condizione di ciascuno. L’annuncio della fede non va certo annacquato, ma allo stesso tempo è da rispettare la sensibilità umana, la maturità cristiana e il dolore di chi prende parte al rito esequiale. Questo tatto pastorale è richiesto nei ministri liturgici e in modo particolare nei presbiteri quando ravvivano la fede e la speranza nella risurrezione, come ricorda RE 17:

«…lo facciano però con delicatezza e con tatto, in modo che nell’esprimere la comprensione materna della Chiesa e nel recare il conforto della fede, le loro parole siano di sollievo al cristiano che crede, senza urtare l’uomo che piange».

Le Precisazioni della Conferenza Episcopale Italiana (= CEI) per la seconda edizione italiana del Rito delle esequie assumono queste attenzioni e ne suggeriscono una puntuale messa in opera sia per il rito nella sua globalità che per l’omelia in particolare, colmando la carenza dei Prænotanda generali a questo proposito. Così si esprimono le Precisazioni CEI al n. 3.

«I pastori siano premurosi nell’aiutare i fedeli a cogliere il senso profondo del funerale cristiano; (…) sappiano utilizzare con intelligenza e discrezione il momento dell’omelia per infondere consolazione e speranza cristiane e per condurre i fedeli a una più consapevole professione di fede nella risurrezione e nella vita eterna».

L’ordo riserva una rubrica esplicitamente all’omelia, dove però l’indicazione è estremamente sintetica se non addirittura carente. Così recita la rubrica in RE 70 e 76 (1a ed., nn. 63 e 69).

«Dopo il Vangelo si tenga una breve omelia, evitando però la forma e lo stile di un elogio funebre» (n. 70).

La rubrica precisa che cosa l’omelia non dovrà essere, cioè un «elogio funebre», però non chiarisce quale configurazione debba assumere in una celebrazione particolare come quella esequiale. Bisognerà quindi ricorrere alle indicazioni generali dei Prænotanda di cui ho dato ragione sopra per interpretare e applicare i criteri in prospettiva omiletica.
Se la tensione della celebrazione è quella «di rianimare nei presenti la speranza, di ravvivarne la fede nel mistero pasquale e nella risurrezione dei morti» (RE 17), anche l’omelia si inserisce in questo medesimo percorso nell’interazione con l’oggi esistenziale e rituale dei parenti del defunto e dell’intera comunità. Il «textus sacrus» da cui attinge l’omelia è costituito dalla ricchezza del testo biblico-liturgico del Rito delle esequie. In primo luogo dalla parola di Dio, che il Lezionario offre con abbondanza e varietà nelle letture bibliche sia dall’Antico che dal Nuovo Testamento; questa varietà si fa apprezzare in vista non solo di un’alternanza dei testi, ma soprattutto di un’aderenza della parola di Dio alle condizioni del defunto e della comunità. Un elemento biblico di particolare valore è costituito dai salmi, sia nel momento rituale del salmo responsoriale dopo la prima lettura biblica, sia nelle altre occasioni in cui possono essere opportunamente valorizzati quali, per esempio, le preghiere in casa del defunto, all’accoglienza del feretro in chiesa, durante le varie processioni, davanti al sepolcro.
Altra fonte per l’omelia è l’insieme dei testi liturgici costituiti sia dall’eucologia che dalle varie monizioni e inviti alla preghiera, nei riti esequiali presenti in misura notevole e con ricchezza contenutistica. Infine è da considerare parte del «testo sacro» l’insieme del linguaggio non verbale costituito da oggetti, simboli, gesti, posture, movimenti, profumi propri della celebrazione delle esequie: basti pensare alla rilevanza rituale di elementi quali la presenza del corpo del defunto in mezzo all’assemblea, il cero pasquale che vi arde accanto, l’incenso, l’acqua, i fiori, il colore liturgico, i movimenti processionali, il canto. Un complesso così ricco di contenuti e atteggiamenti della fede cristiana non potrà non essere valorizzato dall’omelia.
Un’altra sequenza rituale importante in relazione alla persona e alla vita del defunto è l’ultima raccomandazione e il commiato, dove gli adattamenti per l’edizione italiana prevedono che possa essere pronunciato un breve discorso commemorativo, secondo l’indicazione della rubrica in RE 81 e 105 (1a ed., nn. 74 e 97).

«Secondo l’opportunità, possono essere pronunciate a questo punto brevi parole di cristiano ricordo del defunto»[12].

È evidente che non si tratta di una seconda omelia, sia per la collocazione liturgica (lì nella Liturgia della Parola dopo le letture bibliche; qui al termine della celebrazione al momento dell’ultimo saluto), sia per i contenuti (lì il mistero pasquale di Cristo, seppure in riferimento alla persona del defunto; qui la persona del defunto, seppure in riferimento al mistero pasquale di Cristo).
Le Precisazioni CEI al n. 6 (1a ed., n. 22/3) offrono a questo riguardo indicazioni più puntuali: rispetto alla prima edizione viene conservata la necessità dell’approvazione da parte del Vescovo diocesano delle usanze locali e inoltre si aggiungono precise istruzioni sulle modalità del discorso[13].

«Dopo la monizione introduttiva all’ultima raccomandazione e commiato, secondo le consuetudini locali approvate dal Vescovo diocesano, possono essere aggiunte brevi parole di cristiano ricordo nei riguardi del defunto. Il testo sia precedentemente concordato e non sia pronunciato dall’ambone. Si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come pure l’esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia».

Le frasi proprie della seconda edizione intendono evidentemente correggere una prassi che non sempre aveva rispettato lo stile proprio di una celebrazione liturgica, come più di una volta i funerali di personaggi pubblici o famosi trasmessi in televisione hanno mostrato, indulgendo piuttosto allo stile proprio delle commemorazioni laiche se non addirittura dello spettacolo teatrale o televisivo.

2. Omelia versus elogio

Il Rito delle esequie, che come ogni libro liturgico indica il fondamento teologico-liturgico, la norma rituale e le attenzioni pastorali sottesi alla celebrazione stessa, indirizza ad assumere la polarità tra «memoria oggettiva» del mistero di Cristo e «ricordo soggettivo» della persona del defunto come orientamento per l’omelia e, più in generale, per la presa di parola del presidente dell’assemblea e l’ordinamento dell’intera celebrazione. I due termini non sono evidentemente equivalenti né paritari, dato che il mistero pasquale di Cristo è l’orizzonte nel quale si situa l’esistenza di ciascun cristiano e l’evento centrale di ogni azione liturgica. Più esaustivamente e più correttamente dovremmo allora dire che le esequie cristiane celebrano Cristo e il suo mistero di morte e risurrezione, che si compie nella vita e nella morte del fedele defunto. Questa polarità diventa così un percorso sul quale si costruisce l’omelia in occasione della celebrazione esequiale.
Le considerazioni che seguono intendono approfondire ulteriormente questo percorso in riferimento al contesto culturale attuale, al ministero del sacerdote (o diacono) omileta, all’intera celebrazione di cui l’omelia è parte.

2.1. Prendere sul serio la morte per annunciare la risurrezione

Un atteggiamento caratteristico della cultura attuale è quello di ignorare la morte in quanto tale[14]. Questa dimenticanza più o meno voluta investe anche i cristiani e spesso la formazione ecclesiale e la predicazione liturgica. L’ospedalizzazione della morte e l’eliminazione dei suoi segni nella società urbanizzata (nei centri abitati medio-grandi è quasi scomparso il corteo funebre, per esempio) trova un corrispettivo nella mentalità e nella pratica cristiana quando il passaggio vita-morte-risurrezione è privato della sua tappa intermedia, quando si tralascia l’anello che congiunge la vita terrena alla vita eterna per passare «alla raccomandazione del vivere buono e alla considerazione delle realtà escatologiche, ignorando però il morire in sé stesso»[15].
Parlare della morte è sconveniente, è un tema fastidioso da evitare per quanto possibile. Non è infrequente sentire in riferimento ai defunti circonlocuzioni quali: «è scomparso/a», «se n’è andato/a», «ci ha lasciato», o altre dal sentore vagamente panteistico o new-age quali: «è ritornato/a alla madre terra», «ora vola libero/a come una farfalla» e simili. Né la predicazione liturgica rimane esente da questa tendenza: pur di evitare la scomoda parola «morte» si adottano espressioni quali: «il Signore ha chiamato a sé», «si è addormentato/a nel Signore», «ha chiuso la sua giornata terrena» e simili[16]. Tali espressioni rispecchiano la fede cristiana, certo, ma se esclusivizzate corrono il rischio di anestetizzare la mentalità dei fedeli rispetto al pensiero e alla realtà della morte in quanto tale.
L’omelia in occasione dei funerali diventa il luogo privilegiato per l’annuncio del senso cristiano della morte, oltre che della vita. Paradossalmente si hanno tante parole per annunciare la morte di Gesù e si diventa muti quando si deve parlare, in termini diretti e senza scappatoie, della morte di un suo fedele.

2.2. Un evento esistenziale unico

La morte di una persona cara – familiare, parente o amico – è un evento dalla portata esistenziale unica e irripetibile, sia umanamente che nella fede: ciò che si vive per la morte di un congiunto non potrà essere uguale a nessun’altra esperienza, neanche per quella di un altro congiunto. Si tratta inoltre di una vicenda così totalizzante che comporta quasi un oscuramento delle risonanze di situazioni simili.
Un evento unico e con una tale rilevanza per le persone vicine a chi muore trova un contraltare in una serie di interlocutori costituito dagli «operatori della morte» (e spesso anche della sanità e malattia), per i quali invece il defunto è uno fra tanti: dai medici e infermieri (nel caso di malattia) agli addetti delle pompe funebri, dagli impiegati comunali agli operatori pastorali della parrocchia, quasi sempre il solo sacerdote. Se in qualche passaggio l’operatore può trattare il caso come normale routine dopo il precedente e in attesa del successivo, ciò cozza con lo stato d’animo e le aspettative di chi è colpito dall’evento-morte, colto invece nella sua unicità. Se poi si è nel contesto della parrocchia e soprattutto davanti al prete (parroco o non parroco), quando si presume che l’accoglienza e l’attenzione alla persona siano una caratteristica identitaria della parrocchia stessa, queste aspettative sono ancora più evidenti e richiedono di non andare deluse.
Tutto ciò esige da parte degli operatori pastorali, in primis dal sacerdote che accoglie i parenti del defunto e presiede la celebrazione funebre, un atteggiamento di accoglienza e partecipazione sincero e autentico, non affettato o artificiale ma neanche esagerato e quindi poco credibile. Questo atteggiamento accompagna tutti i momenti, dai primi sino ai successivi contatti con i parenti, dall’eventuale visita a casa sino alla celebrazione in chiesa e/o in cimitero. L’omelia è uno dei momenti più significativi in cui l’accoglienza e la partecipazione si esprimono, soprattutto quando la persona del defunto è conosciuta all’omileta, mentre sarebbe avvertita come inadeguata e deludente una parola generica, magari ricca degli altiora principia eppure distante dalla situazione vitale di chi ascolta.

2.3. Dal mistero pasquale di Cristo alla Pasqua del cristiano

L’omelia in occasione delle esequie si pone alla ricerca di un equilibrio per sfuggire ai due estremi, quasi caricaturali ma non troppo, dell’annuncio impersonale e dell’elogio funebre. Nel primo caso il discorso verte sui temi della morte e della fede cristiana nella risurrezione, della speranza e della vita eterna, col risultato di offrire un’omelia forse inappuntabile nei contenuti della fede, ma così generica che corre il rischio di giungere come una parola che non si incarna nella vita di chi ascolta. Nel secondo caso vi è una maggiore vicinanza alla situazione dei partecipanti e il discorso diventa specifico in riferimento al defunto, ma corre il rischio di staccarsi dalla celebrazione, dalle letture bibliche e dal mistero pasquale di Cristo, di cui ogni celebrazione liturgica è memoria, per concentrarsi su un mero ricordo, più o meno stucchevole, del caro estinto.
Se l’omelia esequiale deve sfuggire alla genericità per tenere nella debita considerazione la situazione delle persone che prendono parte al rito funebre, allora come sarà da calibrare il riferimento al defunto? I Prænotanda raccomandano che nell’insieme della celebrazione, quindi anche nell’omelia, si tenga conto «della persona del defunto e delle circostanze della sua morte» (RE 18). Non viene precisato però in che modo se ne dovrà tenere conto; sicuramente non secondo il genere letterario della laudatio, neanche quando la vita del defunto possa darne ragione, come prescrive la rubrica: «Evitando però la forma e lo stile di un elogio funebre» (RE 70 e 76).
La proclamazione della speranza cristiana costituisce la missione principale della Chiesa e il centro dell’annuncio omiletico è e rimane sempre la morte e la risurrezione di Cristo (cf. RE 11), evento al quale i cristiani partecipano nella fede e che si realizza nella loro vita e nella loro morte.

«Nella morte di ogni uomo si realizza infatti una misteriosa comunione con la Pasqua di Gesù Cristo, che risorgendo dai morti “ha distrutto la morte” (2Tm 1,10)»[17].

L’omelia in occasione delle esequie rappresenta il momento in cui l’annuncio del mistero pasquale nella sua oggettività si declina nella singolarità di una persona; rappresenta il passaggio dall’annuncio del Vangelo per tutti al rendimento di grazie per i frutti del Vangelo nella vita del defunto. Cioè ha il compito di leggere la vita di una singola persona nella luce della fede e nella prospettiva della speranza cristiana fondata sulla morte e risurrezione di Cristo.
I Vescovi tedeschi sono intervenuti più volte con diversi documenti pastorali sulle esequie, da cui riprendiamo alcune attenzioni relativamente all’omelia. Il documento La cura per i morti[18] suggerisce al n. 4.2. che «si parli anche della vita del defunto (…) a partire dalla fede».

«La speranza dei cristiani costituisce il cuore delle celebrazioni funebri della Chiesa. Di ciò deve rendere testimonianza tutta la celebrazione liturgica, soprattutto le letture liturgiche e l’omelia. Ma essa deve tener conto anche della situazione del defunto, dei congiunti e dei presenti. È auspicabile che nell’omelia si parli anche della vita del defunto, dato che altrimenti si corre il rischio di abbandonarsi alla routine o che la liturgia venga vissuta come tale. La presentazione e l’interpretazione della biografia del defunto a partire dalla fede richiede naturalmente che il defunto sia stato personalmente conosciuto dal predicatore o che la sua vita gli sia stata descritta dai parenti».

Un successivo documento, Seppellire i morti e consolare gli afflitti[19], aggiunge al citato n. 4.2. qualche ulteriore elemento riguardo il ricordo del defunto: la lettura della sua vita nella fede è una testimonianza e una lode a Dio.

«L’omelia della celebrazione funebre può contenere elementi di lode di Dio come ringraziamento per ciò che egli ha operato nella vita della persona defunta. L’omelia non può e non deve comprendere l’intero annuncio, ma essere una testimonianza di fede che sottolinea certi aspetti in base alla situazione concreta. In ogni celebrazione e omelia esequiale deve emergere la partecipazione umana e la compassione».

Il passaggio dall’oggettivo del mistero di Cristo al soggettivo del mistero attuato nel credente comporta, quindi, non una laudatio del defunto, ma una benedictio di Dio per ciò che egli ha operato in lui[20]. Appare evidente la diversità delle due prospettive, come sono anche evidenti le difficoltà che nella prassi si possono riscontrare:

– anzitutto è necessario aver conosciuto il defunto o perlomeno sapere alcuni dati essenziali della sua persona e della sua vita;

– dalla conduzione dell’omelia deve poter apparire chiaro che non si sta compiendo un elogio della persona, ma una lode a Dio per i doni che gli ha elargito e per come la Parola ha operato nella sua vita;

– è necessario conservare pudore ed equilibrio per parlare di una vita di cui solo il Signore sarà giudice, per evitare canonizzazioni premature o, nel caso di fatti non propriamente esemplari di cui i presenti sono a conoscenza, inopportune parole di condanna o al contrario elogi indebiti ed evidentemente poco plausibili e ancor meno credibili;

– un ancora maggiore riguardo è richiesto per le persone notoriamente lontane dalla fede o dalla comunità ecclesiale, ancorché battezzate e per le quali si richiede il funerale cristiano, dove la parola omiletica saprà armonizzare verità e rispetto in una lettura nella fede della vita del defunto e nell’annuncio dell’amore di Dio per ogni persona.

Di particolare importanza risulta in questo contesto la scelta dei testi liturgici e soprattutto delle letture bibliche, che non saranno un semplice pretesto per parlare del defunto, ma la luce per mostrare come la parola di Dio dona il senso e imprime la direzione alla vita umana.
Alla base di queste prospettive vi è la convinzione che Dio opera in tutti i suoi figli in modo visibile ma anche invisibile per gli occhi umani, che egli solo è giudice e conosce sino in fondo il cuore di ogni uomo e ogni donna. L’omelia esequiale ha il compito di considerare e contemperare tutti questi aspetti, dove il mistero della vita e della morte partecipa al mistero della Pasqua del Signore. Questa partecipazione è riconosciuta in sommo grado nei martiri e nei santi che la Chiesa propone al culto dei fedeli, come afferma con chiarezza SC 104:

«Nel giorno natalizio dei santi, infatti, la Chiesa predica il mistero pasquale nei santi che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati».

In realtà questo avviene, pur con differente gradazione e intensità, in ciascun fedele, dato che in ciò consiste il cuore dell’esistenza cristiana: essere uniti al Signore in vita e in morte, perché il Cristo morto e risorto si manifesti nella vita e nella morte dei suoi discepoli (cf. Rm 14,7-9; Fil 1,20). Ancora una volta è da ribadire che l’omelia esequiale non può e non deve tradursi nel panerigirico di un santo come in una prematura canonizzazione, né deve tacere che la vita di ogni cristiano, anche di coloro che testimoniano una particolare comunione con il Signore, fa sempre i conti con il mistero del peccato; pur con questa consapevolezza, si è anche certi, adottando le parole di Paolo, che «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (Fil 1,20).
A conclusione di questo paragrafo il titolo andrebbe ripreso, completato ed esplicitato come segue: «Dal mistero pasquale di Cristo alla Pasqua del cristiano, ovvero: la morte del cristiano è la sua Pasqua inserita nella morte e risurrezione di Cristo».

2.4. Ministro del Vangelo e della consolazione

Il sacerdote che presiede la celebrazione delle esequie è chiamato «educatore della fede e ministro del conforto cristiano» (RE 16)[21]. Il suo compito è distinto nella duplice funzione pedagogica e consolante, che di per sé non corrispondono alla polarità oggettiva-soggettiva del mistero pasquale di cui si è parlato nel paragrafo precedente. Il sacerdote è infatti educatore e ministro di consolazione sia quando annuncia la morte e risurrezione di Cristo, sia quando mostra che queste si compiono nel defunto.
Egli è «educatore della fede» in quanto annuncia i contenuti della fede cristiana e li legge in rapporto alla celebrazione liturgica e alle persone che ne sono coinvolte: non in un annuncio asettico, ma incarnato nella storia della comunità che presiede e significativo per le persone che vi partecipano; non in un annuncio atemporale, ma porgendo la parola di Dio che è viva e attuale per le persone che l’accolgono. Allo stesso tempo il sacerdote è «ministro del conforto cristiano» in quanto l’annuncio della fede tocca nel profondo le motivazioni della vita e, quando accolto totalmente o almeno come domanda che mette in discussione, è fonte di consolazione. Il rischio che qui si corre è quello di abbassare il livello a una consolazione epidermica, che tocchi solo le corde del sentimento senza andare alle ragioni più autentiche della fede e della speranza cristiana e senza giungere al senso più profondo della vita umana.
Il compito del sacerdote in rapporto all’assemblea liturgica, in particolare ai parenti del defunto, è quindi quello di porgere le ragioni della speranza, anche in modo interlocutorio con la sofferenza e le difficoltà che il lutto porta con violenza alla ribalta, e di guidare ad accogliere le ragioni della fede per conformarvi una vita che trovi un senso nella speranza cristiana. Un rischio che si intravede è che i codici linguistici dell’educazione e del conforto si trasformino nella deriva semplicistica di un codice «“esortativo” o addirittura “ricattatorio”, in quando adopera il tema della morte come “ricatto”, appunto, per invitare a vivere bene la vita», oppure di un codice “consolatorio”, che «trasmette l’immagine della religione come unica parola di fronte al dramma che la morte propone»[22].

2.5. Nel contesto della celebrazione liturgica

In quanto atto liturgico, l’omelia è da considerare nel contesto dell’intera celebrazione. Di conseguenza va liberata dal peso di dover da sola trasmettere tutti i contenuti del rito stesso, che invece condivide con gli altri interventi linguistici verbali e non verbali. L’insieme dei ritus et preces non costituisce soltanto il textus sacrus da cui l’omelia attinge, ma è nel complesso e nei suoi singoli elementi annuncio e attuazione del mistero che celebra. Non solo quindi la parola omiletica prolungherà quei gesti e quelle altre parole in un riferimento puntuale, ma sarà anche attenta a lasciarli parlare da sé senza soffocarli in un verbalismo esasperato. Volendo esemplificare: il cero pasquale potrà esprimere la sua forza simbolica più in sé e con un breve richiamo evocativo piuttosto che un lungo e articolato discorso esplicativo. La parola parlata ha questa duplice possibilità: evocare e comunicare, oppure dire troppo e soffocare la comunicazione. Alla capacità dell’omileta spetta l’onere di armonizzare in modo coerente tutti i codici comunicativi verbali e non verbali.
Riguardo gli interventi di parola occorre tenere presente che l’omelia non è l’unico che possa compiersi con una certa libertà, ma vanno considerate anche le monizioni e la preghiera dei fedeli.
Le monizioni possono essere libere oppure secondo un testo stabilito, che però può essere adattato. Sono previste le seguenti monizioni libere (ci limitiamo alle esequie degli adulti in casa e in chiesa, tralasciando la celebrazione nella cappella del cimitero, cf. RE capitoli I-III):

– RE 37 (cf. 1a ed., n. 32): Veglia in casa del defunto, «breve esortazione» dopo la lettura biblica;

– RE 75 (= 1a ed., n. 68): Celebrazione esequiale nella Liturgia della Parola, «breve monizione» iniziale; questa monizione si sottintende anche nella Messa, secondo le norme che regolano la celebrazione eucaristica;

– RE 81 (cf. 1a ed., n. 74): «brevi parole di cristiano ricordo del defunto» all’Ultima raccomandazione e commiato.

Le monizioni che possono essere adattate sono le seguenti:

– RE *33 (cf. 1a ed., n. 29): Veglia in casa del defunto, monizione iniziale;

– RE 44: Preghiera alla chiusura della bara, monizione iniziale;

– RE 47 (= 1a ed., n. 40): Accoglienza del feretro in chiesa, saluto ai familiari e ai presenti con «parole di fraterna comprensione che rechino loro il conforto della fede cristiana»;

– RE 56 (= 1a ed., n. 49): Celebrazione delle esequie nella casa del defunto, saluto ai familiari e ai presenti con «parole di fraterna comprensione che rechino loro il conforto della fede cristiana»; cf. RE, n. 64 (= 1a ed., n. 57): Celebrazione delle esequie in chiesa, quando il sacerdote «accoglie il feretro alla porta della chiesa» con «un fraterno saluto ai presenti»;

– RE 80 (= 1a ed., n. 73): all’Ultima raccomandazione e commiato il sacerdote «propone un’esortazione»;

– RE 97: Al sepolcro, monizione introduttiva del sacerdote alla professione di fede.

A queste monizioni che possono essere adattate si aggiungano quelle proprie della seconda edizione italiana in occasione di esequie in caso di cremazione (RE Appendice prima, nn. 165-191).
La seconda edizione italiana prevede la possibilità di una Visita alla famiglia da parte del parroco o di un altro sacerdote o di un diacono o di un ministro laico (RE 26-29). In questa occasione la rubrica di RE 26 raccomanda «un cordiale colloquio» con i familiari che, seppure al di fuori del momento propriamente orante e celebrativo, costituisce un importante presupposto per la stessa celebrazione liturgica.

«Prima di dedicare un congruo spazio alla preghiera, il sacerdote, il diacono, o il ministro laico condividano il dolore attraverso un cordiale colloquio e un sincero e affettuoso ascolto dei familiari colpiti dal lutto. È anche un’occasione per conoscere le gioie, le sofferenze e le speranze della persona defunta, in vista di un corretto e personalizzato ricordo durante la celebrazione della veglia e delle esequie. In questo contesto di fraterno colloquio è possibile e opportuno preparare con i familiari la celebrazione dei vari riti esequiali».

La preghiera dei fedeli, infine, costituisce un altro importante intervento di parola dove il riferimento alla vita del defunto e alla concreta situazione dei partecipanti alla celebrazione può essere tenuta presente e opportunamente valorizzata (cf. RE 39, 71, 77; = 1a ed., rispettivamente nn. 34, 64, 70). Le norme generali sulla preghiera dei fedeli secondo il Messale Romano, cioè che le singole intenzioni siano formulate «con sapiente libertà»[23], sono essenzialmente riprese dalla rubrica di RE 39: «Si propongono, in tutto o in parte, le seguenti invocazioni, o altre simili».
Le Precisazioni CEI al n. 5 richiamano ancora le norme generali con la preoccupazione di arginare uno stile di formulazione non sempre appropriato e coerente con la natura stessa della preghiera dei fedeli.

«Il sacerdote abbia cura che la preghiera universale o dei fedeli sia conforme alla natura e alla forma propria di questo testo (cf. Introduzione all’Orazionale per la preghiera dei fedeli), evitando che vengano introdotte espressioni improprie e improvvisazioni».

I formulari proposti come modello per la preghiera dei fedeli (cf. RE 209-213) sono arricchiti di nuovi testi composti per la seconda edizione italiana del Rituale e prevedono un’abbondante varietà anche in riferimento alle diverse categorie di persone (sacerdote, religioso, consacrata, madre, padre, persona anziana, giovane).

3. Se non elogio, ricordo o memoria?

L’introduzione a queste pagine assumeva come punto di partenza il binomio memoria-ricordo per riferire al primo termine l’oggettività dell’evento fondativo di ogni celebrazione liturgica, e quindi anche delle esequie, cioè del mistero pasquale di Cristo; al secondo termine, invece, si associava la dimensione soggettiva che riguarda la persona del defunto. Risulta chiaro che l’omelia esequiale non potrà essere un elogio, e le considerazioni sin qui proposte rendono ragione della rubrica di RE 70 e 76, che esplicitamente lo esclude.
In conclusione si argomenta se il binomio memoria-ricordo non possa sintetizzarsi nell’impegnativa categoria di memoria, dopo aver precisato le debite distinzioni. Come più volte ricordato e ribadito, ogni celebrazione liturgica è memoriale dell’evento cardine della salvezza, cioè della morte e risurrezione di Cristo; parliamo di «memoriale» nel senso di annuncio-attuazione-profezia nella pregnanza che la teologia liturgica gli riconosce. Nelle esequie cristiane il mistero pasquale è celebrato in riferimento al fedele di Cristo che nella morte si congiunge al suo Signore per condividerne anche la risurrezione: ciò di cui si fa memoria è ancora una volta la Pasqua del Signore, ma in quanto abbraccia e coinvolge la persona del defunto. Il riferimento a questi non può essere un semplice ricordo come in una mera commemorazione, ma deve poter lodare Dio per ciò che egli stesso ha operato nel suo fedele, cioè deve poter essere una memoria dei mirabilia Dei nella vita del cristiano che ora è morto, per il quale si eleva una lode e un rendimento di grazie a Dio. Vanno evitati facili e superficiali ottimismi, come se la vita umana non debba fare i conti con la debolezza creaturale e con il mistero del peccato. Certo, questo non potrà essere ignorato nel richiamo alla penitenza e alla richiesta di perdono per i vivi e per i defunti accanto all’esigenza di una continua conversione; né tuttavia potrà essere tralasciato il valore della speranza cristiana, che dona la certezza che quanto è seminato in Cristo porta frutti per la vita eterna.
La celebrazione esequiale, e quindi anche l’omelia, è memoria del dono di Dio nella storia dell’uomo e della donna che oggi muore, profezia di un dono che, trasfigurato, permane per la vita eterna.

«Ciò che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà l’incorruttibilità; resterà la carità coi suoi frutti, e sarà liberata dalla schiavitù della vanità tutta quella realtà che Dio ha creato appunto per l’uomo» (Gaudium et spes, n. 39).


[1] P. Vibert, Preparare e celebrare i funerali in parrocchia e in famiglia, LDC, Leumann (TO) 2000; Id., Celebrare i funerali con persone lontane dalla Chiesa, LDC, Leumann (TO) 2003.

[2] R. Laurita, Omelie per le esequie, EMP, Padova 2011.

[3] Cf. G. Genero, Predicabili: dopo il Vaticano II, in M. Sodi - A.M. Triacca (edd.), Dizionario di omiletica, LDC - Velar, Leumann (TO) - Gorle (BG) 1998, pp. 1177-1180; G. Piccinno, Tipologie e uso dei sussidi per l’omelia, in «Rivista Liturgica» 95 (2008) 1068-1073.

[4] Si veda solo a titolo di esempio: per «un bambino di pochi giorni o pochi mesi» (p. 18) o «di pochi anni» (p. 23); per «una madre con bambini piccoli» (p. 38); per «due sposi che muoiono insieme» (p. 45); per una morte per incidente (pp. 65, 69); per «una persona significativa per la comunità civile» (p. 92); o «per la comunità parrocchiale» (p. 106); per «un collaboratore diretto della pastorale» (p. 127); per «uno sportivo» (p. 98) o per «un artista» (p. 102); per «uno straniero» (p. 142); «per chi ha scelto la cremazione» (p. 152).

[5] Vibert, Preparare e celebrare i funerali, cit., pp. 10-12.

[6] Cf. Editoriale, in «Rivista Liturgica» 93 (2006) 835.

[7] Ibid., p. 832.

[8] P. Sartor, La «presa di parola» nelle esequie. Situazione, opportunità, indicazioni, in «Rivista Liturgica» 93 (2006) 895-903, che in parte riprende un suo precedente studio: La morte nella predicazione liturgica. Appunti per una verifica della pratica dell’omelia nelle esequie e nella Messa festiva, in «Ambrosius» 79 (2003) 175-190.

[9] Così come Sartor intitola l’ultimo paragrafo del suo citato studio alle pp. 902-903.

[10] Il testo cita in nota il passo già richiamato di SC 52 e l’Istruzione Inter œcumenici n. 54, che nella seconda parte riprende alla lettera; cf. anche i Prænotanda dell’Ordo Lectionum Missæ al n. 24.

[11] Rituale Romano riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI, Rito delle esequie, II ed., LEV, Città del Vaticano 2011 (RE), la numerazione si riferirà a questa seconda edizione, l’eventuale diversa numerazione della prima edizione sarà segnalata volta per volta.

[12] La rubrica era leggermente diversa nella 1a edizione, che prevedeva tra l’altro l’approvazione dell’Ordinario del luogo: «Secondo le consuetudini locali, approvate dall’Ordinario del luogo, possono essere pronunciate, a questo punto, parole di cristiano commento nei riguardi del defunto».

[13] Oltre ad alcune varianti di poco conto che non vengono qui rilevate, le aggiunte proprie della seconda edizione sono, invece, segnalate con il carattere in corsivo.

[14] Cf. Sartor, La morte nella predicazione liturgica, cit., pp. 175-190.

[15] Ibid., p. 176.

[16] Si tratta di impressioni empiriche non suffragate da indagini e ricerche scientifiche sulla predicazione. Non è compito del presente studio, ma sarebbe interessante una verifica nel Rito delle esequie riguardo l’uso del campo semantico «morte» riferito al defunto in confronto con le altre espressioni che la indicano.

[17] RE, Presentazione CEI, n. 1.

[18] Die deutschen Bischöfe, Unsere Sorge um die Toten und die Hinterbliebenen. Bestattungskultur und Begleitung von Trauernden aus christlicher Sicht (22 novembre 1994), Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz, Bonn 1994; tr. it. in «Il Regno Documenti» 40 (1995) 135-154.

[19] Die deutschen Bischöfe, Tote begraben und Trauernde trösten. Bestattungskultur im Wandel aus katholischer Sicht (20 giugno 2005), Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz, Bonn 2005; tr. it. in «Il Regno Documenti» 51 (2006) 91-107.

[20] Cf. C. Biscontin, Introduzione, in Laurita, Omelie per le esequie, cit., pp. 11-12: domandandosi «se si debba oppure no parlare del defunto nell’omelia delle esequie» e volendo «evitare che l’omelia cada in discorsi insinceri di esaltazione del defunto» (p. 11), Biscontin giunge a concludere che «se l’omelia deve avere un riferimento a una storia santa che è in atto e in cui siamo coinvolti, non si deve escludere, anzi pare proprio necessario, un tentativo di lettura nella fede della vicenda umana del defunto, per coglierne, appunto, il senso storico-salvifico, dirigendo l’attenzione verso l’azione di Dio e della sua grazia» (p. 12).

[21] Cf. F. Di Molfetta, Esequie, in Sodi - Triacca (edd.), Dizionario di omiletica, cit., pp. 489-491.

[22] Sartor, La morte nella predicazione liturgica, cit., p. 187.

[23] Ordinamento generale del Messale Romano, n. 71: «Le intenzioni che vengono proposte siano sobrie, formulate con una sapiente libertà e con poche parole, ed esprimano le intenzioni di tutta la comunità».


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