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ELiber: E-book Religiosi e Testi Sacri
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LA PAROLA DI DIO CELEBRATA. DALLA SACROSANCTUM CONCILIUM ALLA VERBUM DOMINI
Matias Augé

Dal Vaticano II fino ad oggi, la parola di Dio nella celebrazione liturgica, in particolare nella celebrazione eucaristica, è stata oggetto di una particolare attenzione sia dal magistero ecclesiale che dagli studiosi. Qui ci soffermiamo sull’analisi dei documenti magisteriali. Dalle Costituzioni Sacrosanctum Concilium e Dei Verbum del Vaticano II fino all’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini di Benedetto XVI c’è un progressivo svilupparsi di una dottrina e di una proposta pastorale che trova appunto nella Verbum Domini una sua autorevole conferma e direi anche un vero progresso o arricchimento[1].
Le prime tre parti di queste pagine elaborano una sintesi degli elementi dottrinali più rilevanti sul rapporto tra la parola di Dio e la celebrazione liturgica secondo il Vaticano II e i documenti più significativi che hanno accompagnato la successiva riforma liturgica fino alle conferme nonché novità che sull’argomento troviamo nel magistero di Benedetto XVI, in particolare nella Verbum Domini. La quarta parte del lavoro è dedicata alle conseguenze pastorali per la celebrazione che emergono dalla suddetta dottrina secondo i documenti magisteriali citati.
Sul rapporto tra parola di Dio e celebrazione liturgica, i documenti del Vaticano II, in particolare Sacrosanctum Concilium e Dei Verbum, ma non solo queste, propongono due principi generali e fondamentali: la presenza di Dio e di Cristo nella sacra Scrittura, quando essa è proclamata al popolo, e l’intima connessione esistente tra la parola di Dio e la celebrazione sacramentale; in questo contesto, nella celebrazione eucaristica si parla della «duplice mensa». Nei documenti, in particolare in quelli più recenti, emerge un terzo principio: la parola di Dio celebrata è un evento di grazia, un evento sacramentale.

1. La presenza di Cristo nella Parola proclamata

Sulla presenza di Cristo nella Parola celebrata si è espresso il Vaticano II con queste parole:

«Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, specialmente nelle azioni liturgiche (...) È presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura»[2].

L’affermazione è completata da un’altra frase della stessa Costituzione:

«Nella liturgia, Dio parla al suo popolo e Cristo annuncia ancora il Vangelo. Il popolo a sua volta risponde a Dio con i canti e con la preghiera» (SC 33).

Con parole simili si esprime Eucharisticum Mysterium al n. 9. Da parte sua, l’Istruzione Liturgicae Instaurationes, al n. 2, riprendendo concetti presenti in SC 7 e 33, afferma:

«…i libri della divina Scrittura godono di particolare dignità; è Dio che in essi parla al suo popolo, ed è Cristo, presente nella sua parola, che annuncia il Vangelo».

In questi testi si accenna al primato della presenza di Cristo nella proclamazione del Vangelo, «culmine della Liturgia della Parola» (OLM 13). Cristo è la Parola, partendo dalla quale si può leggere e interpretare ciò che l’ha preceduto e ciò che lo segue:

«A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche del Nuovo Testamento, i Vangeli a buon diritto superano tutte, in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro salvatore» (DV 18).

La dottrina sulla presenza di Cristo nella Parola proclamata viene ripresa, poi, con diverse modalità e sottolineature, da altri documenti[3].
La Costituzione sulla sacra liturgia fa riferimento solo alla proclamazione della parola di Dio nella liturgia e, in particolare alla proclamazione del Vangelo, come parola di Cristo. La LG 21 e AG 9 affermano questa forma di presenza anche nel ministero dei vescovi e nell’azione evangelizzatrice della Chiesa. Dottrina ripresa poi dai documenti postconciliari. Così, ad esempio, secondo EM 55, Cristo è presente nella sua Parola, non solo quando viene letta ma anche quando viene «spiegata la Scrittura». In questo modo, viene ripreso un concetto introdotto all’ultimo momento nello schema De sacra liturgia inviato per l’esame in aula conciliare, concetto cancellato poi a richiesta di alcuni padri[4].
Sul fondamento e la natura della presenza di Cristo nella Parola proclamata nell’ambito della celebrazione liturgica, i documenti del Vaticano II e quelli posteriori offrono alcuni spunti illuminanti. La presenza di Cristo nella proclamazione liturgica della Parola si basa anzitutto nelle parole stesse della Scrittura, nella quale la Chiesa ritrova «la parola di Dio affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli» (DV 9; cf. DV 11, 17, 21). Nella sacra Scrittura si è verificata una specie di incarnazione di colui che è la Parola del Padre rivelata agli uomini. Perciò, come dice san Girolamo, «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (cit. da DV 25).
Sulla natura di questa presenza di Cristo nella Parola celebrata, Mysterium Fidei, ricordando i vari modi citati da SC 7 secondo i quali Cristo è presente nella sua Chiesa, nota che nell’Eucaristia «tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente»; parole riprese in seguito in CCC 1374. Quindi la presenza di Cristo nella Parola proclamata è reale. Da parte sua, la presenza eucaristica di Cristo è dichiarata reale «per antonomasia», in quanto è presenza «sostanziale» del corpo e del sangue di Cristo. Il termine «sostanziale» cerca di indicare la consistenza della presenza personale di Cristo nell’Eucaristia: non si tratta semplicemente di una “figura”, capace di “significare” e di stimolare la mente a pensare a Cristo, presente in realtà in un altro luogo, in cielo; né di un semplice “segno”, attraverso il quale ci viene offerta la “virtù salvifica” – la grazia –, che proviene da Cristo. L’Eucaristia, invece, è una presenza oggettiva dell’essere-in-sé (sul piano della spiegazione metafisica della transustanziazione) del corpo e del sangue di Cristo, vale a dire, della sua umanità tutta intera – inseparabilmente unita alla divinità attraverso l’unione ipostatica –, anche se velata dalle «specie» o apparenze del pane e del vino.
Per quanto concerne la natura della presenza di Cristo nella sua Parola, i documenti magisteriali, mentre assicurano che tale presenza è «reale», non danno nessuna ragione del perché essa sia reale. Vi troviamo però alcuni elementi da non trascurare. Bisogna notare anzitutto che i documenti che parlano della presenza di Cristo nella Parola hanno in comune l’affermazione che una presenza personale di Cristo nella comunità si verifica in occasione della proclamazione della Parola nella celebrazione liturgica. La Parola scritta esiste come documento; la Parola proclamata nell’assemblea esiste come Parola relazionale, Parola viva, poiché nel momento in cui esce dalla bocca di Dio, grazie al ministero del lettore, giunge agli orecchi e al cuore del popolo radunato. OLM 4 afferma che in questa Parola «è presente il Cristo, che attuando il suo mistero di salvezza, santifica gli uomini e rende al Padre un culto perfetto» («in verbo suo Christus praesens adest, qui salutis exsequens mysterium, homines sanctificat et Patri cultum tribuit perfectum»). Come afferma S. Marsili,

«qui l’affermazione della presenza di Cristo acquista forza e va alle radici, perché la Parola stessa è pensata come momento di attuazione, nella liturgia, del mistero di Cristo»[5].

Ciò avviene in proporzione della fede con cui la Parola è accolta, il che significa una realtà di presenza di Cristo diversa ma non minore di quella che produce in noi la comunione eucaristica. Qui c’è un cenno alla sacramentalità della Parola, di cui ci occupiamo più avanti.
Da questa dottrina procede l’analogo, ma diverso approccio con cui la Chiesa si avvicina alla Parola e all’Eucaristia. La Dei Verbum sottolinea il legame tra la Parola e l’Eucaristia adoperando sia per l’una che per l’altra lo stesso verbo «venerare»: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore» (DV 21). Il Lezionario della Messa afferma, come fa anche la Verbum Domini, che alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa tributa la stessa «venerazione», ma aggiunge precisando maggiormente il concetto: «…anche se non lo stesso culto» (OLM 10: «Dei verbum et eucharisticum mysterium eadem veneratione etsi non eodem cultu»). Quando in seguito si parla dei riti che accompagnano la proclamazione del Vangelo, si adopera sempre il sostantivo «venerazione».

2. Dalla Parola proclamata alla celebrazione sacramentale

Diversi documenti del Vaticano II, parlando dell’Eucaristia, adoperano l’espressione «duplice mensa» della Parola e del sacramento. «I fedeli (...) siano istruiti nella parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore» (SC 48); «Affinché la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza» (SC 51); «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore; non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo» (DV 21); «I fedeli si nutrono della parola di Dio alla duplice mensa della sacra Scrittura e dell’Eucaristia» (PO 18); «I membri degli istituti (religiosi) (...) nutriti alla mensa della divina legge e del sacro altare» («in mensa divinae legis et sacri altaris refecti») (PC 6).
I documenti promulgati dopo il Vaticano II riprendono queste espressioni con diverse sfumature fino a SCa 44 che, riproducendo un testo della Propositio 18[6] dei padri sinodali, afferma: «Dalle due mense della parola di Dio e del corpo di Cristo la Chiesa riceve e offre ai fedeli il pane di vita». Ecco quindi che sia la Parola che l’Eucaristia offrono lo stesso pane di vita (cf. DV 21).
Non c’è dubbio che al centro del rapporto tra la parola di Dio e i sacramenti sta l’Eucaristia, tuttavia «è bene sottolineare l’importanza della sacra Scrittura anche negli altri sacramenti» (VD 61). L’importanza della Parola nell’azione liturgica è così rilevante che non è concepibile un’azione sacramentale senza che alla liturgia del sacramento sia premessa la Liturgia della Parola. La Liturgia della Parola però non è da considerarsi come una specie di prologo o un fuori programma in attesa della liturgia del sacramento. Per quanto riguarda l’Eucaristia, la Costituzione liturgica dice: «La Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica, sono congiunte tra loro così strettamente da formare un solo atto di culto» (SC 56; OGMR 28). Non sono quindi due parti che si succedono o si aggiungono materialmente, ma sono intrinsecamente unite per l’unitarietà del mistero (Cristo parola e pane di vita) che si sviluppa sul piano rituale. Va da sé, quindi, che una parte non deve essere valorizzata a scapito dell’altra.
La celebrazione dei sacramenti è stata sempre vista in intimo rapporto con la parola di Dio. Questo rapporto è stato sancito dal magistero solenne del Vaticano II e sottolineato nei nuovi libri liturgici promulgati in seguito all’assise conciliare. Per quanto riguarda l’Eucaristia, oltre a quanto detto sopra, possiamo citare OLM 10 che parla dell’«intimo nesso della parola di Dio con il mistero eucaristico». Recentemente, Benedetto XVI ha ribadito la stessa dottrina in VD 55:

«Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la parola di Dio si fa carne sacramentalmente nell’evento eucaristico».

Per quanto concerne il rapporto tra la parola di Dio e il Battesimo, PO 4 è particolarmente interessante sul piano terminologico: ciò che viene detto dell’annuncio della parola di Dio è detto anche del Battesimo: «ha inizio» e «cresce» la comunità dei fedeli. Da parte sua, LG 28 insegna che i fedeli vengono «generati spiritualmente col Battesimo e con l’insegnamento».
Se vogliamo dare una solida base a questo ritrovato nesso tra Parola e sacramento, bisogna interpretarlo nel contesto della storia della salvezza, che è storia dell’autocomunicazione di Dio all’uomo mediante «eventi e parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole proclamano le opere e illuminano il mistero in esse contenuto» (DV 2). Bisogna quindi evitare due pericoli: quanto alla Parola, essa non deve essere ridotta a una semplice formula stereotipata (la cosiddetta formula sacramentale degli Scolastici), ma deve proclamare i fatti stessi contenuti nell’economia divina della salvezza; quanto al sacramento, esso non deve essere staccato dall’evento salvifico, ma deve essere celebrato come memoria (anamnesi) dell’evento della salvezza, reso presente ed efficace attraverso l’invocazione (epiclesi) dello Spirito, e come anticipazione (prognosi) del suo compimento escatologico.
Tra le norme derivanti dalla natura didattica e pastorale della liturgia, SC 35 determina che nelle celebrazioni la lettura della sacra Scrittura sia più abbondante, più varia e più adatta; vuole inoltre che si promuova la sacra celebrazione della parola di Dio in determinate circostanze, soprattutto nei luoghi dove manca il sacerdote. In seguito, IOe 37-39 stabilisce alcuni criteri (ripresi poi da altri documenti) per l’applicazione pratica di questa sacra celebrazione della Parola e invita le commissioni liturgiche diocesane a preparare sussidi opportuni al degno e religioso svolgimento di tali celebrazioni. La Liturgia della Parola appare quindi come una realtà che ha un valore e una consistenza proprie, non come una semplice preparazione alla liturgia sacramentale.

3. La Parola celebrata come evento sacramentale

Anche se questo aspetto è studiato da un apposito contributo presente in questo fascicolo, ne parliamo, nei limiti che ci siamo prefissi, come logica conclusione del progressivo svilupparsi di una dottrina e di una proposta pastorale che, come dicevamo all’inizio di queste pagine, trova appunto nella Verbum Domini una sua autorevole conferma. Ci limitiamo a sottolineare la progressiva presa di coscienza della sacramentalità della Parola celebrata così come viene testimoniata dai documenti magisteriali più rilevanti pubblicati dopo il Vaticano II.
I pochi elementi della dottrina del Vaticano II, che abbiamo evocato brevemente, sono stati, poi, ripresi e approfonditi dai documenti postconciliari, in modo particolare dall’Ordinamento generale del Messale Romano e dalle Premesse all’OLM. Ci soffermiamo qui soltanto sul contenuto di quest’ultimo documento nell’edizione del 1981. Gli arricchimenti dottrinali principali del Lezionario, in rapporto a quanto abbiamo visto insegna il Vaticano II, sono i seguenti: la celebrazione liturgica non solo è un’azione unitaria formata da Parola e sacramento, ma «poggia fondamentalmente sulla parola di Dio e da essa prende forza» (OLM 3; cf. n. 9); Cristo non solo è presente nella sua Parola, ma «attuando il suo mistero di salvezza, santifica gli uomini e rende al Padre un culto perfetto» (OLM 4). Un’altra importante novità, poi, del Lezionario è il rilievo dato al ruolo dello Spirito Santo: la parola di Dio annunciata nella liturgia «è viva ed efficace per la potenza dello Spirito Santo» (OLM 4), e «rende efficace la risposta, in modo che ciò che si ascolta nell’azione liturgica si attui poi anche nella vita» (OLM 6; n. 9). Parlando, poi, dell’omelia, si afferma che essa «alimenta la fede dei presenti per ciò che riguarda quella Parola che nella celebrazione, sotto l’azione dello Spirito Santo, si fa sacramento» (OLM 41). Possiamo vedere in queste affermazioni una felice analogia con le epiclesi consacratoria e di comunione della preghiera eucaristica.
Abbiamo visto che l’Ordo lectionum Missae parla esplicitamente della “sacramentalità” della Parola, ma non approfondisce il “fondamento” di questa sacramentalità[7]. In ogni modo, la Parola è considerata momento di attuazione, nella liturgia, del mistero di Cristo. Sulla stessa linea si dice che la parola di Dio è comunicazione della salvezza, in quanto proclamazione efficace dell’economia divina; e infine si aggiunge che la Parola, resa efficacemente salvifica dalla potenza dello Spirito Santo, è rivelazione dell’amore operante del Padre. Come si vede, la presenza di Cristo nella Parola è vista come presenza personale-dinamica in chiara dimensione misterica. La ritualità che accompagna la Liturgia della Parola, soprattutto la proclamazione del Vangelo, descritta minuziosamente dal Lezionario, ha anche la sua importanza; notiamo, tra l’altro, che alla fine della lettura evangelica il ministro bacia il libro e dice: «La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati» («Per evangelica dicta deleantur nostra delicta»); con queste parole viene chiaramente affermata la dimensione salvifica della parola evangelica.
La parola di Dio che la Chiesa ha il compito di recare al mondo non può limitarsi a un semplice insegnamento dottrinale e morale. Essa non può nemmeno culminare nella predicazione. Per se stessa, la parola di Dio tende a diventare un fatto della nostra vita, nel quale si realizza un incontro con la vita stessa di Dio. Questo fatto divino che si inserisce in noi impadronendosi del nostro agire, è precisamente il sacramento. La missione che Cristo ha affidato alla Chiesa è contemporaneamente una missione di annuncio e di attualizzazione sacramentale del mistero della salvezza:

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,15-16).

Pochi anni dopo la celebrazione del Vaticano II, negli anni ‘70, sono diversi gli autori che hanno approfondito e messo in rilievo la dimensione sacramentale della parola di Dio[8]. Ciononostante, possiamo affermare che nella ricezione postconciliare permane ancora in qualche modo una certa separazione tra sacramento e Parola, cioè la concezione che il sacramento dona la grazia mentre la Parola biblica dona la dottrina, che il sacramento è efficace mentre la Parola può solo preparare al sacramento oltre che insegnare. Ma se la parola di Dio non è vissuta nell’economia salvifica fino a essere accolta come realtà sacramentale, come trasmissione di potenza spirituale e di grazia – e non solo come comunicazione di verità, di precetto e di dottrina –, rischia di restare sempre parola su Dio, configurandosi soltanto come un preludio alla celebrazione del sacramento[9].
Passando ora ad analizzare il magistero di Benedetto XVI sull’argomento di cui ci occupiamo, ci limiteremo a dire qualche parola sulle due Esortazioni apostoliche postsinodali firmate da questo Pontefice. Sacramentum Caritatis illustra lo stretto rapporto tra parola di Dio e sacramento eucaristico con le seguenti parole:

«La Parola che annunciamo e ascoltiamo è il Verbo fatto carne (cf. Gv 1,14) e ha un intrinseco riferimento alla persona di Cristo e alla modalità sacramentale della sua permanenza» (SCa 45).

La parola di Dio ha quindi un intrinseco riferimento alla modalità sacramentale della presenza di Cristo nella celebrazione liturgica. Verbum Domini affronta la tematica in un modo più ampio e profondo. Nel n. 55 si afferma che «Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra». Più avanti si affronta il tema della «sacramentalità della Parola», che è il titolo del n. 56 del documento. Il Sinodo dei vescovi offrì alla benevola considerazione del Pontefice 55 Proposizioni, che sono state alla base del testo della Verbum Domini. La Proposizione n. 7, dal titolo: Unità tra parola di Dio ed Eucaristia, si esprime in questi termini:

«È importante considerare la profonda unità tra la parola di Dio e l’Eucaristia (cf. DV 21), come viene espressa da alcuni testi particolari quali Gv 6,35-58; Lc 24,13-35, in modo tale da superare la dicotomia tra le due realtà, che spesso è presente nella riflessione teologica e nella pastorale. In questo modo diventerà più evidente il legame con il Sinodo precedente sull’Eucaristia. La parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico e porta al suo compimento la sacra Scrittura. L’Eucaristia è un principio ermeneutico della sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura illumina e spiega il mistero eucaristico. In questo senso i padri sinodali si augurano che possa essere promossa una riflessione teologica sulla sacramentalità della parola di Dio. Senza il riconoscimento della presenza reale del Signore nell’Eucaristia, l’intelligenza della Scrittura rimane incompiuta»[10].

Il Sinodo si auspica quindi che si promuova una «riflessione teologica sulla sacramentalità della parola di Dio». Benedetto XVI ha accolto questo auspicio. Vi abbiamo già accennato. VD 56 riafferma che «all’origine della sacramentalità della parola di Dio sta propriamente il mistero dell’incarnazione: “Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14)». L’orizzonte sacramentale della rivelazione indica, pertanto, la modalità storico-salvifica con la quale il Verbo di Dio entra nel tempo e nello spazio.

«La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati» (ivi).

Non è sfuggita ai teologi la novità di questa dottrina magisteriale. Come afferma il noto ecclesiologo S. Pié-Ninot, questa chiara affermazione della sacramentalità della parola di Dio fino ad oggi non era stata sottolineata così ampiamente in nessun documento magisteriale[11].
Parola di Dio ed Eucaristia si appartengono quindi a vicenda. Di entrambe l’unico fondamento è l’autodonazione di Dio che emette il Verbo: in entrambe Dio si dona e questa donazione avviene in virtù dello Spirito Santo.

«Come la parola di Dio viene a noi nel corpo di Cristo, nel corpo eucaristico e nel corpo delle Scritture mediante l’azione dello Spirito Santo, così essa può essere accolta e compresa veramente solo grazie al medesimo Spirito» (VD 16).

L’epiclesi è dunque da considerarsi essenziale a ogni celebrazione della Parola che, in virtù della sua sacramentalità ha non solo una propria legittimità, ma anche una dignità ed efficacia autonome, analoghe a quella della celebrazione eucaristica:

«Cristo, realmente presente nelle specie del pane e del vino, è presente in modo analogo, anche nella Parola proclamata nella liturgia» (VD 56).

La classica affermazione di sant’Agostino: «Accedit verbum ad elementum et fit sacramentum» mette in evidenza il ruolo del verbum come condizione per l’attuazione e il compimento del sacramentum. Questa dinamica però si attua anche nell’ambito specifico della sola Liturgia della Parola. Il compimento del sacramentum – cioè la vita di grazia che scaturisce dall’incontro con Dio – si ha nell’incontro tra il verbum e l’elementum. Se per verbum intendiamo tutto ciò che è parola di Dio e, subordinatamente, ciò che contribuisce alla sua esplicitazione e attualizzazione (nel nostro caso, si tratta fondamentalmente dell’eucologia), e per elementum intendiamo tutta la ricchezza dei segni, a cominciare dalla stessa comunità radunata in loco nella fede e nella preghiera, per la quale Gesù ha promesso una sua speciale presenza (cf. Mt 18,19-20), allora si può dedurre che nell’incontro tra la Parola rivelata e i fedeli riuniti in assemblea cultuale si compie il sacramentum. La Liturgia della Parola, quindi, in quanto prima parte della celebrazione sacramentale, non può essere considerata soltanto preambolo o preparazione a quanto avviene dopo. Essa stessa nella fede è già comunione con Cristo sotto l’azione dello Spirito[12].

4. Conseguenze pastorali per la celebrazione liturgica

I documenti posteriori al Vaticano II hanno illustrato alcune delle conseguenze pastorali che emergono per la celebrazione liturgica dalla riscoperta e rivalutazione (qualcuno ha parlato di «sdoganamento») della parola di Dio. Sono importanti, al riguardo, l’Ordinamento generale del Messale Romano e le Premesse all’OLM. Qui ci limitiamo a sintetizzare quanto è presente sull’argomento nella Verbum Domini che, in qualche modo, raccoglie quanto troviamo nei documenti anteriori.
La Verbum Domini si muove lungo il duplice versante della riflessione teologica e dell’applicazione pastorale. Se, da una parte, viene affermata la sacramentalità della Parola (cf. VD 56), dall’altra il documento dedica uno spazio considerevole a suggerimenti e proposte concrete per la celebrazione (cf. VD 64-71), che non sono da sottovalutare dato che segni liturgici scorretti comunicano una fede scorretta. Alla fine del n. 56, si afferma che approfondire il senso della sacramentalità della parola di Dio «può favorire una comprensione maggiormente unitaria del mistero della rivelazione in “eventi e parole intimamente connessi”, giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa» (VD 56).
Concludendo una sua recente riflessione sulla Parola nella liturgia, A. Grillo si esprime con una provocazione che è al tempo stesso denuncia di una situazione celebrativa abbastanza frequente: «Celebrare con la parola e parlare con il sacramento»[13]. Spesso restiamo troppo vanamente celebrativi per mancanza di parole e troppo pesantemente verbosi per mancanza di celebrazione.
La Liturgia della Parola non è semplicemente la narrazione di quel che è stato detto o di quel che avvenne nel passato, ma è l’annuncio-spiegazione di quello che avviene oggi nella celebrazione della Chiesa. All’interno di ogni celebrazione liturgica il nostro dialogo con Dio è in modo del tutto speciale sacramentalmente significato e realizzato attraverso la proclamazione e l’ascolto della parola di Dio. Sottolineerei l’ascolto; OGMR 29 afferma: «Tutti devono ascoltare con venerazione le letture della parola di Dio». Si tratta di un ascolto comunitario in cui ciascun membro dell’assemblea è invitato ad accogliere consapevolmente la Parola proclamata. Le letture bibliche non sono lette da ciascuno per conto proprio, ma sono ascoltate[14].
Alla luce di quanto detto sopra, prendere “un pezzo di Messa”, espressione popolare ancora non del tutto scomparsa, è un’anomalia pastoralmente insostenibile. Già OLM 48, riprendendo quanto detto da SC 56, affermava:

«L’intima connessione che si ha nella celebrazione della Messa tra Liturgia della Parola e Liturgia eucaristica, indurrà i fedeli a essere presenti alla celebrazione fin dall’inizio e a parteciparvi attentamente».

La Liturgia della Parola è parte integrante della Messa e ha in sé stessa una sua valenza sacramentale. Offrire ai fedeli la possibilità di riconciliarsi nel sacramento della Penitenza celebrato durante la Liturgia della Parola delle Messe domenicali, pur essendo stato permesso da una risposta, di qualche anno fa, della Congregazione per il culto divino, non è una prassi da favorire.
Per quanto riguarda la Liturgia della Parola della Messa, Verbum Domini, riprendendo in parte parole dell’Ordinamento generale del Messale Romano, afferma che «deve essere celebrata in modo di favorire la meditazione. Il silenzio, quando previsto, è da considerarsi come parte della celebrazione» (VD 66); è da valorizzare la proclamazione solenne della parola di Dio, che preveda il canto e l’utilizzo dell’Evangeliario (cf. VD 67); un’attenzione speciale va data all’ambone, come luogo liturgico da cui viene proclamata la parola di Dio (cf. VD 68); è opportuno «vi sia un posto di riguardo in cui collocare la sacra Scrittura anche al di fuori della celebrazione» (VD 68); si ricorda che il salmo responsoriale è parola di Dio, «con la quale rispondiamo alla voce del Signore e per questo non deve essere sostituito da altri testi» (VD 69).
Al centro della relazione tra parola di Dio e sacramenti sta l’Eucaristia. Ma la Verbum Domini valorizza anche e giustamente le celebrazioni della Parola, «occasioni privilegiate di incontro con il Signore» (VD 65); ciò è in sintonia con quanto abbiamo detto sul valore sacramentale specifico che ogni celebrazione della Parola ha in sé. Inoltre, l’Esortazione di Benedetto XVI ci ricorda che è bene sottolineare l’importanza della sacra Scrittura non solo nella celebrazione eucaristica ma anche negli altri sacramenti, in particolare nella celebrazione individuale del sacramento della Penitenza, in cui la parola di Dio è per lo più assente. Riprendendo parole delle Premesse al Rito della penitenza, la Verbum Domini dice che la parola di Dio «illumina il fedele a conoscere i suoi peccati, lo chiama alla conversione e gli infonde fiducia nella misericordia di Dio» (VD 61).

5. Conclusione

Abbiamo visto come nei documenti del magistero della Chiesa di questi ultimi decenni, a partire dal Vaticano II, c’è un progressivo svilupparsi di una dottrina che, da una parte, ha ridato alla Parola il suo posto di primo avvenimento nella storia della salvezza[15] e, dall’altra, ha ricollegato il sacramento – appunto per mezzo della Parola – più strettamente alla storia della salvezza. Cristo nella sua Parola e per suo mezzo si fa presente nell’assemblea celebrante e, in tal modo, questa Parola diventa sacramento di Cristo per noi.
Quanto sull’argomento emerge dai documenti del Vaticano II e da quelli posteriori è un invito ad approfondire una dottrina non ancora pienamente sviluppata e radicata nella vita concreta delle nostre comunità.


[1] Le sigle più frequentemente ricorrenti sono: AG = Decreto Ad Gentes (7 dicembre 1965); CCC = Catechismo della Chiesa Cattolica (11 ottobre 1992); DV = Costituzione Dei Verbum (18 novembre 1965); EM = Istruzione Eucharisticum Mysterium (25 maggio 1967); IOe = Istruzione Inter Oecumenici (26 settembre 1964); LG = Costituzione Lumen Gentium (21 novembre 1964); LI = Istruzione Liturgicae Instaurationes (5 settembre 1970); MF = Enciclica Mysterium Fidei (3 settembre 1965); MND = Lettera apostolica Mane nobiscum Domine (7 ottobre 2004); OGMR = Ordinamento generale del Messale Romano (diverse edizioni); OLM = Ordo lectionum Missae (21 gennaio 1981); PC = Decreto Perfectae Caritatis (28 ottobre 1965); PO = Decreto Presbyterorum Ordinis (7 dicembre 1965); SC = Costituzione Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963); SCa = Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis (22 febbraio 2007); VD = Esortazione apostolica Verbum Domini (30 settembre 2010).

[2] SC 7; cf. anche DV 21; il testo latino dice: «Praesens adest in verbo suo, siquidem ipse loquitur dum sacrae scripturae in ecclesia leguntur». Si tratta di un testo che assume quasi alla lettera quello proposto da A.G. Martimort, consegnato il 15 novembre 1961 ai membri della commissione incaricata di preparare il documento sulla liturgia per il Concilio Vaticano II, e approdato poi all’aula conciliare con qualche aggiunta. Il testo di Martimort si esprime in questi termini: «…ipse est qui loquitur dum verba sacrae Scripturae in Ecclesia leguntur» (cf. R. Clavería, Presencia de Cristo en la Palabra, in «Phase» 51 [2011] 269-289).

[3] Cf. OLM 4; CCC 1088 e 1373; MND 13; OGMR (ed. 2002) 29 e 55; ecc. fino a SCa 45 e VD 52.

[4] Al testo proposto da A.G. Martimort, riportato nella nota anteriore, si aggiunse: «et explicantur». Alcuni padri notarono che Cristo non parla nello stesso modo quando si leggono le Scritture e quando esse vengono spiegate; la commissione accolse l’osservazione sopprimendo «et explicantur» (cf. F. Hellín, Concilii Vaticani II Synopsis. Constitutio de Sacra Liturgia «Sacrosanctum Concilium», LEV, Città del Vaticano 2003, pp. 32-33).

[5] S. Marsili, Cristo si fa presente nella sua Parola, in «Rivista Liturgica» 70 (1983) 673.

[6] Cf. Sinodo dei vescovi, XII Assemblea generale ordinaria Elenco finale delle proposizioni (25 ottobre 2008), in http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20081025_elenco-prop-finali_it.html (3.4.2012); anche in Enchiridion Vaticanum (EDB, Bologna) (EV), vol. 25, 1792-1888, qui nn. 1822-1824.

[7] Cf. Ibid., pp. 671-690.

[8] Cf. I. Biffi, Riflessioni teologiche sopra l’omelia, in «Rivista Liturgica» 57 (1970) 538-562; A. Marranzini, Il nesso teologico tra parola e sacramento, in «Asprenas» 20 (1973) 197-215. È una riflessione che, fuori d’Italia, hanno portato avanti nomi prestigiosi, come Y. Congar, O. Semmelroth, E. Schillebeeckx, L.-M. Chauvet, ecc.

[9] Cf. R. De Zan, Punti salienti dei «Praenotanda» dell’«Ordo Lectionum Missae» 1981, in «Rivista Liturgica» 70 (1983) 691-703.

[10] In EV 25, 1802-1803.

[11] Cf. S. Pié-Ninot, Los seis temas teológicos de la «Verbum Domini», in «Phase» 51 (2011) 123-145.

[12] Cf. P. Visentin, Celebrazione sacramentale e dinamismo della Parola. Prospettive teologiche, in R. Cecolin (ed.), Dall’esegesi all’ermeneutica attraverso la celebrazione. Bibbia e Liturgia - I, EMP - Abbazia Santa Giustina, Padova 1991, pp. 183-191; M. Sodi, Tra proclamazione e attualizzazione: il momento «sacramentale» dell’omelia, in «Rivista Liturgica» 95 (2008) 1001-1014.

[13] A. Grillo, Il lavoro della Parola nella liturgia: verità dimenticate ed evidenze sospette, in L. Bressan - G. Routhier (edd.), L’efficacia della Parola, EDB, Bologna 2011, p. 47.

[14] Cf. V. Trapani, Educare all’ascolto e alla proclamazione della parola di Dio. Riflessioni in dialogo con il magistero recente, in «Rivista Liturgica» 98 (2011) 295-300.

[15] Chauvet, dice che la Bibbia è il «primo tempio “sacramentale” della parola di Dio» (L.-M. Chauvet, L’umanità dei sacramenti, Qiqajon, Magnano 2010, p. 46).


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